Passa a livello superiore
Accesso
Cultura
LIBRO INTERVISTA
Il cardinale Ruini: trovare Dio,
scommessa della ragione
Andrea Galli
  • facebook
  • twitter
  • google +
  • segnala ad un amico
    mail
  • font
  • stampa quest'articolo
    print
BANNER_AVVENIRE_NEW.gif
2014focsivnew.gif

Pubblichiamo in questa pagina due estratti dal libro «Intervista su Dio. Le parole della fede, il cammino della ragione» (Mondadori, pagine 300, euro 18,50) scritto dal cardinale Camillo Ruini con Andrea Galli, giornalista di "Avvenire". Un viaggio speculativo sulle tracce di Dio, tra scienza, storia e cultura. «Dedicare la nostra intelligenza alla ricerca di Dio», spiega Ruini nel capitolo introduttivo, «non è l’unico modo per trovarlo, e nemmeno il più importante. È però un aspetto da cui non si può prescindere, se non vogliamo creare una frattura in noi stessi, per la quale con il desiderio del cuore possiamo essere credenti, ma l’intelligenza non sa il perché, o addirittura è convinta che di Dio non si possa sapere nulla, e forse non ci sia».

«Indossai la tonaca, cosciente
delle sfide del mondo moderno»
La sua fede ha anche un’origine concreta? Viene in qualche modo dall’ambiente familiare, parrocchiale o è l’esito di un percorso strettamente personale?

«Se devo scegliere tra queste tre alternative, rispondo che viene principalmente da un processo personale. L’ambiente familiare, infatti, era vario, andando dal nonno materno e soprattutto dalle sue sorelle che erano profondamente credenti fino ad altri parenti che si dichiaravano atei, mentre i miei genitori atei di certo non erano, ma nemmeno molto praticanti e comunque non troppo preoccupati della mia formazione religiosa. La parrocchia, poi, ho cominciato a frequentarla sul serio solo quando, un paio d’anni prima di conseguire la licenza liceale ed entrare in seminario, Dio era già l’interesse crescente della mia vita. L’espressione "percorso personale" mi convince però solo fino a un certo punto. Vedo infatti nel mio passato non tanto un percorso quanto un paio di scelte di fondo, che ho trovato dentro di me senza che, anche oggi, possa spiegarmi la loro origine. La prima è la scelta di credere in Dio: una scelta e al tempo stesso una forte convinzione. La seconda è la scelta di diventare sacerdote. Si parla spesso di cammino vocazionale e si insiste giustamente sulla sua importanza. Personalmente però devo dire di non aver fatto alcun cammino specifico: semplicemente, a un certo punto, quando si trattava di decidere a quale facoltà universitaria iscriversi, e il mio confessore, don Dino Carretti, buttò là con molta discrezione e quasi con timore l’idea che una strada poteva essere anche il sacerdozio, io arrivai in pochi giorni a questa decisione, tanto che lo stesso don Dino mi esortò alla prudenza. Io però vedevo nel sacerdozio il modo più concreto di porre Dio al centro della mia vita. Quando manifestai questa intenzione ai miei genitori trovai un’opposizione forte e accorata, condivisa da quasi tutte le persone che conoscevo. Mi resi conto dunque che, andando avanti in questa scelta, avrei procurato un grande dolore a coloro a cui volevo più bene, eppure tre mesi dopo l’esame di maturità, nell’ottobre 1949, entravo in seminario al Collegio Capranica di Roma, con l’animo travagliato ma senza esitare».

C’è stato un momento o un’esperienza negli anni della sua formazione in cui ha percepito con evidenza l’esistenza di Dio?
«Un momento speciale di questo genere proprio non c'è stato. Ho conosciuto invece un coltivatore diretto di Sassuolo, cliente di mio padre che era medico, che volle raccontarmi riservatamente una sua esperienza di questo tipo, avuta quando era militare in Grecia: esperienza che ha inciso profondamente sulla sua vita, facendogli superare le incertezze che aveva riguardo alla fede, ma che egli stesso diceva di non saper descrivere. Tornando a me, non l’"evidenza" - parola che riguardo a Dio e alla fede in lui non mi sembra da usare, a meno di aver ricevuto un dono davvero speciale -, ma una certezza più forte e più intima l’ho avuta diverse volte, di solito nei momenti di preghiera, come ho già accennato, e qualche volta anche in altre occasioni, come di fronte a dure prove, o anche per una via più "intellettuale", quando l’esistenza e la presenza di Dio emergono, spesso improvvisamente, mentre sto riflettendo su qualche problema».

