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Pio X, il papa tradito tre volte
Gianpaolo Romanato
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Chi era Pio X? Il buon parroco mite ed ingenuo dipinto dagli agiografi? L’arcigno conservatore nemico di ogni riforma creato dai tradizionalisti lefebvriani? Il cieco martellatore della cultura proposto dagli storici filomodernisti? O piuttosto l’audace riformatore che chiuse la stagione del temporalismo e proiettò il cattolicesimo verso la modernità?

A cent’anni dalla morte, la valutazione di questo pontefice – che regnò proprio all’esordio del XX secolo (1903-1914) e si spense pochi giorni dopo l’inizio della Grande Guerra – rimane incerta, problematica, passibile di opposte interpretazioni. Gli 11 anni del suo regno sono all’origine, e non solo cronologicamente, della Chiesa novecentesca. Ne era consapevole Pio XII, la cui carriera ecclesiastica era iniziata sotto l’ala protettrice del predecessore, che impose la riapertura del processo di canonizzazione – avviato nel 1923 e fermato dopo che era emersa la questione del modernismo – e lo proclamò beato (1951) e santo nel 1954.

Ma la canonizzazione non gli rese un buon servizio. La percezione di Pio X, imposto alla venerazione universale, fu deviata dal terreno scosceso della storia a quello più facile dell’agiografia, dell’esaltazione acritica, della frantumazione aneddotica. Tranne pochi lavori meritevoli di essere salvati, le numerose biografie di questo papa apparse negli anni della sua glorificazione ecclesiastica gli hanno più nuociuto che giovato, veicolandone un’immagine ripetitiva, artificiosa, falsamente buonista. Questo creò un primo inciampo interpretativo che ancora condiziona gli studiosi.

Poi arrivò il Concilio Vaticano II. Le riforme conciliari ovviamente andarono oltre Pio X. Ma la cultura postconciliare lo interpretò spesso come un capovolgimento, quasi un azzeramento, della linea precedente. Si è determinato così uno stacco fra il prima e il dopo (stigmatizzato da Benedetto XVI nel celebre discorso alla Curia del 22 dicembre 2005) che ha creato attorno al papa trevigiano un’ombra oscura di negatività. Per chi interpretava il Concilio come l’assemblea «costituente che elimina la costituzione vecchia e ne crea una nuova» (uso le parole di Benedetto) era inevitabile vedere nel vecchio quasi solo scarti da gettare. Con la conseguenza che Pio X, che di quegli scarti era stato uno dei maggiori costruttori, finì anch’egli per essere scartato, scivolando rapidamente dietro le quinte del proscenio ecclesiastico.
L’ombra calata su di lui si è poi addensata a causa di un altro equivoco. La corrente tradizionalista guidata da monsignor Marcel Lefebvre si è impadronita della sua memoria e ha rigettato alcune riforme del Concilio facendosi scudo del suo nome. Quando il vescovo francese fondò l’istituzione destinata a raccogliere i gruppi cattolici disorientati dai cambiamenti conciliari e dalla rottura con la tradizione insita nella nuova liturgia, nell’ecumenismo e nel dialogo interreligioso, non trovò di meglio che associarla al nome del pontefice da poco santificato. Nel 1970 fondò infatti in Svizzera la Fraternità sacerdotale San Pio X. Quattro anni dopo Lefebvre fu sospeso a divinis e nel 1988, quando decise la consacrazione di 4 nuovi vescovi nonostante il divieto vaticano, fu scomunicato.

Con cio l’incolpevole Pio X divenne quasi il garante del rifiuto del Vaticano II e di una ribellione alla Chiesa tramutatasi in scisma. Il fraintendimento di questo pontefice – che secondo Roger Aubert era stato il maggior riformatore della vita interna della Chiesa dopo il Concilio di Trento e aveva posto sempre l’obbedienza all’autorità a fondamento della disciplina ecclesiastica – non poteva essere maggiore. Contemporaneamente, negli anni postconciliari, fiorì tutta una sovrabbondante corrente storiografica che elevò la condanna del modernismo, pronunciata da papa Sarto nel 1907 con l’enciclica Pascendi, quasi ad unico paradigma interpretativo del suo pontificato, visto perciò esclusivamente come momento di repressione, di chiusura al nuovo, di rottura con il mondo moderno.

E così il povero Pio X, prima vittima di una letteratura agiografica dal fiato corto, poi fatto paravento dei tradizionalisti, quindi presentato quasi esclusivamente come il fustigatore dei modernisti, fu rapidamente derubricato da pontefice ideale a ingombrante fardello quasi da nascondere. Ma questo fraintendimento non poteva durare a lungo. La storiografia, infatti, ha continuato, et pour cause, a confrontarsi con la sua figura, i suoi tempi, il suo governo. Atti di convegni (6 negli ultimi 25 anni), studi, edizioni di fonti e di documenti hanno allargato il campo di indagine estendendolo tanto agli anni precedenti l’ascesa al papato, all’origine veneta, alle radici locali del suo stile pastorale (dalla Rivoluzione francese ad oggi, su 14 pontefici, ben quattro – Gregorio XVI, Pio X, Giovanni XXIII, Giovanni Paolo I – sono usciti dal Veneto) quanto al contesto interno e internazionale, civile ed ecclesiastico, del suo operato.
Gli anni di Pio X sono apparsi così in una luce diversa da quella che era stata veicolata dalle facili scorciatoie agiografiche o dalla storiografia filomodernista: anni difficili, conflittuali, di rinnovamento, di risanamento morale, di ripresa di identità della Chiesa dopo la fine del potere temporale e l’unificazione italiana. Anni di incisive riforme ma anche di dure opposizioni. Gli studi compiuti non hanno potuto non rilevare, infatti, sia il fortissimo impatto del suo riformismo sia le resistenze altrettanto forti che incontrò. Il suo impatto con la Roma ecclesiastica fu molto più traumatico di quanto non abbiano lasciato credere gli agiografi. In un’Europa ancora dominata dalle antiche case regnanti (gli Asburgo, i Romanoff, i Savoia, gli Hohenzollern, gli Hannover), l’elezione a papa di un uomo del popolo, che proveniva da una lontana periferia fu una novità molto più sconvolgente di quanto immaginiamo.

Da questa revisione storiografica e culturale è emersa un po’ alla volta la cifra vera del suo pontificato: la riforma della Chiesa. Riforma delle strutture interne, dei meccanismi direttivi centrali, dell’organizzazione giuridica, del rapporto con i poteri civili, del personale dirigente. Ma anche delle forme liturgiche, della partecipazione dei fedeli, della vita religiosa del popolo. E ancora: riforma morale, dei costumi del clero, dell’impostazione dei seminari, del ruolo dei vescovi.

Un progetto riformatore così incisivo non poteva non incontrare obiezioni, resistenze, rifiuti, sabotaggi. Da ciò ebbe origine lo scontro con la Curia, o con alcuni prelati di Curia, che il papa aggirò appoggiandosi soprattutto alla sua segreteria privata, la ben nota «segreteriola», e modificando la funzione della Segreteria di Stato, trasformata da attore semi-autonomo della politica vaticana, quale era stata con Rampolla, al tempo di Leone XIII, a «segreteria generale» del papato, sotto lo stretto controllo del pontefice, con funzioni piu religioso-pastorali che politico-diplomatiche. Anche da questo punto di vista la figura di Pio X è molto più attuale di quanto non si creda.
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