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Nuova normalità: la crisi spinge a rivalutare la condivisione di beni e servizi
Più tempo, meno moneta
Luigino Bruni
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I "new normal", i nuovi normali: così l’America chiama quella parte dell’ex ceto medio che a causa della crisi sta cambiando stile di vita, facendo cose che pochi anni fa sarebbero state considerate anormali o tipiche della classe più povera. Fra questi nuovi comportamenti 'normali' non ci sono solo riduzioni del consumo di beni e servizi che fino o poco fa erano considerati ormai assodati e di fatto indispensabili, ma ci sono anche nuove pratiche di condivisione, in rapido aumento nella società americana e un po’ in tutto l’occidente in crisi.

Tra queste c’è anche il grande sviluppo delle Banche del tempo, quella importante innovazione (che risale a ben prima della crisi), che consiste nel dar vita a una rete di scambi nei quali la moneta, cioè l’unità di conto e di calcolo delle equivalenze, non è il denaro ma il tempo: l’offerta, ad esempio, di un’ora di giardinaggio diventa un credito di un’ora di un’altra attività della stessa durata, sulla base di norme di reciprocità sia diretta che indiretta (dove il credito o il debito di A verso B può essere ricambiato anche da C). Nelle vere banche del tempo si riporta l’economia alla sua natura originaria di incontro fra persone, dove lo scambio di merci e di servizi è sussidiario ai beni relazionali, che oggi sono sempre più inquinati da mercati troppo anonimi e spersonalizzati. Le banche del tempo sono presenti anche sul nostro territorio, normalmente promosse da associazioni della società civile, quasi sempre all’interno di tessuti con orditi molto articolati, che in certi casi stanno prendendo la forma di veri e propri sistemi di scambio e di sviluppo locale, con reti di gruppi di acquisto solidale (Gas), cooperative, pubbliche amministrazioni lungimiranti, banche territoriali, molte associazioni, Caritas, ecc.

Così in molti territori, le antiche tradizioni di virtù civili e di mestieri oggi vivono una nuova primavera, con in più un significativo protagonismo di donne e di anziani. Sono questi segnali positivi della crisi, che se estesi su più larga scala e sostenuti da buona politica, potrebbero far sì che diventino di nuovo 'normali' prassi comunitarie e solidali che hanno fondato la nostra cultura occidentale e cristiana, e che nell’era dell’opulenza e dello spreco insostenibile sono state in larga parte distrutte. Dietro questo crescente fenomeno delle banche del tempo si deve allora intravedere un processo di portata più generale e più strutturale, che potrebbe offrire elementi capaci di produrre cambiamenti di vasta portata all’interno del nostro modello economico capitalistico. Ma per comprendere la sfida che si nasconde dietro queste apparentemente semplici e ancora poco conosciute esperienze, bisogna guardare più in profondità. Anzitutto alla diseguaglianza crescente, che va però anche vista da una prospettiva non abbastanza sottolineata, e quindi molto sottovalutata. È la tendenza radicale in atto nel nostro sistema capitalistico a un progressivo allargamento dell’area coperta dagli scambi monetari. È ormai considerato 'normale', in America (ma non solo lì), pagare un extra nei teatri e musei al fine di saltare la coda; oppure pagare (e qui per fortuna solo in America) gli studenti al fine di incentivarne la performance scolastica; per non parlare della ormai normale penetrazione della logica monetaria nella sanità, nella cultura, e persino nella famiglia, dove sta diventando normale incentivare i ragazzi pagandoli per i lavori di casa.

Senza entrare in questioni etiche fondamentali relative all’allargamento dell’uso della moneta in questi ambiti del civile (siamo sicuri che evitare una coda in un teatro, in un ospedale o in un aeroporto perché si è più ricchi sia compatibile con la democrazia?), c’è una conseguenza diretta di tutto ciò nella vita quotidiana delle persone, soprattutto dei nuovi e antichi poveri e dei nuovi normali. Se la moneta copre sempre più bisogni, se cioè devo pagare per ottenere beni e servizi che una volta erano offerti dalle comunità (cura, educazione, scuola, sanità...), una tanto evidente quanto taciuta conseguenza è l’aggravarsi delle condizioni di vita e dell’esclusione sociale di chi quella moneta non ce l’ha o ne ha troppo poca. Per questo in un mondo che oltre ad essere diseguale nel reddito aumenta il ricorso alla moneta per sempre nuove attività, alcune delle quali essenziali per vivere, la vita dei più poveri diventa tremendamente dura.

È qui allora che si capisce il significato civile ed economico di questi movimenti di reciprocità non mercantile come le banche del tempo e dintorni. Un modo efficace per combattere la mancanza di reddito è ridurre il ricorso alla moneta per ottenere beni e servizi. Se fossimo capaci di organizzare la nostra vita quotidiana sfruttando di più il principio di reciprocità, metterlo più a sistema, potremmo gestire una parte significativa di servizi di cura, di assistenza ma anche di mestieri e competenze, senza ricorrere allo strumento monetario. Anche perché molti dei nuovi 'normali' sono nella condizione, perché giovani, donne e anziani, di avere meno reddito ma più tempo e spesso competenze non richieste oggi dal mercato del lavoro ma molto utili alla gente. Perché allora non far ripartire in Italia una nuova stagione di sistemi locali di scambio basati sul principio di reciprocità? Come cittadini ci riapproprieremo di pezzi importanti di vita associata, di democrazia e quindi di libertà, e metteremmo in moto creatività, innovazione, protagonismo, lavoro, nuova fiducia e capitali civili la cui mancanza è la vera povertà dell’Italia di oggi.

Sarebbe una stagione simile alla nascita del movimento cooperativo di fine ottocento, quando in tempo di profonda crisi industriale e rurale, l’Italia seppe dar vita ad un vero miracolo economico-civile, creando decine di migliaia di nuove imprese in tutto il Paese. Occorrerebbe però anche una politica lungimirante che, ad esempio, non veda queste transazioni come forme di evasione fiscale ma come una espressione del principio di sussidiarietà, di cui tanti parlano ma pochi concretizzano. Da questa crisi sicuramente uscirà una nuova 'normalità': oggi ci troviamo di fronte ad un bivio epocale tra una nuova normalità fatta di miseria per tanti e super privilegi per pochi, e una nuova normalità con maggiore condivisione, democrazia e opportunità per tutti.

Dobbiamo allora operare e sperare affinché si imbocchi questa seconda direzione.
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