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LA RIFLESSIONE
La liberazione che viene dal Vangelo
Filippo Santoro
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Monsignor Filippo Santoro è stato nominato arcivescovo di Taranto da Benedetto XVI il 21 novembre 2011. Originario di Bari-Carbonara, 65 anni, è un profondo conoscitore dell’America latina e delle sue problematiche ecclesiali, teologia della liberazione compresa. Dopo aver conseguito la laurea in teologia dogmatica alla Gregoriana e in filosofia alla Cattolica di Milano ed essere ordinato sacerdote nel 1972, nel 1984 è stato infatti inviato come prete fidei donum dell’arcidiocesi di Bari a Rio de Janeiro in Brasile. Dal 1988 al 1996 è stato responsabile di Comunione e liberazione in America latina e nel 1992 ha partecipato come perito-teologo alla IV Conferenza generale del Celam di Santo Domingo. Giovanni Paolo II lo ha nominato dapprima, nel 1996, vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Rio de Janeiro e nel 2004 vescovo di Petropolis. In questa veste ha partecipato nel 2007 alla V Conferenza generale dell’episcopato latino-americano celebrata ad Aparecida in Brasile, dove è stato collaboratore dell’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio che guidò la commissione incaricata a scrivere il documento finale della importante assise. (G.C.)

Il Magistero e l’azione pastorale di papa Francesco sono il frutto maturo della Conferenza generale dell’Episcopato latino-americano, tenutasi in Brasile nel santuario mariano nazionale di Aparecida nel maggio 2007, di cui il cardinale Jorge Mario Bergoglio è stato protagonista di primo piano. La Conferenza di Aparecida ha indicato nel “discepolo missionario” il soggetto della presenza della Chiesa nella società perché i popoli latino-americani abbiano vita piena. Il soggetto è chi è cosciente di sé, della sua originalità e della sua missione. Il soggetto nuovo che è all’origine della liberazione cristiana nasce da qualcosa di diverso dal puro dinamismo naturale, non è frutto dello sforzo dell’uomo e nemmeno della programmazione pastorale. L’originalità è data dalla irruzione dello Spirito nella storia. Di qui la forza profetica della Chiesa latino-americana che fa sua la missione proclamata da Gesù nella sinagoga di Nazaret «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» (Lc 4,18). Di qui la vigorosa affermazione della evangelica opzione preferenziale per i poveri. Si tratta semplicemente della povertà evangelica e della testimonianza della vita in mezzo alla gente che vediamo nell’essere e nell’agire di Papa Francesco. La disputa aperta nella teologia latino-americana non era tanto sull’uso dell’analisi marxista (per altro largamente ammessa in certi punti della galassia della Teologia della Liberazione) e meno ancora sulla necessità di una mediazione delle scienze sociali, ma sull’origine della novità cristiana e sulla sua incidenza specifica nella società dominata dalla ingiustizia, dallo sfruttamento del capitalismo neo-liberale e dalla scandalosa povertà del continente latino-americano. Il lungo lavorìo che ha provocato le due Istruzioni della Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1984 (Libertatis Nuntius) e nel 1986 (Libertatis conscientia) e che da esse è seguito, è approdato al mirabile evento di grazia che è stata la Conferenza di Aparecida, cui ho potuto partecipare.

