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Campania
Terra dei fuochi, quanto male ancora?
Maurizio Patriciello
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​Foto Mauro Pagnano

La dottoressa Loredana Musmeci, in un’intervista al "Mattino", ha dichiarato: «Abbiamo scritto con chiarezza che i dati sull’incidenza dei tumori nella Terra dei fuochi, pubblicati nel nostro ultimo report, hanno fornito risultati analoghi ad altre zone inquinate del Paese, sono cioè in linea rispetto agli altri 44 siti italiani di interesse nazionale per le bonifiche. Vuol dire che la situazione di questa fetta della Campania non è affatto diversa da quella di Taranto o Porto Marghera, di Porto Torres o di Gela. Davvero non comprendiamo tanto scalpore di fronte a numeri vecchi per giunta, di cui nessuno nega l’importanza, tanto che intendiamo estendere lo studio».

Davvero non comprende, il direttore del dipartimento Ambiente e Prevenzione primaria dell’Istituto superiore di sanità, lo "scalpore" – meglio dire la preoccupazione, lo sdegno, la paura – del popolo che vive nella striscia di territorio a cavallo delle province di Napoli e Caserta? Eppure, basterebbe poco per capire ciò che la gente da tempo ha già capito. La dottoressa sembra dimenticare che i nostri fratelli di Taranto si ammalano e muoiono di più per la presenza dell’Ilva. Un colosso industriale che non ha saputo – o non ha voluto – entrare in dialogo con il popolo. Non ha saputo – o non ha voluto – rispettare l’ambiente circostante e il diritto alla salute dei cittadini. Siamo stati – il mio vescovo e io – a Taranto per un convegno in cattedrale. Stiamo tentando di unire le forze per richiamare – come abbiamo sempre fatto – l’attenzione del governo su una questione che riguarda tutti. A Taranto la gente è costretta a  scegliere tra il lavoro e la salute. Come dire: o muori di fame o muori di cancro. Non si può, non si deve morire di lavoro. L’industria deve fare pace con l’ambiente.
 
A Taranto, il killer con la pistola fumante è stato individuato. E il discorso è identico per Porto Marghera, Gela, Porto Torres. Si tratta di chiarire, una volta per sempre, che cosa sia meglio perseguire: se gli interessi di un’industria che non rispetta l’ambiente o il diritto alla salute dei cittadini.

Purtroppo – e dico purtroppo – nella "Terra dei fuochi" oltre al danno, c’è la beffa di una disoccupazione che raggiunge vette da capogiro. Noi non abbiamo le industrie, siamo un territorio a vocazione soprattutto agricola. Noi abbiamo campi con frutta e ortaggi da fare invidia al mondo intero. Per conseguenza logica, in Campania l’aspettativa della vita media dovrebbe essere più alta di quelle delle città industrializzate. Invece accade l’esatto contrario. I dati Istat hanno detto con chiarezza che ai campani sono stati rubati 3,6 anni di vita rispetto alla popolazione di Firenze. Un motivo c’è. E deve essere indicato e spiegato.

«Quello che diciamo è che il fenomeno di contaminazione è una possibile causa o concausa dell’eccesso di mortalità. Mi dispiace, anche per don Patriciello, ma la situazione non è come la dipingono i movimenti. Non posso dire cose diverse da quello che la comunità scientifica mi obbliga con l’evidenza a dire», continua la dottoressa.
Non basta accontentarsi di non dire «cose diverse da quelle che la comunità scientifica» obbliga a dire.

La comunità scientifica non è fatta solo di scienziati che occupano posti di potere, ma da tanti studiosi competenti indipendenti, non meno uomini e donne di scienza di altri, che dicono ciò che constatano e che suona in modo assai diverso dalle parole di chi delimita il confine della «comunità scientifica». Queste persone ci sono. E bisognerebbe avere l’umiltà di ascoltarle.

Poiché, però, stiamo parlando di vite umane e non di soli "affari", occorre riferirsi e mettere in pratica prima di tutto il "principio di precauzione". E non solo. Bisogna scervellarsi "sul campo" per tentare di capire perché in un territorio in prevalenza agricolo il popolo si ammala e muore come in zone altamente industrializzate. Ed è qui che casca l’asino. Un asino che i movimenti, i comitati, la Chiesa campana, la magistratura hanno ben evidenziato. Noi non abbiamo le industrie, ma gli scarti tossici e nocivi delle lavorazioni industriali.

Questo è il dramma che da anni stiamo cercando di far comprendere in un lento, difficile, faticoso dialogo con le istituzioni. La camorra campana ha fatto affari d’oro con industriali disonesti di tutta Italia e di altri pezzi d’Europa, sotto gli occhi di una politica distratta o ignava, o, addirittura, collusa o corrotta. E non possiamo dimenticare il problema dell’evasione fiscale che il presidente Mattarella ha richiamato nel discorso di fine anno. Evasione fiscale che per noi si traduce in roghi tossici di rifiuti industriali. Perché le scorie di ciò che viene prodotto in nero non possono essere smaltite regolarmente.

Non è vero, quindi, che stiamo morendo come si muore altrove. Questa è una falsità. E dare l’allarme contro questa bugia non è allarmismo, è un dovere civile.

La dottoressa Musmeci ricorderà quando, qualche anno fa, venne ad Aversa con l’allora ministro della Salute Renato Balduzzi. In quell’occasione l’oncolgo e ambientalista Antonio Marfella spiegò al ministro le cose come esattamente stavano. «Ma voi queste cose non me le avete mai dette», disse colpito e incredulo Balduzzi ai suoi collaboratori. Invitò, poi, il dottor Marfella ad affiancare – a titolo gratuito – i tecnici del ministero della Salute. Balzammo tutti sulle sedie. Stava accadendo qualcosa di veramente importante, bello, democratico, civile. La verità stava per venire alla luce. Purtroppo per noi cambiò il ministro e tutto, o quasi, ritornò nell’oblio.

«Tra allarmismo e negazionismo ha vinto l’immobilismo». Monsignor Angelo Spinillo, vescovo di Aversa, uno dei cuori dolenti con Acerra, Caserta e Nola della "Terra dei fuochi", meglio di chiunque, riassume . I riduzionisti tengono duro. Perché e fino a quando? E quanto dolore ancora dovrà essere patito da gente innocente perchun dramma epocale dalle dimensioni immani che ancora, purtroppo, si tenta di ridimensionareé si dica ciò che va detto e si faccia ciò che va fatto?
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