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Caso Moro, ferita aperta o riconciliazione?
Angelo Picariello
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All’indomani della divulgazione di una drammatica lettera dalla prigionia di Aldo Moro al ministro dell’Interno Francesco Cossiga, la gestione del sequestro dello statista dc registrò il pesante ingresso degli Stati Uniti. È la lettera nella quale Moro si dice sottoposto a un «processo popolare», in un «dominio pieno e incontrollato», col rischio di essere «indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa». Scatta l’allarme. Viene catapultato a Roma un esperto del Dipartimento di Stato americano, Steve Pieczenik, che nel ruolo di consulente speciale del Viminale da lì in poi avrebbe di fatto imposto la linea al governo italiano e alla Dc. È lo snodo cruciale nella ricostruzione di quei terribili 55 giorni nell’ultimo libro di Sergio Flamigni, Patto di omertà (Kaos, pagine 298, euro 18,00). «Pieczenik - scrive l’ex senatore comunista - convinse Cossiga e Andreotti che il prigioniero era affetto dalla sindrome di Stoccolma ed era diventato psicologicamente dipendente dai suoi carcerieri, per cui era necessario declassarlo a figura non più essenziale della vita politica italiana».


L’avversione degli Usa per la linea politica di Moro del dialogo col Pci, al fine di porre le basi per una fisiologica alternanza democratica in Italia, era d’altronde nota da tempo, emersa in modo plateale già nel settembre 1974, nel corso di un viaggio negli Usa in cui Moro, al tempo ministro degli Esteri, accompagnò il presidente della Repubblica Giovanni Leone e dovette affrontare un difficilissimo faccia a faccia col potente segretario di Stato americano Henry Kissinger, in cui tutte le avversioni per la sua impostazione (dallo "sdoganamento" del Pci, alla politica filo araba in Medio Oriente), vennero fuori in modo ruvido. Perplessità e timori destinati ad accrescersi dopo l’ulteriore avanzata del Pci, giunto a un passo dal sorpasso nella tornata regionale e amministrativa del 1975. Ma questo non impedirà tre anni dopo di promuovere, proprio nei giorni antecedenti l’agguato di via Fani, un governo di larghe intese, si direbbe oggi (di "compromesso storico", si disse allora) rivendicando per l’Italia una «libertà di manovra politica» dalle due grandi potenze, come Moro scrisse in un articolo del gennaio 1978, due mesi prima del sequestro.



Ma se Flamigni torna sul caso, varcata la soglia dei 90 anni, con il nono libro in tema - lo spiega lui stesso - è per la soddisfazione con cui ha appreso della scelta del Parlamento, dopo tanti anni, di dar vita alla sesta commissione di indagine sul più tragico evento della vita repubblicana. Componente, da senatore, della prima Commissione Moro (che operò dal 1979 al 1983) Flamigni nella sua testarda opera di ricognizione sulla vicenda si è visto piovere addosso accuse di ogni tipo, «da paranoico complottista fino a quello di speculatore», ricorda il senatore del Pd Miguel Gotor, che ha percorso la strada in senso opposto, da storico passato all’impegno politico. L’archivio di Flamigni politico - invece - prestato alla ricerca storica, è divenuto un patrimonio prezioso per chiunque intenda approfondire il caso. Mentre nuovi studi ed eventi sono in programma, quest’anno, nel centenario della nascita di Moro.


Autore di due importanti volumi sulle lettere e sul memoriale di Moro, Gotor è oggi componente della sesta Commissione Moro presieduta dal deputato del Pd Giuseppe Fioroni. «Flamigni le sue rivincite se l’era già prese - riconosce Gotor -, con la venuta alla luce del cosiddetto quarto uomo (il quarto carceriere di Moro, Germano Maccari, arrestato nel 1993) e con il ritrovo nel covo di via Monte Nevoso delle carte del memoriale, nascoste dietro un termosifone, nel 1990, dopo anni che Flamigni ne parlava insistentemente. Ma si vede - conclude - che la politica ha dettato i suoi tempi anche alle indagini».



