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Heidegger senza senso di colpa
Giovanni Reale e Dario Antiseri
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Sull’adesione di Heidegger al nazismo, sugli atti del suo anno di rettorato, sul lungo processo di "epurazione" che egli subì dopo la guerra, sui rapporti con il suo maestro Husserl, con Jaspers e Hannah Arendt, sul suo distacco dalla Chiesa cattolica, sulle giustificazioni del suo operato esposte nell’intervista postuma molto è stato scritto. Indubbiamente, se ci sono ragioni che militano contro la tesi di quei detrattori di Heidegger per i quali la sua filosofia sarebbe puro e semplice nazismo, non può però non suscitare le più serie perplessità il fatto che le sue idee non gli furono di ostacolo all’accettazione della concezione nazionalsocialista della vita e dello Stato.

«Come è possibile che un ignorante come Hitler possa governare la Germania?» – questo chiedeva, angosciato, Karl Jaspers a Heidegger nel giugno del 1933. Ed ecco quale fu la risposta di Heidegger: «La cultura è del tutto indifferente […]. Basta guardare le sue meravigliose mani!». E che non si tratti di un obiter dictum lo si può constatare leggendo quel che Heidegger – il 3 novembre 1933, in occasione del referendum popolare per l’uscita della Germania dalla Società delle Nazioni – scrisse nel suo Appello agli studenti tedeschi: «Studenti tedeschi! La rivoluzione nazionalsocialista comporta il completo sconvolgimento del nostro Esserci (Dasein) tedesco […].

Che le regole del vostro essere non siano né formule dottrinali né "idee". Il Führer stesso, e lui solo, è la realtà tedesca di oggi, ma è anche la realtà del domani e la sua legge […]. Heil Hitler! Martin Heidegger, Rettore». Una settimana dopo, il 10 novembre, così Heidegger concludeva il suo Appello ai tedeschi: «Il 12 novembre l’intero popolo tedesco va a scegliere il proprio futuro.

Esso è legato al Führer. Il popolo non può scegliere questo futuro votando sì sulla base di sedicenti “considerazioni” di politica estera, senza includere in questo sì anche il Führer e il movimento a lui incondizionatamente connesso. Non esistono la politica estera da un lato e la politica interna dall’altro. Esiste solo quest’unica volontà della piena esistenza dello Stato. Il Führer ha risvegliato completamente questa volontà nell’intero popolo fondendola poi in un’unica decisione». Il 3 marzo 1933 – due giorni prima dell’elezione del Reichstag, Heidegger aveva donato con dedica alla famiglia dello storico dell’arte Hans Jantzen il libro di M.H. Sommerfedt: Hermann Göring. Un profilo biografico.

Il 21 aprile, sempre nel 1933, Heidegger viene eletto rettore dell’Università di Friburgo. Il 1° maggio entra, in modo "teatrale", nel Partito nazionalsocialista. E quando Robert Wagner, responsabile della deportazione degli oppositori nel campo di concentramento di Heuberg, nelle vicinanze di Friburgo, viene nominato, ai primi di maggio, governatore del Reich, Heidegger gli invia le sue calorose congratulazioni: «Lietissimo per la sua nomina a governatore del Reich, il Rettore dell’Università di Friburgo di Brisgovia saluta il duce di questa terra di confine con un combattivo Sieg Heil».
 
L’autoaffermazione dell’Università tedesca è il titolo del discorso che Heidegger tenne il 27 maggio in occasione dell’assunzione della carica di rettore. Dopo la sua elezione a rettore, Heidegger introduce di fatto, esautorando il Senato accademico, il "principio del Führer" nell’Università di Friburgo, ancor prima che esso, il 21 agosto 1933, venisse ufficialmente stabilito dalla riforma universitaria del Baden: «Il Rettore è il Führer dell’Università, a lui spettano tutti i diritti del Senato accademico (ristretto e allargato) come esso è stato finora. Egli viene nominato dal Ministro del Culto, dell’Istruzione e della Giustizia che lo sceglie dal novero dei Professori ordinari e da lui gli viene fatto prestare giuramento».

Per le vacanze natalizie del 1933 Heidegger invia un messaggio di ammonizione ai docenti, in cui afferma che «il fondamento determinante e il fine da raggiungere», sin dal primo giorno del suo rettorato, è «la radicale trasformazione dell’educazione scientifica a partire dalle forze e dalle esigenze dello Stato nazionalsocialista […]. Il singolo, quale che sia la sua posizione, non vale niente. Il destino del nostro popolo nel suo Stato vale tutto».

