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L'incontro
Dario Fo e il pugile zingaro che sfidò Hitler
MASSIMILIANO CASTELLANI
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«Perché un libro sul pugile Johann Trollmann? Perché è stato un artista dello sport che ha nobilitato quella cosa sacra, e sempre più dissacrata ai giorni nostri, che si chiama “cultura”. Trollmann ha cercato in tutti i modi di conoscere e di nobilitare la cultura della sua “razza”, quella zingara».


È il prologo alla chiacchierata nella casa del premio Nobel per la letteratura Dario Fo (90 anni – il prossimo 24 marzo – e non sentirli) che presenta il suo ultimo libro Razza di zingaro (Chiarelettere, pagine 160, euro 16,90). È il romanzo ispirato alla vita straordinaria e il tragico epilogo di un martire dello sport come il pugile sinti Johann Trollmann. Parabola sportiva ed esistenziale del “ballerino” del ring che ha affascinato anche Mauro Garofalo che esce in contemporanea all’opera di Fo con un altro romanzo Alla fine di ogni cosa (Frassinelli, pagine 254, euro 18,50). Cronaca di una fine annunciata quella del pugile zingaro, nato (a Wilsche, Bassa Sassonia ne 1907) e cresciuto in Germania durante l’avvento del nazismo.


Ma prima, solo tanti momenti di gloria e una rapida ascesa agonistica che lo aveva reso l’idolo delle folle e soprattutto delle donne tedesche. Il fascinoso “Rukeli”, nomignolo che per gli appassionati di boxe era sinonimo di solidità e di potenza fisica: «Quando combatteva teneva le gambe salde a terra, picchiava duro e veloce. Per questo avevano cominciato a chiamarlo “Rukeli” », scrive Garofalo in Alla fine di ogni cosa. «Alle donne piaceva per la sua eleganza, per lo stile dell’uomo forte e sorridente mentre andava a “combattere”. Per Trollmann il pugilato era prima di tutto un gioco e non un annientamento dell’avversario del quale aveva massimo rispetto in quanto “spalla”, coprotagonista dello spettacolo», sottolinea Dario Fo. Il match più spettacolare che si ricordi nella Germania degli anni Trenta fu proprio quello tra Trollmann e Adolf Witt.


Una vittoria schiacciante del poderoso “Rukeli” vanificata da un giudice parzialissimo e dall’appoggio dei gerarchi di un altro Adolf, più potente e criminale, Hitler, che chiesero ed ottennero l’annullamento dell’incontro e del titolo nazionale. Il pubblico allora salì sul ring e osannante e incoronò il proprio eroe Trollmann, campione assoluto di umanità prima ancora che del pugilato. «Alle lacrime del loro idolo felice per la vittoria e ignaro di una simile decisione – continua Fo – tutta la gente che aveva assistito si era commossa».


Schiumava rabbia e rivalsa feroce invece il gerarca Georg Radamm (aveva assistito al match in prima fila) che aveva condannato quelle lacrime così poco virili, «indegne di un vero pugile». Per placare il malcontento popolare venne organizzato un incontro riparatore con il futuro campione europeo Gustav Eder, ma a Trollmann fu intimato di non muoversi dal centro del ring e di perdere, pena il ritiro della licenza per combattere. Un’imposizione inaccettabile per quell’eroe classico – Dario Fo lo paragona a una statua di Lisippo – che sfidò l’ottusità hitleriana presentandosi efebicamente con la sua folta chioma (altro motivo per cui lo chiamavano “Rukeli”) tinta di biondo-oro e il corpo infarinato.


Al quinto round finì al tappeto e la sua carriera si dissolse come una nuvola di farina. Trollmann di fatto sparì, perseguitato dal regime si rifugiò nei boschi per riapparire in qualche fiera di paese dove per pochi marchi veniva invita- to a boxare. «Ma non perse mai la sua dignità e anzi la lezione più bella che ho trovato nella storia di questo eroe dello sport è proprio il profondo rispetto che aveva per la sua dignità e quella altrui». Rispetto e coraggio dell’uomo che divorziò per salvare la moglie e la sua famiglia dal marchio della razza zingara.


