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Voci dal coro/3
Patriarchino, il canto della memoria
ALESSANDRO BELTRAMI
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Dall’Istria alle Dolomiti giù fino alle rive del lago di Como, c’era una volta il canto patriarchino. Un canto antico, dall’origine misteriosa, tramandato oralmente di generazione in generazione. E che veniva intonato nelle cattedrali come nelle cappelle di montagna. Un fossile, probabilmente, della gloriosa storia del patriarcato di Aquileia, diventato nei secoli espressione tra le più schiette della devozione popolare.


Oggi quasi estinto, attorno al patriarchino in Friuli si è costruita una rete di affetto e di sostegno, con una coscienza molto moderna del suo valore, storico e di fede: «Era un canto che riguardava le maggiori feste dell’anno liturgico, ma anche i riti esequiali, i vespri... Potremmo definirlo un canto dell’anima – spiega don Loris della Pietra, direttore dell’Ufficio liturgico della diocesi di Udine – , un canto commovente in senso profondo: che tocca le sfere dell’emozione. E un canto fortemente identitario». Il termine patriarchino è infatti di origine dotta. La gente in friulano dice “ cjant a la vecje“, ossia “canto all’antica”: «La sua sopravvivenza è consapevolezza dell’autonomia e dell’identità di questa terra. Non c’è nulla di tradizionalista, né spirito anticonciliare. C’è un uso tranquillo, sereno della lingua latina all’interno di liturgie in italiano o in friulano. A volte si trova la rivendicazione del patriarchino in chiave tradizionalista: ma questo è lontano dalla realtà». 


Sebbene sia in latino e i testi sono quelli della liturgia romana, questo canto ha poco o nulla a che fare con il gregoriano: «Il patrimonio melodico è indipendente – prosegue della Pietra – e in secondo luogo è polifonico: i cantori armonizzano le parti spontaneamente a due o tre voci. Esiste anche una ricca raccolta di canti affidati al solista, in particolare per le letture dell’ufficio. Oggi queste melodie talvolta vengono usate anche in lingua friulana e italiana, un tentativo valido perché non scompaiano». Il canto è sostenuto da un gruppo di “ cjantôrs di glesie”, il cui numero varia tra gli 8 e i 12 componenti. «Per tradizione i cantori, che si dispongono ai lati dell’altare sono maschi ma più recentemente si sono associate le donne, il cui compito è guidare l’assemblea».


Il patrimonio liturgico e musicale era comune. Il repertorio era omogeneo, ma valorizzato da varianti locali, sentite con orgoglio dalle comunità. Questa tradizione è oggi ridotta ad alcune isole: «In una manciata di centri in Carnia ci sono gruppi strutturati di cjantôrs – spiega don Loris – mentre in altri sopravvivono solo parti di repertorio. Le zone di montagna sono più conservative, ma il patriarchino si canta ancora anche a Marano Lagunare e un patrimonio consistente si registra a Grado e nella diocesi di Gorizia. Fuori dalla regione, frammenti importanti si individuano nel bellunese, come in Val di Zoldo. E ricca è l’area istriana». 


Un vero e proprio dialetto musicale dell’Italia nordorientale (negli Novanta a Varenna, sul lago di Como, si è scoperto un Sacramentarium patriarchino del ’500 con melodie affini a quelle di tradizione orale), la cui scomparsa non è riconducibile, come si potrebbe supporre, alla riforma conciliare. Paradossalmente, il primo responsabile del suo declino fu proprio il gregoriano. «Se il rito patriarchino scomparve con il Concilio di Trento, sul canto per secoli non ci sono stati tentativi di normalizzazione, fino all’inizio del Novecento con il movimento ceciliano», il quale promuoveva l’esigenza di un canto ufficiale della Chiesa cattolica contro “gli abusi” liturgici. «In molte comunità si introdussero il gregoriano e la polifonia, senza per altro quelle competenze richiesta da questi generi, e il patrimonio locale venne dimenticato.



Il patriarchino venne confuso con il canto “alla villotta”, un genere popolare e amoroso: si faceva passare il canto liturgico nativo come se fosse musica profana». Il patriarchino arriva al Vaticano II molto indebo-lito: «La scomparsa è successiva al Concilio non, è opportuno specificarlo, per colpa del Concilio. Certo l’introduzione delle lingue vive ha tolto l’ele-anzitutto mento linguistico del latino. Ma la riforma avrebbe consentito la valorizzazione del patrimonio antico. Il colpo di grazia è arrivato dalla moda del moderno: tutto ciò che veniva percepito come locale veniva marginalizzato. E il canto patriarchino ha subito un ostracismo generale». Negli ultimi tempi, dopo una lunga stagione di diffidenza, attorno al cjant a la vecjesi è risvegliata l’attenzione dei musicologi.


Tra coloro che più di tutti hanno cercato di salvare la memoria del canto patriarchino c’è però don Giuseppe Cargnello, che già negli anni 70 ha iniziato a raccogliere le testimonianze di una storia che andava spegnendosi. E che tuttora tiene viva: con il suo coro Rôsas di Mont, con il quale nel 2014 ha pubblicato il cd Cjantis di glesie dal popul furlan; e. soprattutto, nella chiesa della pieve di Gorto, nella val Degano, in Carnia, dove è parroco dal 1972. «Ero cresciuto nel contesto di quei canti – racconta don Giuseppe –, erano il mio habitat: il gregoriano l’ho scoperto solo in seminario. Dopo l’introduzione dell’italiano nella liturgia mi resi conto che la tradizione del patriarchino sarebbe scomparsa.


Capii che stava crollando qualcosa di grande, e che questo patrimonio, da sempre presente nel percorso delle nostre comunità, subiva una grande ingiustizia». Come un etnomusicologo, don Giuseppe scende in campo con registratore e carta pentagrammata: «Ho cercato di salvare quello che sentivo più urgente, a partire dalle intonazioni dell’ordinario della messa, cantate a più voci. Tutti mettevano la propria nota, vi si tuffavano dentro. Il canto era vissuto in modo viscerale, ognuno era protagonista ». Don Cargnello ha documentato alcune centinaia di brani, alcuni dei quali sono stati stampati. «La parte incisa su nastro, invece, non è mai stata pubblicata. E meriterebbe di essere riascoltata. Ci sono alcuni casi di canto della gente davvero travolgente. Commuovono fino alle lacrime, sono attimi fuori del tempo». Oggi però, dice, farebbe una scelta diversa: «Allora ero inesperto. Ora andrei a cercare altro, come le dodici Lezioni del Sabato Santo, specialmente l’ultima, che era tutta infiorata di melismi. Sembra che le melodie dei solisti siano le più antiche. Erano tramandate di padre in figlio. Sappiamo che a Zoppè di Cadore, nel bellunese, una melodia fu venduta per un carro di fieno.
 

A 1.500 metri di altezza è un vero tesoro». Sul presente del patriarchino, don Cargnello è realistico: «L’attenzione della ricerca è importante, ma può salvare la forma non la dimensione popolare, che era la sua forza. Le comunità che l’hanno tutelato lo mantengono, dove è scomparso non si può reintrodurre. Solo in alcuni casi si è riuscito a reinserire alcuni canti, in virtù della loro bellezza. Quello che resta va custodito, senza assolutizzare: nova et vetera possono convivere».
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