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Panchine e tettoie: il design per discriminare i poveri
Leonardo Servadio
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La superficie superiore si articola in ondulazioni longitudinali e trasversali, morbide alla vista. Sono granitiche, le panchine del quartiere londinese di Camden: sculture, veri arredi urbani. Lo spazio pubblico può essere reso più gradevole alla vista non solo con le piante e i monumenti, ma anche con soluzioni di valore estetico applicate a oggetti altrimenti banali. Come si può fare dentro casa. E che c’è di più vicino all’abitare domestico di una panchina? È quel che permette di far salotto sulla pubblica piazza, lungo un viale, in un giardino pubblico.
 
Ovvio che, col trionfo del design, compaiano panche sempre più elaborate. In forme tradizionali, come ad Asheville, in North Carolina (Usa) dove un paio di anni fa sono state dotate di mazzi di fiori e cesti di frutta quali braccioli: “nature morte” in ferro battuto. Mentre a Vancouver, in Canada, si sono spinti verso l’arte contemporanea con sedute composte da elementi accostati di color bianco e oro, con le superfici mosse da coste, creste e concavità che le rendono simili a un sistema di vertebre: un disegno “estetico e innovativo”, come annuncia fiera l’amministrazione comunale. Ma dietro l’apparenza c’è il veleno.
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«Magari i designer impegnati in queste opere non se ne rendono pienamente conto – dice Fabrizio Aimar, architetto studioso di problematiche sociali – ma si tratta di “architettura ostile”. Elaborata per allontanare i senzatetto: che non possano sdraiarvisi. C’è chi ricorre a elementi dal tocco artistico e chi si limita a porre braccioli metallici in mezzo alle panche esistenti. O sedute inclinate, così che ci si possa appoggiare ma non sostare. In alcuni luoghi sono anche comparse borchie sulle pavimentazioni sotto gli androni o di fronte alle vetrine. Il fine è lo stesso: impedire che una persona vi possa dormire. Si vogliono città asettiche, pulite, eliminando i problemi in una sorta di chirurgia estetica. La tendenza è esplosa nel 2014 e non solo nel mondo anglosassone. A Parigi, nel quartiere La Défense, l’arredo urbano è volutamente assente. E anche in diverse città italiane sono state prese misure simili: a Verona, Bergamo, Genova, Napoli, Campobasso... In molti casi la popolazione è insorta e ha costretto l’amministrazione a recedere, ma resta il fatto che tanti amministratori locali, di fronte al problema dei senza tetto, non abbiano trovato di meglio che cercare di allontanarli...».

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Pavimentazione con le borchie 

Come spingere la polvere sotto il tappeto. Ma qui stiamo parlando di persone, e di un problema che le ondate migratorie tendono a rendere sempre più grave e che richiederebbe una strategia di ampio respiro e di lungo termine. «Ci vorrebbe una strategia nazionale di lotta alla povertà», nota Alessandro Pezzoni, referente di Caritas Ambrosiana per la grave emarginazione. «Come quella intrapresa da alcuni Paesi nordeuropei, che riescono ad affrontare il problema con misure efficaci quali il reddito minimo, peraltro vincolato alla disponibilità delle persone ad accettare i percorsi formativi e lavorativi che siano loro offerti e che, per esempio, possono essere di pubblica utilità. In Italia questo manca ma vi sono altre iniziative, spesso dipendenti dal volontariato. Vi sono centri di accoglienza gestiti sia dalle amministrazioni comunali, sia da Caritas o da altri organismi. Un modello innovativo ed efficace, soprattutto per le persone senza dimora in strada, sarebbe quello che va sotto il nome di “housing first”: anziché accompagnare i senzatetto in un lungo percorso progressivo che va dalla prima accoglienza ai diversi centri volti all’inserimento sociale, fornire loro subito un alloggio, con un supporto educativo. Si tratta di una politica già sperimentata negli Stati Uniti e più recentemente adottata anche da alcuni Paesi europei, come il Portogallo. Con ottimi risultati: una volta che la persona sente di essere responsabile del proprio ambiente di vita, il (re)inserimento nella società diventa più semplice e rapido».

Anziché cercare di allontanare i senzatetto, accoglierli in abitazioni ben studiate: piccole ma di valore architettonico. Un esempio è quello degli Star Apartments completati recentemente a Los Angeles su progetto di Michael Maltzan Architecture. In centro città, su un lotto che ospitava attività commerciali in edifici a un solo livello, è stato costruito un complesso prefabbricato di 102 appartamentini, disposto su sei livelli. Al piano terra restano le attività commerciali, al primo piano sta un ampio loggiato con un centro di assistenza medica, specie di piazza sopraelevata e, sopra questa, gli appartamenti. Il tutto disegnato con un sistema di sporti e rientranze composto con unità identiche – tipo i mattoncini di Lego – che offrono un’immagine elegante di leggerezza pur nella semplicità costruttiva. Gli Star Apartments sono gestiti da Skid Row Housing Trust, un organismo privato (ve ne sono molti altri simili negli Usa) che da anni si occupa di centri di questo tipo. Sono finanziati da fondi pubblici e privati, secondo la logica del profitto – per strano che possa apparire. Si è calcolato che i senzatetto si ammalano frequentemente e inevitabilmente ricorrono al pronto soccorso, il cui costo cumulativo per la società diventa molto elevato. Chi vive in una casa invece è meno soggetto a infortuni e infezioni, e più disponibile a entrare nel circuito lavorativo: in pratica, costa meno alla comunità. E, non solo, può divenire un cittadino produttivo.

In pratica l’“architettura ostile”, lungi dal risolvere il problema, semmai l’aggravia. Mentre trovare il sistema per dare case a tutti può dar adito a opere architettoniche significative non solo per l’estetica della città, ma anche – soprattutto – per il suo benessere spirituale.

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