Abituato ad attaccare più che a difendersi dovette incassare la sterilizzazione e la «richiamata» punitiva nella Wehrmacht per essere spedito al fronte a combattere una guerra che, Trollmann pacifista nell’anima, non considerava affatto la sua guerra. Ma la sua vita non contava niente, era soltanto uno zingaro. «Termine che erroneamente noi oggi consideriamo politicamente scorretto – interviene Fo – mentre invece zingaro è espressione di un movimento culturale che è stato importantissimo in Spagna e nel Sud della Francia, mentre da noi chissà per quale ragione è diventato sinonimo di ladri di borse o addirittura di bambini... Trollmann aveva cercato di portare nello sport quella grande creatività che aveva visto e approfondito negli zingari circensi – maestri del doppio salto mortale – musicisti e affabulatori che hanno avuto un loro peso anche nella cultura tedesca». Ma nella degenerata cultura nazista quella dei sinti era un peso, una piaga da estirpare .


Oltre cinquecentomila furono gli zingari giustiziati dal boia in divisa da SS nei campi di concentramento nazifascisti. Un destino che Trollmann riuscì schivare fino all’arresto della Gestapo e la deportazione nel campo di concentramento di Neuengamme nei pressi di Amburgo. Il giovane favoloso che aveva servito il Reich divenne una delle vittime del regime totalitario. Un sommerso dello sport, uno degli scheletri parlanti che si aggiravano per il lager chiedendosi come Primo Levi: «Vorrei ricordare i giorni in cui l’uomo è divenuto cosa agli occhi degli uomini». 


Quella cosa da campione acclamato e desiderato era diventato un numero: il detenuto «721/1943». I suoi aguzzini che conoscevano bene la fama che accompagnava l’ex stella del ring si divertivano a tenerlo digiuno per giorni per sfidarlo in match sanguinosi che cominciavano sempre con parole di scherno: «Adesso difenditi, zingaro». Dopo giorni di dolori lancinanti allo stomaco e la dissenteria, per una Schnaps, una grappa e un pane, accettò la sfida finale con il kapò Cornelius. «Fatti battere Johann, quello è una bestia. Se lo sconfiggi in questa occasione quello te la fa pagare per tutta la vita», scrive Fo ricordando il consiglio accorato che gli diedero i compagni prigionieri della sua baracca. Ma “Rukelie” si ribellò: «Lo so che se lo faccio rischio la vita, ma uno non può vivere solo di umiliazioni e ingoiarle come un caffè caldo».


Trollmann vinse, consegnando il kapò al ludibrio di tutto il campo. La sua vendetta non si fece attendere: il 9 febbraio del 1943 Cornelius finì Trollmann a bastonate intimando il silenzio al suo compagno di sventura («È stato un incidente, capito?»).  


Un silenzio infranto dall’urlo della memoria civile che nel 2003, sessant’anni dopo (a 70 anni dalla vittoria su Witt), ha riconsegnato – per volontà dello stato tedesco – la cintura di campione alla famiglia Trollmann. «Nel vicolo miserabile di Hannover in cui “Rukeli” era cresciuto (oggi non esiste più) gli hanno intitolato la via», ricorda Fo, e a Berlino, nel quartiere turco di Kreuzberg nel Viktoriapark c’è un monumento, voluto fortemente da un comitato promosso dal pittore Alekos Hofstetter.


Onore alla memoria di un piccolo grande eroe dimenticato dello sport che anche Dario Fo ha impresso sulla tela (molto suggestive le illustrazioni del romanzo) per celebrare quello che era «l’incanto. Quella teatralità, quell’arte che da Trollmann è arrivata attraverso il pugilato fino a Cassius Clay, altro campione danzante sul ring come Johann. E anche Clay è stato perseguitato dal governo americano per la diversità che rende nemici davanti al potere precostituito, per il suo “no” alla guerra nel Vietnam e poi per la conversione all’Islam, quando diventò Muhammad Ali. Questi prima che campioni dello sport sono grandi uomini che hanno combattuto la menzogna che è il pane avvelenato di quella che noi nella commedia dell’arte chiamiamo e cerchiamo da sempre di smascherare come la truffalderia ».
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