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Cronaca
L'ALTRA CAMPANIA
Il sacrificio di don Diana
è il riscatto di una terra
Antonio Maria Mira
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Don Pino Puglisi e don Peppe Diana. Il parroco di Brancaccio, martire della fede, prossimo alla beatificazione, ucciso dalla mafia. Il parroco di Casal di Principe, testimone della fede, martire ucciso dalla camorra. Il primo colpito il giorno del suo compleanno, il secondo il giorno del suo onomastico. «Le mafie scelgono i giorni, calcolano tutto», commenta amaramente Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro-Squillace, postulatore della causa di beatificazione di don Pino Puglisi. Parla nella chiesa di San Nicola, la parrocchia di don Peppe, invitato da Angelo Spinillo, vescovo di Aversa e vicepresidente della Cei. Momento conclusivo, e alto, della giornata che ha voluto ricordare don Diana, il suo sacrificio ma anche il seme che ha gettato producendo ricchi frutti. Un corteo con migliaia di persone. Decine di parroci che concelebrano la Messa col loro vescovo. E la profonda riflessione affidata a monsignor Bertolone e a Donato Ceglie, sostituto procuratore generale a Napoli e amico di don Diana. Sempre nella chiesa di don Peppe, in prima fila la mamma Iolanda.

Don Pino e don Peppe. «Uomini di Chiesa non politici – sottolinea Bertolone – che hanno portato la loro testimonianza fino all’estremo sacrificio di sé. Cosa è il martirio? È la più alta forma di santità, che rende simile al Maestro. Don Puglisi aveva come scorta la sua fede, umile e forte. Ed è quello che ha fatto anche don Peppino Diana». L’arcivescovo spiega la storia, l’impegno, il significato della beatificazione di don Pino. Non l’unica che ha seguito. «Ho portato due martiri alla beatificazione. Ci sarà un terzo?», ed è evidente a chi faccia riferimento. C’è anche un altro parallelo, quelle calunnie che dopo la morte colpirono entrambi. «Le organizzazioni criminali, mafia o camorra, cercano sempre di depistare». E se don Pino «venne ucciso perché predicava il Vangelo, annuncio di fede, giustizia, amore e pace, non solo a parole ma con le opere concrete», don Peppe «come uomo di Chiesa denunciava come camorra e malaffare fossero sempre legate, e invitava a parlare senza paura, a pronunciare la parola camorra». Due parroci, così simili. Così fa un invito che ha il sapore del gemellaggio. «Sarebbe bello se una delegazione di questa parrocchia fosse a Palermo in occasione della beatificazione». Già, don Pino e don Peppe, «che non vanno messi in una bacheca perché sono segno di una Chiesa militante».

Segno forte di un «sogno», quello che, sottolinea monsignor Spinillo, «è vivere la libertà del Popolo di Dio, verso la Terra promessa. Sogno che va custodito e coltivato, non fermandosi di fronte alle difficoltà. Anzi offrendo se stesso fino al sacrificio. È il motivo di vita di ogni sacerdote. Era il motivo di vita di don Peppe». Ma avverte, il vescovo, «un popolo che perdesse questo desiderio non ha più sogni, è morto». E nuovamente invita i fedeli «a testimoniare», la vita e l’impegno di don Peppe. Ucciso proprio per questo, riflette il procuratore Ceglie, «per la coerenza tra quello che faceva e quello che predicava. Lo capimmo subito, noi che eravamo suoi amici, che era stato ucciso un uomo di Chiesa, un parroco straordinariamente impegnato contro la camorra. Ma anche perché era punto di riferimento, cemento di tante persone, di tanti giovani».
Diciannove anni fa. Ma questa terra davvero sta cambiando se il procuratore Federico Cafiero de Raho, il più acerrimo rivale della camorra, viene applaudito come una star e tutti, soprattutto i giovani, fanno a gara per farsi fotografare con lui. E lui, in partenza per Reggio Calabria dove andrà a dirigere la difficile procura, ricambia con inaspettato affetto. «Questa terra sta cambiando. Siete una grande famiglia che si è liberata dal giogo camorrista riacquistando la libertà e i diritti che vi aveva tolto. Vi voglio bene siete l’Italia che amo». Certo la lotta è ancora lunga. Proprio ieri la cooperativa che porta il nome del parroco ucciso ha ricevuto l’ennesima minaccia. Ma ormai queste non sono più le terre di gomorra ma quella di don Peppe Diana, davvero se «è morto un prete è nato un popolo». «Oggi - conclude il vescovo Spinillo - don Peppino ha realizzato un sogno, vedere la sua comunità riunita».
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