Essere stato ragazzo durante la guerra e nel cuore di quell’Emilia rossa dove non e mancato l’anticlericalismo violento ha segnato in qualche modo il suo rapporto con Dio?
«Penso di sì, anche se è un influsso difficile da precisare. Ho vissuto quegli anni con crescente partecipazione e coinvolgimento personale, culminati nella campagna elettorale del 1948, e anche con un po’ di incoscienza giovanile. Già allora mi rendevo conto che la lotta politica e qualcosa di diverso dalla fede, ma sapevo bene che, di fatto, il comunismo rappresentava, a livello locale ma anche internazionale, una minaccia molto seria per la Chiesa e un tentativo di sradicare la fede. Perciò il rapporto con Dio che cercavo di avere e di testimoniare mi portava spontaneamente a partecipare alla resistenza al comunismo, e a sua volta proprio questo impegno probabilmente mi rafforzava nella fede, anche se altrettanto probabilmente non era il terreno più fecondo per allargare il cuore all’amore verso tutti, compresi i nemici».

 



«Caro Mancuso, conoscere Dio
con la ragione non è un bizantinismo»
Le giro un’obiezione che le ha fatto a questo riguardo Vito Mancuso, nel suo libro «Io e Dio»: dire che la conoscenza razionale di Dio è possibile mentre non sappiamo se sia anche “attuale”, ovvero non sappiamo se si sia mai verificata realmente in alcun essere umano, non e un bizantinismo per mettere da parte un punto del magistero senza dirlo apertamente?
«Ho letto con interesse le pagine in cui Vito Mancuso critica quanto da me proposto nel dicembre 2009, in una relazione intitolata Le vie di Dio nella ragione contemporanea.

Mi limito, qui, all’obiezione specifica a cui lei fa riferimento. La tesi di Mancuso e che “l’esistenza di Dio è per definizione inattingibile dalla mente umana” e al riguardo egli non vede in me tanto un avversario quanto piuttosto qualcuno che ha in fondo una posizione non troppo lontana dalla sua, ma preferisce non manifestarla chiaramente, per non discostarsi in maniera esplicita dall’insegnamento ufficiale della Chiesa. In questo contesto Mancuso ritiene un “bizantinismo” l’affermare la possibilità della conoscenza razionale dell’esistenza di Dio precisando che non e detto che tale possibilità si sia mai realizzata di fatto senza l’aiuto della grazia. Potrei limitarmi a precisare che questo presunto bizantinismo e in realtà l’interpretazione che viene data comunemente del pronunciamento del Concilio Vaticano I, sulla base dei più seri studi sull’argomento. Già i miei insegnanti alla Gregoriana, agli inizi degli anni Cinquanta, erano concordi in questa interpretazione, pur non nutrendo dubbi o riserve sulla conoscibilità naturale di Dio.

Al di là della difesa della mia posizione, quel che importa è chiarire la sostanza del problema, superando i fraintendimenti. Il motivo per il quale il magistero della Chiesa si è limitato ad affermare la possibilità della conoscenza di Dio con le sole forze della nostra natura, senza affermare anche il fatto di questa conoscenza, non è una perplessità o riserva sulla validità oggettiva di tale conoscenza: la nostra capacità di arrivare razionalmente a Dio è infatti, per l’insegnamento del magistero, qualcosa di essenziale e non rinunciabile. La ragione per la quale il magistero afferma solo la possibilità è invece quella di non mettere limiti all’azione illuminatrice e salvifica della grazia di Dio: come si potrebbe escludere, infatti, ogni volta che l’intelligenza dell’uomo si apre a Dio, un intervento divino che illumini dal di dentro la nostra intelligenza, muova la volontà, apra il cuore a credere in Dio? Perciò il magistero della Chiesa, che si preoccupa di distinguere sistematicamente tra la natura e la grazia, si limita ad affermare la possibilità, per la sola ragione, di conoscere Dio, senza pronunciarsi su una conoscenza solamente razionale che avvenga di fatto senza l’intervento della grazia. San Paolo invece, che non ha una tale preoccupazione, afferma tranquillamente e giustamente che gli uomini di fatto hanno conosciuto Dio a partire dalle creature, senza escludere che Dio sia intervenuto a illuminarli.

Aggiungo che, come san Paolo collega la retta conoscenza di Dio al comportamento morale, così il magistero si premura di precisare che, in concreto, il realizzarsi della possibilità di conoscere Dio incontra molte difficoltà, per motivi legati alla condizione umana nel mondo e in particolare per ragioni di ordine morale, cioè per la spinta in senso contrario che il peccato esercita in noi. Vi è dunque, per san Paolo come per il magistero della Chiesa, un legame tra la conoscenza razionale di Dio e il nostro coinvolgimento esistenziale con lui».

 

© riproduzione riservata
segnala ad un amico stampa quest'articolo