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Cosa insegna l’esperimento sui neutrini più veloci della luce
Un colpo alla relatività ma soprattutto allo scientismo
Leonardo Servadio
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I neutrini possono superare la velocità della luce. La scoperta, compiuta da un gruppo di ricercatori del Cern, mette in crisi la teoria della relatività di Einstein, fondata proprio sul presupposto che "C" sia una costante e un tetto insuperabile, una specie di coperchio che grava su tutto quanto avviene in questo nostro universo. Minuscola è la misura della quale il neutrino batte la luce, ma si tratta di fenomeni di fronte ai quali qualsiasi cosa giudicassimo lillipuziana apparirebbe gigantesca: il neutrino è il corpo più piccolo di cui si parli, al punto che per esso noi e la nostra Terra siamo trasparenti quanto un cristallo lo è per la  luce, e al punto che si dubita se abbia veramente una massa.

Dubbio: ecco comparire il termine cruciale che chi si appella alla scienza - o almeno alle sue versioni usualmente diffuse sui media e molto spesso accettate acriticamente - vorrebbe esorcizzare, cancellare, sopprimere. Perché viviamo nell’epoca in cui la scienza ha preso il posto della magia, seppure conviva allegramente con l’astrologia che ci propina bollettini quotidiani sulle cui elucubrazioni pare non manchi chi modula la propria esistenza, come solevano fare gli antichi Romani coi verdetti dei loro aruspici. La scienza dei nostri giorni ha la "S" maiuscola e ci regala certezze assolute, sulle quali si sono incardinati interi sistemi di vita. Il marxismo era la "scienza" ultima dell’organizzazione sociale, e ha dato quel che s’è visto in tante parti del mondo, in tanti decenni di lacrime.

Il trionfante liberismo è oggi la "scienza" sopraffina che fa del campo etereo dell’economia un labirinto di certezze, e con assoluta nonchalance ci regala crisi di bibliche proporzioni, come se non fosse intercorso niente tra il tempo in cui si parlava di vacche grasse e magre, e quello attuale. Ma regina tra tutte è la fisica, scienza per eccellenza, fondandosi sulla quale ogni tanto esperti vari (Margherita Hack, tanto per dire) propinano sul proscenio massmediatico urbi et orbi lezioni cosmologiche parlando del momento in cui è cominciato l’universo con la stessa olimpica sicurezza con cui si riferirebbe di un certificato di nascita.

La teoria di Einstein è, appunto, una "teoria": ovvero un insieme organizzato fondato su ipotesi. Ma per tutto quel tempestoso secolo che ci siamo lasciati alle spalle è stata tanto citata e riciclata in ogni salsa, e il suo linguaggio (lo "spaziotempo") è tanto entrato nell’eloquio comune (all’epoca di Dante si diceva "volgare"), da trasferirsi ipso facto nei ranghi delle certezze, come per i marxisti fu l’organizzazione marxiana della società e per i liberisti è il mostro sacro dell’economia di mercato (e quale mercato, e come organizzato, da che leggi regolato, è argomento sempre lasciato un po’ da parte...). Di simili certezze s’è fatta lunga esperienza nella storia, dal sistema tolemaico alla teoria del flogisto. Perché non ne siamo ancora vaccinati ai nostri giorni? Come notava Chesterton: chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente, perché comincia a credere a tutto. Soprattutto alle certezze preconfezionate offerte col sigillo dell’autorità.

Oggi l’arrembaggio dei neutrini al castello di carte della fisica einsteiniana offre la grande opportunità di ripensare a questo meccanismo del confezionare certezze basate sulla facile consuetudine. Perché la scienza in realtà è un’altra cosa e nasce dal coraggio del dubbio unito all’ottimismo della fede. Cerca con l’animo di chi ha trovato, trova con l’animo di chi comincia a cercare, diceva sant’Agostino. Ma non cullarti in preconcetti illusori. Oggi è un segno di grande speranza, questo assalto dei neutrini alle illusioni, non di quel grande genio che è stato e rimane Einstein, ma di chi ha voluto adottare la teoria della relatività come culla di acritiche certezze in una nuova fede rivestita di scientismo volgare.
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