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è famiglia
Unioni civili. Perché diciamo no
 
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Per «iscriversi» (ma qualcuno già dice «sposarsi») basta presentarsi all’anagrafe centrale di via Larga, pagare 15 euro e 14 centesimi, più altri 14 per il bollo, e ritirare l’attestato dalle mani di un funzionario dell’ufficio. Pochi minuti e si è marito e moglie. Anzi no, perché il "registro delle unioni civili" che il Comune di Milano si è appena inventato (bypassando la legge nazionale) è ideato proprio – parlando di coppie eterosessuali – per chi si potrebbe sposare ma non vuole. Insomma, per chi in nome di una libertà assoluta rifiuta il matrimonio (anche solo civile), che avrebbe il torto di regolarizzare il rapporto, ma cui va stretta anche la convivenza, che non dà alcun riconoscimento pubblico. Per chi, in definitiva, non accetta le responsabilità e i doveri di un vero matrimonio (civile o religioso che sia), ma ne esige tutti i diritti, nei confronti del partner, dei figli e dell’intera società. Diverso il caso delle coppie gay, che non sono spinte dalle stesse motivazioni ma che cercano con tale attestato di chiamare «matrimonio» la loro unione e «famiglia» la loro convivenza. E se l’amore finisce? Niente paura: basta che gli interessati inviino una richiesta di cancellazione dal registro via fax, email o raccomandata. E se a smettere di amare è uno solo, il Comune sarà così gentile da inviare all’altro la comunicazione di richiesta di cancellazione. Una firma per iniziare, un clic per finire. Tanta la confusione, gravi a livello sociale i rischi. Sempre più necessario riflettere con attenzione e responsabilità. Come intende fare il Consiglio permanente della Cei, a Roma dal 24 al 27 settembre, che analizzerà la situazione in ordine ai registri comunali delle unioni di fatto e dei biotestamenti.


I QUESITI
1) Come giudica la creazione del registro delle unioni di fatto attivata dal Comune di Milano?

2) Quali rischi?

3) Che cosa pensa di un «diritto al matrimonio» per le coppie gay?

4) Ha senso il registro per le coppie eterosessuali, che già possono scegliere tra matrimonio civile e convivenza? 



IL SOCIOLOGO

«Giova aprire a relazioni deboli, che non danno tutele ad alcuno?»
Pietro Boffi, ricercatore del Cisf (Centro internazionale Studi famiglia)

1. Ciò che accomuna la reazione di tutti è che l’intera operazione di Milano non serve a nulla. Anche la prima coppia che simbolicamente ha firmato l’attestato ha parlato di azione solo simbolica. Ma su aspetti simbolici così rilevanti, che coinvolgono l’antropologia e l’ontologia stessa dell’essere umano, non si entra a gamba tesa e nel posto sbagliato: non in un consiglio comunale, ma nel dibattito culturale e in Parlamento, l’unico che può legiferare. E poi non chiamiamole famiglie di fatto, perché quelle c’erano già: ora avremo coppie sposate (in comune o in chiesa), coppie di fatto (i conviventi) e coppie di registro, quelle che vogliono guidare l’auto ma non prendere la patente!

2. In gioco c’è la definizione stessa di famiglia, con quelle che ne conseguono: padre e madre, marito e moglie, genitori e figli. Occorre interrogarsi se la definizione di famiglia finora valida sia ormai vuota. Io sono convinto di no: maschio e femmina, un padre e una madre, sono categorie che non si buttano in un attimo, non possiamo ignorare l’intera psicologia dell’età evolutiva. Stiamo assistendo a una disarticolazione delle categorie mentali dell’umano.

3. Quanto alle coppie gay, la famiglia non è solo il luogo degli affetti, ma si regge su un patto che garantisce davanti a tutta la società due cose: la stabilità e la procreazione. Da sempre la procreazione è un fatto sociale, esce da un aspetto meramente privato. Ecco perché il matrimonio è un istituto giuridico.

4. Almeno i gay pongono una questione ontologica. Ma per le coppie eterosessuali il registro non ha alcun senso. Occorre chiedersi quanto è utile a noi come società aprire a relazioni deboli, prive di stabilità e di tutele che invece il matrimonio (civile o religioso) garantisce. Perché promuovere un basso impegno e un basso profilo che non giovano a nessuno? Cosa c’è di buono in una unione per cui «ciao, ti saluto» prendo e vado? Chi non vuole legami, basta che usufruisca delle leggi di diritto privato che già ci sono.
 
IL TEOLOGO
«È un’operazione senza futuro che offre soluzioni col fiato corto»
Giancarlo Grandis, docente di Teologia morale alla Facoltà del Triveneto

1. Ritengo che l’iniziativa attuata dal Comune di Milano sia equivoca. Infatti da una parte l’autorità, quindi un ente che fa capo a questo Stato, va incontro a esperienze di fatto di alcuni cittadini – e dicendo questo voglio quindi salvare la buona intenzione –, ma dall’altra parte la strada imboccata è un vicolo chiuso, perché unioni che apparentemente possono risolvere piccole questioni personali non attingono ai valori della persona. Sono cioè soluzioni a fiato corto.

2. Queste sperimentazioni fanno emergere la vera posta in gioco, che è una grave crisi aperta sul significato della persona, una messa in discussione del paradigma antropologico che ha resistito nella nostra cultura per millenni. In pratica si inserisce una confusione sulla vera identità culturale umana. E sottolineo che non si tratta di uno scontro tra una visione religiosa e una visione laica, ma riguarda proprio la concezione dell’umano.

