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Elogio dell’inutile che ci fa più uomini
LUCIA BELLASPIGA
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L’elogio della debolezza. È il messaggio uscito, in forme diverse, dalla bocca e dall’esperienza di sociologi, filosofi, scienziati ed economisti, tutti d’accordo che proprio il limite è ciò che ha reso forte l’umanità nei suoi albori e continua a farlo oggi. Il che, in una società che fa della perfezione il suo idolo, può sembrare utopia.


Ma è il rettore dell’università di Verona, Nicola Sartor, ad aprire i lavori e chiarire subito: «L’utopia è qualcosa di irraggiungibile, qui invece parliamo di ideali, e questi sono realizzabili. Con la Giornata della Memoria abbiamo da poco ricordato quanto disumana può essere l’umanità se prende certe pieghe», ovvero se elimina i fragili, «e primo ruolo dell’università è vegliare perché non accada». E allora la bella notizia è che un’aula magna trabocchi di giovani, seicento posti esauriti, per tre giorni di convegno intitolato “Le pietre scartate: vite inutili o pietre angolari?”. 


Una presenza che è sintomo di un’inquietudine nuova, del bisogno di prevenire derive che pensavamo sepolte per sempre: «In questo periodo le conquiste del welfare sembrano minate da politiche che considerano inutili molte persone – avverte Roberto Nicolis, presidente della onlus “Le pietre scartate” e promotore dell’evento –, la teoria eugenetica cambia vestito ma continua a produrre seguaci. Un Paese come la Danimarca, con il più alto livello di Fil (felicità interna lorda), ha programmato di eliminare entro il 2025 la presenza di bambini Down scoraggiandone le nascite». Credevamo immune il nostro mondo, vaccinato dalla lunga malattia del nazismo, invece nuovi orrori provano a riaffacciarsi e oggi come allora il peggior veicolo è l’assuefazione graduale che rende accettabile l’inaccettabile. 


Non a caso il convegno inizia con Ausmerzen, monologo di Marco Paolini dedicato alle «vite indegne di essere vissute»: l’eliminazione di trecento disabili in Germania con l’azione «T4» trovò l’appoggio dei medici di famiglia. Eppure di buone notizie in questo convegno ce ne sono tante e a riferirle sono i massimi studiosi delle varie discipline: «La scienza dimostra che l’elemento dominante nell’evoluzione dell’umanità non è la violenza come si pensava – spiega Xavier Le Pichon, geofisico del Collège de France – ma l’empatia, ovvero la capacità di sentire le emozioni dell’altro come fossero proprie. Sono riflessi automatici del cervello che si innescano quando ci identifichiamo con l’altro e sono serviti alla specie umana per rendere forti le relazioni tra i genitori e i loro piccoli, i fragili per eccellenza». Il cervello si è dovuto sviluppare per permettere la cura dei piccoli e così l’empatia si è scritta nel Dna dell’uomo. «Poi, come sempre accade in tutte le conquiste dell’evoluzione – continua Le Pichon – è andata oltre, dai cuccioli si è estesa a tutti coloro che consideriamo nostri simili, ai malati, ai feriti, ai soli».


Resti umani di cinquecentomila anni fa dimostrano casi di empatia per invalidi, altri di trentamila anni «provano che disabili non autosufficienti furono curati a lungo e vissero grazie a gruppi di cacciatori e raccoglitori nomadi che si fecero carico di loro. Una società senza empatia non funziona, diventa luogo di conflitto». L’accoglienza è da stadio quando arriva il sociologo Zygmunt Bauman, novant’anni. Spontaneamente lo conduce al palco una ragazzina con sindrome di Down, una delle otto che poco prima hanno danzato la gioia di essere al mondo. «Credo che quando avete fondato l’associazione “Le pietre scartate” non vi aspettavate quanto sarebbe diventata attuale – esordisce –. Oggi due sono le “fabbriche di persone inutili”: l’ossessione dell’ordine e del progresso economico». Il mito dell’ordine creerà sempre classi di persone inadeguate, dunque eliminabili. E il progresso economico rende indesiderabili coloro che costano e non producono. «I messaggeri di cattive notizie è tradizione che vengano puniti – ricorda Bauman –, non piacciono perché ci costringono a vedere come potremmo diventare, ci mostrano la nostra instabilità», così in epoca di crisi ci chiudiamo al migrante, ma anche alla persona in stato vegetativo, al feto imperfetto, al malato… «Oggi prevale il desiderio di security, ma quando si consente alla ragione di mettere in dubbio il senso morale siamo già nei guai, lo smantellamento dello Stato sociale è già iniziato». La tentazione odierna si chiama utilitarismo.


Se il metro è l’efficienza, tutto ciò che non produce perde valore, come ben spiega Nuccio Ordine, autore di L’utilità dell’inutile: «Si educano i giovani all’idea che bisogna andare a scuola per fare un mestiere che ci darà soldi, ma così corrompiamo i bambini già da piccoli. Secondo Confindustria dovremmo chiedere che lavoro vogliono fare per poi a ritroso decidere a che corsi iscriverli… Invece ciò che conta è imparare, non imparare per fare soldi». Cosa c’è di più splendidamente “inutile” di una poesia o una musica? Ma «nessuno manda un esercito per difendere i templi di Palmira distrutti dai terroristi, se però i templi fossero pozzi di petrolio le cose cambierebbero… Eppure Palmira è unica e non ripetibile, un pozzo lo si riapre più in là». Vero antidoto all’utilitarismo, allora, è la cultura, per tre motivi: «Primo, con i soldi puoi comprare tutto ma non il sapere, perché richiede uno sforzo individuale che nessuno può compiere al nostro posto. Secondo, negli scambi commerciali c’è sempre una perdita (se ti vendo il vino tu perdi i soldi e io il vino), ma se insegni il teorema di Pitagora non lo perdi. Terzo, se ciascuno porta una mela e la scambia con un compagno, tutti tornano a casa con una mela; mentre se ognuno scambia un’idea, tutti tornano a casa con due idee. La cultura arricchisce tutti e non impoverisce nessuno». 


Tante altre le voci importanti, specie quelle che alla teoria danno corso pratico, come i testimoni dell’associazione Papa Giovanni XXIII di don Benzi, campioni dell’accoglienza con le loro cinquecento case-famiglia, l’economista Stefano Zamagni, Jean Vanier, fondatore della rivoluzionaria Comunità dell’Arca in Francia, consci – per dirla con il vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, che la pietra scartata per eccellenza è Cristo, «il grande disabile, che svuotandosi della sua divinità si è fatto uomo».
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