È chiaro che non ci può essere una prospettiva più antiliberale di questa. Ma il destino volle che, a guerra finita, fossero proprio intellettuali liberali a processare Heidegger. In realtà, nella Friburgo occupata dai francesi, l’Università tenta di mostrare di essere in grado di epurare autonomamente i propri docenti.

L’amministrazione militare francese si rifiuta però di riconoscere, almeno per il momento, l’Università come corpo indipendente, e forma una commissione di epurazione che, con il compito di condurre le indagini, rappresentasse l’Università presso il governo militare. E tra i membri più influenti del periodo post-bellico nel Baden furono esattamente gli esponenti della Scuola di Friburgo, e cioè gli economisti Walter Eucken, Constantin von Dietze, Adolf Lampe e il giurista Franz Böhm. E con loro lo storico Gerhard Ritter. Ritter, von Dietze e Lampe – legati a Dietrich Bonhoeffer – erano stati imprigionati a Berlino in seguito all’attentato del 20 luglio 1944 contro Hitler. Liberati dall’Armata rossa, e rientrati a Friburgo, costituirono il nucleo centrale della "Commissione di epurazione" voluta dall’amministrazione occupante francese.

Presidente di questa Commissione venne nominato Constantin von Dietze, una figura di altissimo spessore morale, già arrestato nel 1937 quale antinazista della Chiesa confessante. Della Commissione fecero parte anche il teologo Artur Allgeier e il botanico Friedrich Oehlkers, un amico di Karl Jaspers che, al pari di Jaspers, aveva sposato una ebrea, e che, per questo motivo aveva passato anni tra intimidazioni e angosce. Quale consulente legale della Commissione venne scelto Franz Böhm. Per lungo tempo, per sei anni, si protrasse il processo a Heidegger. In ogni caso, già subito, il 23 luglio 1945, egli dovette rispondere per la prima volta davanti alla Commissione.
E l’avversario più temibile per lui fu Adolf Lampe, al quale Heidegger nel 1934 aveva negato, per motivi di inaffidabilità politica, il prolungamento della supplenza dell’insegnamento di economia politica. Lampe smonta, punto su punto, l’autodifesa di Heidegger. Gli rimprovera di aver indottrinato gli studenti a favore del nazionalsocialismo e di aver applicato il Führerprinzip all’Università in modo così deciso da annullare del tutto l’autonomia amministrativa e accademica dell’Università. Böhm si schiera dalla parte di Lampe. Ricorda che Heidegger aveva imposto i suoi ordini «con fanatica e terroristica intolleranza»; richiama alla memoria il saccheggio della sede dell’Associazione studentesca ebraica e il manifesto affisso sulle pareti dell’Università che invitava a denunciare gli studenti comunisti; e scrive di «provare profonda amarezza per il fatto che uno dei maggiori responsabili intellettuali del tradimento politico compiuto ai danni delle Università tedesche, un uomo che nel momento decisivo, trovandosi nel ruolo eminente di una grande Università tedesca di confine, aveva a voce alta e con intollerante fanatismo girato dalla parte sbagliata il timone politico e predicato perverse eresie».

Per tutto ciò, Böhm dichiarò che si sarebbe dimesso da prorettore se Heidegger fosse stato reintegrato o anche nominato professore emerito. Quel che in Lampe provocò profondo sdegno morale fu l’assenza da parte di Heidegger di qualsiasi senso di colpa. Un atteggiamento, questo, che Heidegger non mutò, sostanzialmente, sino alla fine. Ecco un ricordo di Rudolf Bultmann, con il quale Heidegger si reincontra a guerra finita:«“Ora – disse Bultmann a Heidegger – devi ritrattare per iscritto come fece sant’Agostino, non come ultima risorsa, ma per amore della verità del tuo pensiero”.

A quel punto il volto di Heidegger divenne come pietra. Si allontanò senza dire una parola». Come Bultmann, anche Jaspers aveva cercato e sperato di ottenere una ritrattazione da parte di Heidegger, ma alla fine dovette arrendersi: «Non riesce a cogliere la profondità del suo errore di un tempo: per questo non c’è in lui autentica trasformazione, ma piuttosto un gioco di proiezioni e di occultamenti». È proprio vero e non va dimenticato che: grandi uomini possono fare grandi errori.
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