Il suo punto di partenza non è stata l’analisi sociale, ma la fede di un popolo fatto in grande maggioranza di poveri, facendo uso del metodo vedere, giudicare e agire, «a partire dagli occhi e del cuore dei discepoli missionari». Dice il n. 19 del Documento finale: «In continuità con le precedenti Conferenze generali dell’Episcopato latino-americano, questo documento utilizza il metodo vedere, giudicare e agire. Questo metodo implica la contemplazione di Dio con gli occhi della fede attraverso la sua Parola rivelata e il contatto vivificante con i Sacramenti, cosicché, nella vita quotidiana possiamo vedere la realtà che ci circonda alla luce della sua provvidenza, giudicarla secondo Gesù Cristo, Via,Verità e Vita, e agire nella Chiesa, Corpo Mistico di Cristo e Sacramento universale di salvezza, per la diffusione del Regno di Dio, che si semina su questa terra e dà pienamente frutto in Cielo». Il documento comincia con una solenne «azione di grazie a Dio» e ha come prospettiva «la gioia di essere discepoli e missionari di Gesù Cristo». L’Introduzione e il primo capitolo indicano la prospettiva di fede in cui si muove il testo nel suo sguardo analitico alla realtà, nello sviluppo dei criteri di giudizio e nelle prospettive di azione. È noto che il presidente della Commissione di redazione del documento finale di Aparecida era l’arcivescovo di Buenos Aires, il cardinale Bergoglio. Con uno stile sapienziale il Documento di Aparecida nell’Introduzione afferma: «Ciò che ci identifica non sono le circostanze drammatiche della vita, né le sfide della società, e nemmeno le attività che dobbiamo intraprendere, quanto piuttosto l’amore ricevuto dal Padre, grazie a Gesù Cristo, per l’unzione dello Spirito Santo» (14). Questo riferimento iniziale alla SS. Trinità era stato positivamente voluto da un intervento decisivo del cardinale Bergoglio, ripreso a suo tempo con un certo rammarico in una nota della Agenzia Adista (nel n. 46 del 23-06-2007, scritta da Marcello Barros). Scriveva Adista: «Ha commentato uno dei delegati brasiliani alla Conferenza, il vescovo di Jales dom Demetrio Valentini, la Conferenza “ha concretizzato uno dei suoi obiettivi più grandi, quello di riprendere il cammino della Chiesa dell’America Latina, rafforzandone l’identità propria e superando perplessità che ne ostacolavano l’azione”. Peccato che, una volta affermato, il metodo non sia stato poi applicato in maniera rigorosa, essendo l’analisi della realtà – il “vedere” – preceduta da un capitolo introduttivo su “I discepoli missionari”: come racconta il teologo argentino di Amerindia, Eduardo de la Serna, la richiesta di spostare questo capitolo all’inizio della seconda parte è stata respinta, in sede di votazione, malgrado fosse presentata da ben 16 presidenti di Conferenze episcopali. A esprimersi contro, prima del voto, è stato il cardinale Jorge Mario Bergoglio, presidente della Conferenza episcopale argentina e della Commissione di redazione, secondo cui, rispetto alla durezza della realtà, era meglio cominciare con una sorta di dossologia (inno di lode a Dio)». Così lo schema del documento valorizza la tradizione della teologia e della pastorale latinoamericana, ma, allo stesso tempo, ne mette in evidenza la prospettiva di fede. Questa chiaramente non ne era assente, ma in certi sviluppi era data per scontata dovendo preoccuparsi innanzitutto della gravità di una situazione sociale piena di conflitti e soprattutto del “clamore dei poveri”. In questo senso, ci fa capire tutta la problematica la posizione di Clodovis Boff a partire da un articolo della "Revista Eclesiástica Brasileira" sul tema del povero come principio epistemologico della Teologia della Liberazione. «Quando si pone la questione del povero come principio e se si domanda se non viene prima il Dio di Gesù Cristo, la TdL suole fare un passo indietro e non lo nega. Né lo potrebbe poiché Dio si trova al primo posto, per definizione.

Ciò che fa problema è la sua “indefinizione” su una questione capitale nella sfera del metodo». Il dato della fede «rappresenta un dato presupposto, che rimane alle spalle, e non un principio operante che continua sempre attivo. Ma il primato della fede come non può essere dato per scontato dal punto di vista esistenziale, anche non può esserlo dal punto di vista epistemologico» (Teologia da Libertação e volta ao fondamento, in: “REB”, 268, out/2007, passim pp. 1002-1004).
