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Marines in rosa, un secolo in divisa 
Vincenzo Grienti
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Il 1° febbraio 1917 nel Mediterraneo, nelle acque adiacenti le isole britanniche e al largo della costa francese, i sommergibili tedeschi attaccarono senza preavviso qualsiasi imbarcazione, militare e civile. L’episodio è uno dei presupposti che porterà gli Usa ad entrare nella «inutile strage» che fu la Grande guerra. Un conflitto che non fu solo di trincea, ma mise a dura prova chi, come le donne, restò lontano dalle linee del fronte e dagli scenari bellici. Era il 6 aprile 1917 quando il Congresso americano votò favorevolmente la proposta del presidente Thomas Woodrow Wilson di dichiarare guerra alla Germania. Gli Usa ufficialmente entrarono nel primo conflitto mondiale dando una svolta decisiva contro gli austro-ungarici. Un atto che indirettamente a distanza di cent’anni fa ancora emergere l’impegno, la dedizione e la solidarietà di molti giovani statunitensi che furono pronti a scendere in campo in vario modo: gli uomini sul terreno di battaglia, ma anche le ragazze in tanti ruoli nelle retrovie. 

Alcune donne furono infatti impiegate in ruoli amministrativi e di corrispondenza, altre nel minuzioso lavoro di mettere in contatto i familiari con i militari dispersi; centinaia di ragazze lavorarono per l’American red cross e altre organizzazioni umanitarie come l’Esercito della Salvezza. L’economia, l’industria e i servizi, a tutti i livelli, si tinsero di rosa e il «gentil sesso » a stelle e strisce fu coinvolto nella produzione di bende per le medicazioni, nel confezionamento delle divise e dei prodotti alimentari destinati ai ragazzi partiti per la guerra e perfino nell’invio di riviste di interesse per i giovani americani sotto le armi. In quella che gli Usa definirono «guerra europea», gli alti comandi dunque puntarono prima all’impiego delle donne per creare una rete di servizi logistici a supporto delle attività belliche senza impegnarle in prima linea; solo nel giugno del 1917 – a seguito di quello che è stato definito il più sanguinoso combattimento della storia dei marines, la battaglia di Bois Belleau, a ovest di Reims – a Washington si iniziò a riflettere sulla necessità di rimpiazzare le prime linee con altro personale fino a quel momento assegnato a ruoli d’ufficio. In quella battaglia erano caduti infatti circa duemila soldati e si pose la questione del rimpiazzo.

E, in un momento così grave in cui gli uomini erano tutti impegnati al fronte, gli Stati Uniti trovarono nelle donne un sostegno fondamentale. Così quattro mesi dopo, nell’agosto 1917, la Marina aprì le porte alle signore. Le difficoltà e le resistenze non mancarono ma furono superate – così come si legge nel report Women Marines in World War I disponibile presso l’History and Museums Division Headquarters del Corpo dei Marines degli Stati Uniti e scritto dal capitano della riserva Linda L. Hewitt nel 1974. Nel volume si descrive il momento in cui lo Stato Maggiore della Marina decise di «aprire» alle donne, anche se lo stesso segretario della Marina Josephus Daniels si premurò di sottolineare come «l’importanza del ruolo che le americane possono giocare per il buon esito della guerra non deve essere sovrastimata». In altre parole, le donne in armi non erano considerate alla pari degli uomini, ma il crescente numero di caduti in battaglia e le continue esigenze di risorse per alimentare la guerra fecero presto riflettere sulla possibilità di avere un bacino dove attingere nuove leve. Daniels valutò infatti la possibilità di arruolamento delle donne, oltre che come infermiere negli ospedali da campo e impiegate negli uffici in madrepatria, anche in zona di guerra, nelle retrovie e al fronte – pur se non in prima linea (le donne marines ci arriveranno soltanto nel 1996). Un’ipotesi del resto lasciata aperta dalle regole di ingaggio dell’ordinamento dell’U. S. Marines Corp, dove si parlava genericamente di «persone» e mai specificatamente di «uomini».

Nella Marina americana, a differenza delle altre forze armate, non vi erano infatti limiti di legge per escludere le donne dall’arruolamento o per considerarle inferiori agli uomini per capacità intellettive o fisiche. Fu proprio Josephus Daniels in un documento dell’8 agosto 1918 a concedere con «approvazione ufficiale» l’iscrizione delle donne come membri dei Marines; un corpo antico (esisteva ancor prima della nascita degli Stati Uniti il 4 luglio 1776) e prestigioso. La notizia si diffuse a macchia d’olio attraverso la stampa e il 13 agosto 1918 centinaia di donne tra i 18 e i 40 anni si presentarono presso gli uffici di reclutamento in tutto il Paese. La prima a iscriversi, quel giorno stesso, fu la signora Opha Mae Johnson, che già lavorava presso la sede dei Marines come dipendente civile. La signora Johnson fu assegnata come impiegata presso l’ufficio del generale di brigata Charles Mc-Cawley e alla fine della guerra, con il grado di sergente, fu la donna più anziana arruolata come riservista. In tutto furono circa 12.500 le donne, già impegna- te in posizioni importanti di comando, che risposero alla chiamata alle armi per la missione Call to Colors divulgata nel marzo 1917.

Di loro il Presidente Usa Wilson disse: «Finché avremo queste donne potremo combattere per la salvezza della democrazia e per questo non dobbiamo creare ostacoli alla loro carriera». Poi la storia ha fatto il suo corso. La realtà e la fiction hanno raccontato in tanti modi e da diverse angolature il rapporto tra donne e guerre, ma le vicende del primo conflitto mondiale sotto l’aspetto femminile rimangono ancora poco conosciute e sicuramente da approfondire.
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