3. Una relazione matrimoniale è testimoniata dall’unione eterosessuale, ovvero costituita da un uomo e da una donna. Il fraintendimento che emerge alla base di un registro per le coppie gay, e ancor più se si parla di "matrimonio" tra omosessuali e addirittura della possibilità per loro di essere "famiglia" con tanto di figli, non riguarda banalmente una condizione biologica, ma va ben oltre: con il matrimonio ci si realizza nell’alterità vera, cioè nell’altro come diverso da me.

4. Qualcuno sostiene la necessità di un registro per le unioni di fatto come garanzia per le coppie che non intendono vincolarsi tra loro con un matrimonio, ma che ne esigono gli stessi diritti. La questione da porre alla base di questa discussione è: i diritti si fondano sui desideri? Se la risposta è sì, tutto è diritto, anche in assenza di qualsivoglia dovere. Se però i diritti sono legati alla reale e concreta natura dell’uomo, le cose vanno in maniera molto diversa.
LA PSICOLOGA 
«Un procedimento ideologico: non risponde alle reali esigenze»
Mariolina Ceriotti Migliarese, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta

1. La mia impressione è che si tratti di un procedimento ideologico, per nulla basato su reali esigenze dei cittadini. L’operazione del Comune di Milano rientra in un più ampio disegno di delegittimazione della famiglia molto chiaro, in atto in modo sotterraneo, ovvero togliendo valore a quello che c’è. Qual è il bisogno reale, qui? La gente comune non lo capisce.

2. La battaglia in corso, molto forte, è tra una cultura che vede il limite come un valore, e un’altra cultura opposta, dove ogni limite viene eliminato. Ad esempio affermare che l’unione di un uomo e una donna è uguale a quella tra persone dello stesso sesso significa pensare che tra maschio e femmina non c’è differenza, cioè che ogni individuo è totipotente e indifferenziato, che non ha limiti, perché ognuno è tutto. Non a caso il terreno di questa battaglia è proprio il sesso, la differenza più radicale nella persona, l’aspetto davvero fondante del limite: chi è maschio non è anche femmina e viceversa. Pensiamoci bene: qualsiasi donna incinta chiede subito se il figlio «è maschio o femmina», perché così ne conoscere l’identità. È ora di tornare al buon senso e alle parole semplici.

3. In Francia presto le coppie gay potranno anche adottare un figlio, ma ciò provocherà danni molto gravi a questi minori. Potrà vivere quel bambino con due genitori maschi (o femmine)? Dipende: se vogliamo crescerlo nell’onnipotenza sì, ma sappiamo che questo non lo farà stare bene. Il fatto è che oggi si pensa che amare un figlio significhi solo riversargli addosso dell’affettività, ma così non è.

4. A forza di desensibilizzare le persone e di svuotare le parole del loro vero significato - famiglia, matrimonio, diritti - si diluisce ogni confine. Quando si parla di matrimonio le persone, a parte i credenti, spesso non sanno più bene di che cosa si stia parlando, i contorni sono tutti diluiti. E questo destabilizza il vero matrimonio.
LA GIURISTA
«L’adozione agli omosessuali? Una distorsione delle cose naturali»
Anna Danovi, presidente del Centro per la Riforma del Diritto di famiglia

1. Non c’è dubbio che l’iniziativa di delibera del Comune di Milano, e dei Comuni che hanno agito precedentemente in modo analogo, rompe un protocollo finora vigente. Qui c’è una delibera consiliare che dà un’impronta di validità e riporta un piano di fatto su un piano di diritto. Ma da qui a riconoscerlo come un’apertura a modifiche della normativa vigente siamo molto lontani: un conto è concedere a una coppia non sposata riconoscimenti dal punto di vista anagrafico, e un conto è pensare che questo sia una premessa sul piano del diritto.

2. Un’enorme problematica nasce dal conflitto tra la nostra legge nazionale e le norme internazionali, vista la piega che sta prendendo la Francia o che altri Paesi hanno preso da tempo. Penso al caso della coppia gay italiana sposata in Olanda, il cui documento qui in Italia non è stato validato. Quanto al rischio che anche in Italia le coppie gay arrivino a poter adottare, non lo ritengo probabile: sarebbe una distorsione delle cose naturali. Certo, però, alla lunga è possibile: su temi tanto sensibili la società non si sofferma a riflettere abbastanza.

3. Oggi in Italia il matrimonio non può che essere l’impegno assunto da un uomo e una donna davanti a Dio o allo Stato civile. Però lo stato di fatto sta anticipando il diritto ovunque in Europa, e l’Italia è un Paese che quasi da solo protegge ancora la sua anima iniziale, fa da baluardo alle tradizioni e a un’etica anche laica (il valore del matrimonio civile). Mentre però l’Italia tiene la sua posizione, un Comune dice «io comincio a mettere il mio timbro sul cambiamento e do anche ai gay gli stessi diritti delle coppie sposate», e lo scollamento è rischioso.

4. Due persone eterosessuali che convivono hanno già tutti i riconoscimenti: i loro figli godono degli stessi diritti degli altri, se uno dei due muore l’altro ha diritto al trasferimento del contratto d’affitto, eccetera. Direi che solo per gli omosessuali c’è un salto effettivo.
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