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Cronaca
Il caso
Inchiesta alla Spezia sui dragaggi del porto
PAOLO VIANA
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«Là sotto qualcosa dev’essere successo». Quando Fabrizia Colonna, direttore dell’Agenzia regionale per l’ambiente della Spezia, rilasciò questa dichiarazione ad Avvenire, nessuno scommetteva sugli esposti di Legambiente e dei mitilicoltori contro i lavori di dragaggio al molo Garibaldi. 

 

 La moria delle cozze allevate nel golfo, i celeberrimi muscoli della gastronomia spezzina, era avvenuta sei mesi prima ma in città era passata sotto silenzio. Come per una tacita intesa: troppo importanti i lavori di ampliamento del porto, addirittura vitali i nuovi fondali per accogliere le grandi portacontainer.  Invece, qualche giorno fa, la procura della Repubblica della città ligure ha messo i sigilli al molo Fornelli.

Le navi continueranno a circolare ma le draghe debbono fermarsi. I lavori bloccati dalla magistratura sono identici a quelli accusati di aver sterminato i mitili in febbraio. Formalmente, si sarebbe partiti con due inchieste separate. Tuttavia, le motivazioni che hanno condotto il pm Luca Monteverde a fermare tutto e ad indagare il direttore dei lavori e gli amministratori delle ditte appaltatrici sono le stesse che hanno indotto Legambiente ad accusare l’autorità portuale (il committente), di «disastro ambientale », e i mitilicoltori a presentare un esposto per «getto pericoloso di cose» in relazione a fanghi dispersi accidentalmente da una draga.

 «Considerati gli aggiornamenti – ci dice Stefano Sarti, presidente di Legambiente Liguria – speriamo che si avvii presto una grande inchiesta sui dragaggi». Non è solo un auspicio: ieri il giudice delle indagini preliminari Marta Perazzo, intervistata dal Secolo XIX, si è detta convinta che il dragaggio ha «quantomeno concorso» a cagionare la vecchia moria di mitili e ha confermato che il pm sta lavorando anche sui lavori al molo Garibaldi. La Procura è convinta, sulla base di ispezioni della Capitaneria e della Forestale, che i lavori al molo Fornelli abbiano violato le prescrizioni previste dall’appalto per il contenimento dei fanghi, provocando la fuoriuscita di un «sedimento consistente» e un danno «significativo» al tratto di mare circostante. Violazione dolosa delle disposizioni in materia ambientale: una delle prime applicazioni del 452 bis, la normativa approvata in maggio che inasprisce le pene per i reati ambientali, punendoli con la reclusione da due a sei anni.

Anche in questo caso, come al molo Garibaldi, a finire sotto accusa sono le famose 'panne', le 'tende' utilizzate per sigillare il tratto di acque in cui operano le draghe, in modo che i fanghi del fondale, che nel Golfo dei poeti scontano un antico inquinamento, possano essere asportati senza disperdersi. Se utilizzate correttamente, consentono un’adeguata 'blindatura' ma quando non vengono ancorate al fondo per risparmiare tempo (e soldi), permettendo alle draghe di spostarsi più rapidamente, le panne iniziano a 'sbandierare' lasciando passare l’acqua intorbidita. 

 Pronunciandosi sulla moria dei muscoli, l’Arpal aveva ammesso che «la conterminazione dell’area di scavo tramite campi panne mobili si è dimostrata una soluzione con maggiori criticità operative rispetto al contenimento del materiale di escavo verso l’ambiente esterno». In quel rapporto, l’Agenzia aveva segnalato che al molo Garibaldi «la disponibilità di più draghe ha comportato un’attività di escavo giornaliero maggiore» ma, considerati i valori di torbidità «molto elevati» rilevati dalla sonda fissa presso l’impianto di mitilicoltura, erano state richieste «modifiche delle modalità di bonifica/ dragaggio» alle ditte appaltatrici.

Anche in quel caso, era stata rilevata una «anomala quantità di fango» ma l’Arpal non era riuscita a stabilire che quello che aveva ucciso le cozze provenisse dall’area del dragaggio – «non si può stabilire un nesso causale tra questa moria, mai verificatasi in trent’anni, e il dragaggio del porto», dichiarò la Colonna – e ciò era bastato all’Autorità portuale per respingere con durezza tutte le accuse. In quel-l’occasione, il presidente Lorenzo Forcieri, dichiarò ad Avvenire che «il dragaggio avviene secondo le stesse metodiche della bonifica, quindi con una cura maggiore di quella normalmente osservata nei dragaggi». La Procura sembra pensarla diversamente.

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