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Il ricordo
Franco Cardini racconta Eco: «Mi disse: andrò in Paradiso prima di te... »
Franco Cardini
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Addio al filosofo inquieto di Alessandro Zaccuri

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Non so, non posso, non riesco ad abituarmi all’idea che non ci sia più. Non troppi mesi or sono era venuto a mancare a Parigi un suo grande amico, il medievista Jacques Le Goff. «È davvero finita un’epoca», ebbe a dire lui al riguardo. La sua stessa morte ce l’ha confermato. Per me che sono più o meno un decennio più giovane di lui, che sono cresciuto intellettualmente a colpi di Diario minimo e di “Elogio di Franti”, il fatto che lui ci abbia lasciato è la riprova che si è ormai chiuso il Grande Novecento.  

Quel tempo ch’è stato anche mio: il tempo di Sartre, di Caillois, di Derrida, di Salvador Dalí, di Woody Allen. Il secolo splendido e terribile che ha saputo mettere accanto – anche se magari non insieme – Stalin e Teresa di Calcutta, Hitler e Albert Schweitzer, Khomeini e David Bowie. Umberto Eco fu una rivelazione per noialtri ch’eravamo poco più che ventenni mezzo secolo fa, quando lui era poco più che trentenne e impazzava – ancora senza barba e con molti chilogrammi di meno – dalle colonne dell’“ Espresso”.

Una pattuglia di giovani che stavano in equilibrio parcheggiati tra università e Rai (lui stesso, Eugenio Battisti, Furio Combo e pochi altri) riuscì a scombinare le carte di un gioco politico e culturale stantìo, si aprì e ci aprì a un’Europa intellettuale impensabile e per molti versi scandalosa, ci mostrò verso quali funambolici orizzonti potevano giungere la semiologia collegata con l’estetica e con la politica. Poi, sulla soglia del mezzo secolo, quel divo dell’Accademia, della carta stampata e del piccolo schermo ci sorprese e ci sedusse con un “giallo medievistico” che grondava filologia ed e- rudizione combinando la storia della filosofia medievale e dei movimenti ereticali con la suspence alla Sherlock Holmes («Elementare, Adso!»): ci trasportò tutti in un’abbazia benedettina del Trecento e nella sua labirintica biblioteca, obbligò un mostro sacro del cinema come Sean Connery a vestire gli umili panni color cenere di uno scettico e deluso francescano ex-inquisitore che ricordava tanto Guglielmo d’Ockham (ma che era “di Baskerville”, come il mastino di Conan Doyle…), disegnò un capolavoro di ritratto del mistico reazionario Jorge da Burgos prestandogli i tratti e i pensieri del grande odiato-amato Jorge Luís Borges. Dopo Il nome della rosa, per tutti noi il Medioevo non fu più lo stesso.

Confesso che quello non è il mio romanzo echiano preferito: per molte ragioni, preferisco Il pendolo di Foucault. Eppure, quel racconto di frati inquisitori-investigatori e di eretici spaesati e bizzarri ha fatto epoca, come Il Signore degli Anelli in letteratura e come Il settimo sigillo e L’Armata Brancaleone al cinema. Eco non ha mai cessato di stupirci, dall’invenzione del “suo” dipartimento nell’Università di Bologna (il Dams: Arte-Musica-Spettacolo) fino agli appuntamenti settimanali della “Bustina di Minerva” ch’eravamo in tanti a non voler perdere nemmeno per una sola puntata. Spesso ci pettinava contropelo, ci scandalizzava; anche sul piano umano sapeva essere simpatico e divertentissimo eppure a tratti – quando voleva: o quando non poteva fare altrimenti – si trasformava per diventar sprezzante, altezzoso, antipatico, insopportabile.

Anche il suo rapporto con Dio era sopra le righe: cattolico di ferro, militante di Azione Cattolica di un rigore piemontese che ricordava Giovanni Bosco e Pier Giorgio Frassati, diceva che una mattina si era svegliato scoprendo che Dio non esisteva e che Tutto era Nulla. Eppure continuava a studiare il “suo” Tommaso d’Aquino, all’estetica del quale ha dedicato studi (recentemente ripubblicati) che sono diventati dei veri classici e che sono piaciuti a Étienne Gilson, a Rosario Assunto, a Massimo Cacciari. Ci trovammo mesi fa, in un lungo tranquillo dopocena con altri amici, attorno a una tavola parigina. Non dissi nulla, ma lo trovai smagrito, un po’ stanco. Forse erano i primi segni della malattia che ce lo ha rapito.
 
Scherzavamo sul suo giovanile cattolicesimo e sul mio pertinace “clericalismo”. Io gli davo dell’“apostata”, lui a sua volta dava a me del “superstizioso”.  Poi mi disse: «E comunque io ti fregherò: andrò in paradiso prima di te»; «Non ti faranno entrare»; «Lo dici tu: Dio lo conosco, abbiamo letto gli stessi libri (era una sua vecchia battuta: alludeva appunto a Gilson, a Marrou, a De Lubac…); e poi sono amico di san Tommaso…»; «…ti ci sei arruffianato… »; «…è quello che ti dicevo: li conosco, sono vecchi amici: vuoi che mi lascino fuori? Ma non temere: ti aspetterò sul portone, anche se sei un vecchio fascista ». Ci conto, Umberto. Se mai arriverò su quella soglia, sbircerò dal portone socchiuso e aspetterò di vedervi, tu e Tommaso, sorridenti e corpulenti entrambi, lui nel suo severo abito bianco-nero e tu nel saio sbrindellato di Guglielmo di Baskerville. Spero che direte davvero per me una parola buona al Portinaio.
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