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Furlan: «Nuovo patto su contratti e fisco»
Francesco Riccardi
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«C’è troppa distrazione sui temi del lavoro e della crescita. Non dico che altre questioni come le unioni civili non siano importanti, ma da mesi il dibattito politico è prigioniero di scontri ideologici, mentre l’Italia resta indietro nello sviluppo». Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl, è preoccupata per il ritorno di dati e previsioni negativi e più ancora perché «sembra mancare una progettualità per il futuro».


Che cosa la preoccupa: le previsioni di crescita, riviste al ribasso dall’Ocse, o il difficile rapporto del nostro Paese con l’Europa?
Entrambe le cose. Da un lato tutti gli indicatori ci dicono che l’Italia non è ancora uscita definitivamente dalla crisi e mentre gli altri Paesi hanno recuperato o addirittura superato i livelli del 2007 noi stiamo ancora risalendo la china faticosamente, a forza di qualche "zerovirgola". E per la crescita risolvere la questione europea è fondamentale. L’errore è continuare a negoziare qualche decimale di flessibilità sul deficit, quando in realtà dovremo mettere in discussione e cambiare finalmente l’intero impianto del Fiscal compact che frena qualsiasi ipotesi di sviluppo.


Questo il premier Renzi lo sostiene da tempo...
Non mi sembra che il governo abbia la determinazione necessaria per affrontare il tema della crescita che prevede almeno due fronti di intervento. Il primo esterno, appunto, per superare il fiscal compact e scorporare quantomeno gli investimenti per la crescita dal rapporto decifit/Pil. Il secondo, quello interno, promuovendo investimenti pubblici su infrastrutture materiali e immateriali, in particolare nel Mezzogiorno.


Sul lavoro, però, il governo può "vantare" di aver favorito la creazione di 764mila nuovi contratti stabili, grazie a incentivi e Jobs act.
Misure che abbiamo apprezzato – anche se non in tutti gli aspetti – e che hanno permesso la stabilizzazione di tanti lavoratori precari. Ma che da sole non bastano a rilanciare il Paese, come testimoniano i 3 milioni di disoccupati che l’Istat registra.


Non c’è solo il governo, però, anche le parti sociali potrebbero fare di più. Soprattutto per incrementare la produttività che resta il nostro punto debole.
Vero. Le parti sociali hanno la responsabilità oggi di concorrere a rilanciare la crescita con un nuovo modello di rappresentanza e di contrattazione. Noi siamo pronti, abbiamo presentato un progetto organico che, facendo salvo il ruolo di garanzia del contratto nazionale, punta in particolare sul secondo livello, aziendale o territoriale, per favorire un duplice risultato: incrementare la produttività e far crescere i salari dei lavoratori, premessa per sostenere la domanda interna sulla quale vivono i due terzi delle imprese italiane.


La vostra proposta, però, non sembra incontrare il favore degli industriali e anche alcune categorie Cisl, come i metalmeccanici, avrebbero preferito un maggior coraggio nell’innovazione.
Settimana prossima cominceremo a confrontarci con le altre associazioni datoriali, mentre Confindustria sta vivendo un momento delicato di passaggio a un nuovo gruppo dirigente, che ovviamente rispetto. Registro con piacere, però, che tutti i soggetti, da una parte e dall’altra, si confrontano finalmente su quale nuovo modello di contrattazione implementare, dando per acquisito che il cambiamento sia necessario e urgente. Quanto al dibattito interno, mi limito a osservare che la proposta di Cgil, Cisl e Uil è certo una sintesi di sensibilità diverse, ma che ha raccolto l’unanimità dei consensi da parte delle categorie sia nella Cisl sia nelle altre confederazioni. È dunque la posizione sulla quale apriamo la trattativa con gli imprenditori.


Perché dovrebbe funzionare? Qual è il valore aggiunto della proposta? Solo quello di scongiurare un intervento del governo con il salario minimo legale?
Il governo farebbe un grande errore a intervenire su questa materia per legge. E se lo facesse, per non abbassare ulteriormente i salari, non potrebbe far altro che "recepire" per legge i minimi fissati dai contratti nazionali. Nella nostra proposta, invece, oltre a migliorare produttività e salari, come dicevo prima, la vera potenzialità è data dallo sviluppo delle forme di partecipazione dei lavoratori ai destini dell’azienda, l’unica strategia per proiettare davvero il nostro sistema d’impresa nel futuro.


Intanto, però, i dati Istat ci dicono che in Italia nascono pochi bambini e 100mila persone nel 2015 sono emigrate all’estero. Siamo un Paese in declino...
Siamo un Paese che invecchia e soprattutto che rischia di essere vecchio. Per questo è urgente un nuovo patto sociale con il governo che agisca su diversi fronti. Anzitutto quello degli investimenti pubblici sulle infrastrutture. Poi interventi fiscali rivolti da un lato alle imprese che investono nello sviluppo, in particolare nel Mezzogiorno, nella formazione, nell’innovazione e, dall’altro, alle famiglie, ai lavoratori e ai pensionati. E ancora, rivedere la riforma delle pensioni per evitare che restino "inchiodati" al loro posto persone di 67 anni, mentre i loro figli e nipoti non riescono a entrare nel mercato del lavoro. E infine un vero investimento sulla famiglia, il welfare e la natalità che appare ormai improcrastinabile. Tutti argomenti sui quali da tempo abbiamo chiesto un confronto con il governo. Ma le risposte latitano. Come dicevo, mi sembra ci sia troppa distrazione.
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