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I brutti e cattivi di Tarantino
LUCA PELLEGRINI
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La Guerra Civile aveva spazzato via centinaia di migliaia di vite. Gli schiavi arrancavano verso la libertà, mercenari e disertori si muovevano impuniti, l’odio tra confederati e unionisti certamente non s’era placato, campi e colline d’America erano ancora imbrattate di sangue e faticosamente la Nazione, che sarebbe diventata poi una potenza, tentava di darsi una forma, delle leggi e i principi di una nuova, difficile convivenza.


Il campionario umano che Quentin Tarantino adesca per il suo nuovo film, The Hateful Eight – il suo ottavo, dichiarazione con cui si aprono i titoli di testa, già in sala negli Stati Uniti mentre in Italia arriverà il prossimo 4 febbraio – è partorito da quei fatti crudi e sanguinari. In modo altrettanto crudo e sanguinario questi otto protagonisti – odiosi o pieni di odio, come è possibile tradurre l’aggettivo hateful – sono immersi in un dramma claustrofobico ed estremo, che si svolge a qualche anno dalla fine della guerra, costruito su una sceneggiatura impeccabile, in cui la pietà non fa mai breccia, i comportamenti sono mossi dalla vendetta e dalla connaturale propensione al tradimento, in cui non esiste alcun baricentro morale che detta le scelte, alcuno spiraglio di luce se non quella algida che si intravede specchiata sui manti intatti di neve.


In questa specie di deserto bianco del Wyoming, battuto da una terribile, incessante tormenta, si trova l’emporio di Minnie, una baracca di legno che dentro appare calda e accogliente, mentre diventerà un teatro dell’assurdo, ricoperto di cadaveri e sangue. Vi trovano rifugio il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell), Daisy Domergue ( Jennifer Jason Leigh, una maschera ferina e ghignante, bravissima), che lui sta portando alla città di Red Rock per essere impiccata, tenuta incatenata e picchiata con brutale frequenza, il maggiore di colore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), ex schiavo e soldato dell’Unione – al quale tutti si rivolgono con l’epiteto dispregiativo di nigger, negro – che non ha pudore nel disquisire di giustizia, mentre racconta con soddisfazione e particolari le violenze e umiliazioni di cui è stato autore e mette facilmente mano alla pistola per far saltare teste e budella, e Chris Mannix ( Walton Goggins), un rinnegato del Sud, loquacissimo, un fantoccio che sostiene essere il nuovo sceriffo della zona.


Li aspettano, dentro la baita, gli altri quattro, che soltanto alla fine sapremo chi sono e perché stanno lì, dando al film di Tarantino quello spessore misterioso e imprevedibile che la sua impeccabile regia asseconda, rispettando però tutti i codici del film western e quelli della sua estetica grottesca: Bob “il Messicano” (Demian Bichir), che si mette a suonare al pianoforte Stille Nacht con sole due dita, mentre qualcosa di terribile accade («nel corso di quella magnifica riunione all’inferno che diventa proprio quel piccolo rifugio in mezzo alla tempesta, dove niente è come sembra», precisa), Oswaldo Mobray ( Tim Roth), un pacato, elegante boia affabulatore, il mandriano Joe Gage (Michael Madsen) e il Generale confederato Sanford Smithers (Bruce Dern), icona di un mondo sgretolato. Mentre altri, tra i quali il bandito Jody (Channing Tatum), appariranno poi, per spiegare l’epilogo brutale e nichilista.


E dando la possibilità di incorniciare l’unico frammento di solidarietà e affetto, prima che l’odio, frammentandogli invece la testa, travolga anche lui. Sarebbe riduttivo interpretare The Hateful Eight soltanto come l’omaggio di Tarantino a un genere che lui ha sempre dichiarato di ammirare, ossia quello legato all’epica western raccontata da Sergio Leone, ma anche Corbucci e Tessari – in questo caso, però, nessuno è buono, tutti sono brutti e cattivi e non c’è un vincitore che riesca a ripristinare la legalità –, così come rifiutarlo a priori perché imbevuto di violenza e di scene non sempre facili da sopportare, o leggerlo soltanto come una metafora, magari politica.


Non c’è dubbio che omaggio, violenza – ridicolmente eccessiva, esagerata come e più che nel precedente Django Unchained– e metafora ci siano, così come molta politica – nell’America si sparava ieri, quando si indossavano i cappelli da cowboy, e si continua a sparare oggi – , ma il lavoro sicuramente audace e provocatorio che l’osannato regista americano vi costruisce sopra è sorprendente e, come sempre, accuratissimo. Nei cinque capitoli in cui il film è suddiviso nulla è lasciato al caso, svelando a piccole dosi la verità che si fa spazio tra grandi dosi di sangue sparso da tutti, sparso ovunque.


Addirittura Tarantino, affezionato cultore della pellicola, riporta in auge – per i cinema che supportano questa tecnologia –, «il glorioso 70 mm – dichiara – in formato Ultra Panavision, scelto per mettere lo spettatore il più vicino possibile ai personaggi, dentro lo spazio ristretto di quella baita, invadendo così la loro intimità con grandi primi piani». In realtà, il primissimo piano che apre il film, uno dei momenti più spettacolari e suggestivi al quale dà un grandissimo contributo la musica di Ennio Morricone – che ha meritatamente ricevuto il suo terzo Golden Globe, dopo quelli ottenuti per The Mission e La leggenda del pianista sull’oceano, premio ritirato a suo nome da Tarantino –, è quello di un Crocifisso di legno, in parte ricoperto di neve, che a lungo osserva il vuoto, mentre in lontananza la diligenza con i primi quattro “odiosi” si sta facendo strada.


Unico sguardo compassionevole di tutto il film, affidato però ad una immagine senza vita che racchiude dentro di sé, al contrario di quelli che vivono e si ammazzano, il più alto grado di umanità. E non è un caso se quel volto immobile di Cristo ritorni prima che tutto sia definitivamente compiuto e ai nostri otto, che hanno manipolato concetti come amore, giustizia, amicizia e lealtà, si spalanchi dinanzi la voragine della morte, del nulla.


Come nulle, svuotate, appaiono le belle frasi che Abraham Lincoln ha vergato su una lettera fatta recapitare a Samuel Jackson, che lui gelosamente conserva e sulla quale gli altri, invece, sputano sprezzanti. Lì il Presidente che ha abolito la schiavitù – prima di essere fatto fuori pure lui nel palco del Ford’s Theatre di Washington – si dichiara pieno di fiducia nel futuro che attende radioso questa nuova America uscita dalla guerra e dall’ingiustizia, finalmente fondata sui principi dell’uguaglianza e della democrazia. Tarantino, sicuramente rischiando, accartoccia questi ideali in un grumo di carta e sangue che l’ultimo “odioso”, prima di soccombere e chiudere gli occhi, getta via con fare beffardo.
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