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Tournier, cantastorie del mistero
DANIELE ZAPPALÀ
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«Non rilascio più interviste. Ma aspetti, posso leggerle una storia che ho appena scritto». Detto fatto. Al telefono, con gran stupore dell’interlocutore, Michel Tournier lesse per intero, con voce ruvida, un breve racconto sulla meraviglia di un vecchio contadino che per la prima volta in vita sua, in epoca medievale, scopre i più minuti dettagli del proprio viso, dopo aver trovato per caso uno specchio. Anche fuori dalle sue opere, o nel vasto limbo fra ciò che raccontava e ciò che viveva, l’imprevedibilità e una contagiosa generosità erano inscindibili nel genio del grande narratore francese, scomparso lunedì sera a 91 anni nella “sua canonica” di Choisel, fra i boschi cosparsi di castelli nelle vicinanze di Versailles, dove viveva dal 1957. 


«Un grande scrittore, uno scrittore europeo, la cui opera ha attraversato il XX secolo e segnato la storia della letteratura». Così l’ha ricordato ieri il presidente socialista François Hollande, sottolineando «l’immenso talento» dell’autore di romanzi considerati non solo in Francia come «classici contemporanei». I primi furono Venerdì o il limbo del Pacifico (1967), Il re degli ontani( 1970), Le meteore( 1975), quest’ultimo uscito in Italia per Garzanti nella traduzione di Maria Luisa Spaziani. La trilogia produsse un autentico scossone nelle lettere transalpine, per la limpidezza narrativa e la ricercatezza linguistica di Tournier, assieme alla profondità degli interrogativi primordiali instillati fra le righe da questo docente di filosofia mancato, amaramente ferito in gioventù dalla bocciatura all’esame a cattedra dell’agrégation. Con la seconda opera, centrò il prestigioso Goncourt, prima di essere ammesso nel cenacolo chiamato a eleggere i futuri vincitori. Se n’è andato nel suo mese preferito, quello dell’Epifania, che Tournier aveva voluto raccontare a suo modo, cambiando il punto di vista, in Gaspare, Melchiorre e Baldassare (1980), tradotto per Garzanti sempre dalla Spaziani. 


«È il mio libro cristiano e per me è il migliore », aveva confessato una decina d’anni fa rilasciando un’intervista ad “Avvenire”. Sul camino della dimora con vasto giardino già del curato del villaggio, addossata proprio alla chiesetta di Choisel, Tournier aveva esposto la Natività del Perugino. L’amava molto e l’additava, conversando, come una sorta di prova: «Mi dica, conosce per caso una storia più bella?». Varcare la soglia della “canonica” significava pure essere travolti da una valanga di aneddoti, che Tournier raccontava con supremo gusto: «Un giorno, a due passi da qui, nel campo sportivo, si posò un elicottero. Il presidente Mitterrand era venuto a trovarmi».


Fin dagli anni Ottanta, molti critici rimproveravano a Tournier di aver abbandonato “l’ambizione” delle prime opere per dedicare gran parte del tempo a narrazioni per ragazzi. E c’è chi sostiene che proprio questo gli sia costato il Nobel, per il quale è stato spesso citato. Ma raccontare storie anche dal vivo, soprattutto davanti alle scolaresche, in Francia e persino in altri Paesi francofoni, era divenuta col tempo per Tournier una tentazione irresistibile. Del resto, parlava spesso di questo piacere da “cantastorie” che calamita gli occhi di bambini e ragazzi.


Un amore ripagato: Venerdì o la vita selvaggia, adattamento semplificato del suo romanzo d’esordio (ispirato al classico di Daniel Defoe), è stato presto incluso nei programmi scolastici francesi. E anche grazie a decine di traduzioni (in Italia, per Mondadori), se ne sarebbero venduti circa 7 milioni di esemplari nel mondo. Fra le opere francofone per ragazzi, solo Il Piccolo Principe ha fatto meglio. In questo campo, da lettore, il grande narratore confessava il proprio debole per Verne. «Allievo di Zola» autoproclamato, Tournier ha spesso elogiato l’ideale naturalista, ma la dimensione mitologica, mistica o onirica hanno finito quasi sempre per prevalere nelle sue opere. 


Non a caso, considerava I tre racconti di Flaubert ( Un cuore semplice, La leggenda di San Giuliano Ospitaliere, Erodiade) come “l’apice assoluto” della letteratura francese. E nella prefazione a questo classico scritta per Gallimard, aveva evocato l’ideale cristiano senza troppi veli affabulatori, sostenendo in chiusura che «la presenza di Dio è il tratto comune dei tre racconti, pur molto diversi, e che il paradosso divino, come direbbe Hegel, consiste nella riconciliazione della necessità e della libertà ». Il grande «collezionista di miti» (come l’ha definito ieri “le Figaro”), che fu pure un «pilastro della vita letteraria» parigina (“Le Monde”), era a livello personale un credente poco incline a parlare di religiosità. Ma le sue prese di posizione contro l’aborto fecero molto rumore negli anni Settanta, quando sostenne persino che gli «abortisti sono i figli e i nipoti di Auschwitz».


Ai propri visitatori, assieme a qualche libro, consegnava una bella foto in bianco e nero che lo ritraeva a mani giunte. La dimensione europea dello scrittore era legata soprattutto alla sua formazione come germanista figlio di germanisti. Perfezionatosi a Tubinga, poi traduttore di classici tedeschi, ha pure intrattenuto un’intensa e toccante corrispondenza con il proprio traduttore tedesco, appena pubblicata in Francia. «Smodata» era pure la sua passione per Bach e per Kant, del quale si vantava spesso di possedere l’opera completa in tedesco.
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