Caduto il Muro, venuta meno la logica dei blocchi era venuto a cadere quel «patto di omertà» che, secondo la tesi-Flamigni, avrebbe indotto le Br, la politica e la stessa magistratura a sancire una verità "di comodo", in linea con la ragion di Stato. Nel mirino dell’ex senatore comunista finisce il memoriale dei br Morucci e Faranda nella versione raccolta e pubblicata nel 1991 dall’ex direttore del quotidiano della Dc “Il Popolo”, Remigio Cavedon, che l’ex senatore del Pci prova a demolire punto per punto. Peccato che il suo antagonista non possa da tempo incrociare la spada. Cavedon, giornalista veneto vicino all’ex ministro dell’Interno Mariano Rumor, è infatti scomparso nel 1999 a soli 64 anni. Scomparsi anche i principali destinatari dell’invettiva di Flamigni, Andreotti e Cossiga, quest’ultimo doppiamente nel suo mirino essendo poi stato il destinatario diretto - da presidente della Repubblica - del lavoro di Cavedon, solo dopo mesi trasmesso all’autorità giudiziaria.


Un giornalista democristiano e un senatore comunista in giro per le carceri a colloquio con i reduci della lotta armata alla ricerca della verità sul caso Moro. O con l’intento di coprirla in nome della ragion di Stato, secondo l’accusa di Flamigni a Cavedon.
Intanto, alla guida della nuova Commissione istituita nel 2014 per lavorare su un immenso malloppone di carte (mezzo milione di pagine, si calcola) e ascoltare nuove testimonianze ci è finito un fiero ex dc come Giuseppe Fioroni.


Non c’è solo da precisare il ruolo svolto dai Servizi, dalla Cia, e dai vertici della Sicurezza (tutti o quasi, al tempo, affiliati alla P2) in una gestione del rapimento che fece poco, e male, per impedire la soppressione del "prigioniero politico". Flamigni si spinge a ventilare che la genesi stessa del rapimento possa essere stata etero-diretta da esponenti della destra eversiva con l’intento di eliminare lo statista che teorizzava l’ingresso del Pci nelle stanze del potere, con le Br ridotte - più o meno consapevolmente - al ruolo di mera "manovalanza". La Commissione va avanti senza escludere nulla. «Di certo è un risultato mai raggiunto prima che la relazione sul primo anno di lavori sia stata approvata all’unanimità», spiega Fioroni. Effetto anche dell’uscita di scena dei due grandi partiti della Prima repubblica, uniti al tempo dalla linea della fermezza che bloccò ogni trattativa in grado di favorire il rilascio dell’ostaggio. Spunta ora anche l’inquietante presenza in via Fani di un uomo della ’ndrangheta (Antonio Nirta) confidente di uomini della Sicurezza, davanti alle insegne del bar Olivetti, il cui proprietario risultò al centro a sua volta di mille traffici e intrighi ad alto livello. «Non possiamo anticipare conclusioni - spiega Fioroni - ma certo ci sono tante incongruenze su cui si sarebbe dovuto indagare, e sin qui non era mai stato fatto».



Ma fra gli storici c’è chi resta molto cauto: «A 38 anni dalla morte di Moro non sono emersi documenti né testimonianze di persone coinvolte in questa vicenda, sia italiane sia straniere, che avallino l’ipotesi di una regia internazionale del sequestro», dice Agostino Giovagnoli, autore nel 2009 di un volume per Il Mulino, Il caso Moro, una tragedia repubblicana. «Sappiamo che ci sono state interferenze di segno opposto, da parte dei servizi segreti ungheresi, come anche da parte americana. Tentativi da parte di vari soggetti internazionali di "utilizzare" il caso Moro. Ma questo non porta a ritenere che nella genesi o nella gestione del sequestro ci sia stata una regia di cui i brigatisti siano stati meri esecutori».


Giovagnoli quindi, «pur senza dismettere la ricerca della verità, pronti ad accogliere nuovi elementi di conoscenza» ritiene poco credibile che «caduto il muro di Berlino, venute meno le divisioni ideologiche della Guerra Fredda e dopo l’enorme evoluzione subita dalla politica italiana, possano esserci ancora verità fondamentali non venute alla luce». In ogni caso, conclude, «è ora importante procedere verso una ricomposizione di questa grande frattura che ha attraversato la società italiana, ed è bene che  questo cammino - che coinvolge vittime ed "ex" della lotta armata - non sia ostacolato da un accanimento su ipotesi tuttora prive di consistenza».
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