Questa ambiguità è superata dalla Conferenza di Aparecida sia nella struttura generale del documento, sia nella presenza viva della fede in ogni momento del suo svolgimento, dal guardare la dura realtà sino al giudicarla e alla prassi conseguente. Si tratta però di una ambiguità sempre presente, poiché Papa Francesco, nel suo recente viaggio in Brasile per la Gmg, nell’incontro con la Presidenza del Celam, vi tornava sopra nel punto 4, quando, presentando alcune tentazioni contro il discepolato missionario, parlava della «ideologizzazione del messaggio evangelico» e affermava: «È una tentazione che si ebbe nella Chiesa fin dal principio: cercare un’ermeneutica di interpretazione evangelica al di fuori dello stesso messaggio del Vangelo e al di fuori della Chiesa. Un esempio: Aparecida, in un certo momento, soffrì questa tentazione sotto forma di asepsi. Si utilizzò, e va bene, il metodo di “vedere, giudicare, agire” (cfr n. 19). La tentazione risiedeva nell’optare per un “vedere” totalmente asettico, un “vedere” neutro, il che è irrealizzabile. Sempre il vedere è influenzato dallo sguardo. Non esiste un’ermeneutica asettica. La domanda era, allora: Con quale sguardo andiamo a vedere la realtà? Aparecida rispose: con sguardo di discepolo. Così s’intendono i numeri dal 20 al 32. Vi sono altre maniere di ideologizzazione del messaggio e, attualmente, appaiono nell’America Latina e nei Caraibi proposte di questa indole. Ne menziono solo alcune: a) Il riduzionismo socializzante. È la ideologizzazione più facile da scoprire. In alcuni momenti fu molto forte. Si tratta di una pretesa interpretativa in base a una ermeneutica secondo le scienze sociali. Comprende i campi più svariati: dal liberismo di mercato fino alle categorizzazioni marxiste…». Se il Papa ne parla significa che le tentazioni e le ambiguità possono sussistere ancora. Certo Aparecida ha dato un contributo notevole e ha segnato un cambiamento di posizione che è valido non solo per l’America Latina, ma per tutta la Chiesa. Questo è reso possibile dal Magistero e dalla testimonianza di papa Francesco che desidera «una Chiesa povera per i poveri».
Prima della sua elezione, Aparecida è stata pressoché ignorata sia in Italia che in Europa e in altre parti del mondo, nonostante i vari interventi dei vescovi latino-americani negli ultimi due sinodi. Aparecida, in una fase non più eurocentrica, si pone oggi come un magistero non solo regionale, ma offerto a tutta la Chiesa nelle sue scelte specifiche, che sono lo sviluppo del Vaticano II. Dall’opzione per i poveri all’inculturazione della fede, dal protagonismo dei laici alla lotta per la giustizia contro le strutture economiche e sociali ingiuste, dalle comunità ecclesiali di base alle piccole comunità ecc… Tutto è valorizzato: la vita, la famiglia, una vigorosa ripresa della religiosità popolare, la liturgia, l’arte, la cultura, le vocazioni, i giovani, i movimenti e le nuove comunità ecc. Il tema dominante rimane però la missione, particolarmente nella terza parte del Documento dal titolo suggestivo «La vita di Gesù Cristo per i nostri popoli». Dall’esperienza latino-americana e da Aparecida deriva questo contatto diretto con la gente, questo immischiarsi con i problemi del popolo portando la speranza di Cristo. Tutto è abbracciato a partire dalla fede. Questa chiara posizione evangelica è un dono dello Spirito e della sua potenza che agisce nel popolo fedele e che culmina nella Conferenza di Aparecida. Ora papa Francesco la estende a tutta la Chiesa. Non si tratta di una particolare teologia (come si può anche notare dall’intervista rilasciata dal Papa alla “Civiltà Cattolica”), ma del cuore evangelico della liberazione cristiana. Così si prospetta non soltanto una “Missione Continentale” come sta accadendo in America Latina, ma una vera “Conversione Pastorale”, ed una “Missione Permanente”, in dialogo con le varie religioni e con le attese più vere del mondo contemporaneo.
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