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L'analisi
Napoli, Caino e Abele 
e lo Stato che non c'è
Maurizio Patriciello
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​Il sangue innocente grida vendetta al cospetto di Dio e degli uomini. Se nessuno ha il diritto di toccare Caino, a maggior ragione occorre assicurare pace e serenità ad Abele. Le vittime innocenti della camorra napoletana pesano quanto quelle del terrorismo. Le lacrime versate da chi voleva loro bene sono identiche. Solcano il viso, offuscano la vista, lacerano il cuore allo stesso modo. Un anno fa tutti ci facemmo solidali di uno strazio infinito. Tutti volemmo essere “ Charlie”. Tra i morti del Bataclan c’era Valeria, una nostra connazionale. Imparammo a conoscerla, ad apprezzarla, a volerle bene. Davanti al dolore che stava dilaniando i genitori, abbassammo la testa e mormorammo una preghiera. La salma di Valeria fu portata in Italia. Gli italiani la piansero come una figlia, una sorella. Ai suoi funerali c’era la famiglia, il popolo, la Chiesa, lo Stato. Il terrorismo si combatte restando uniti. 

Anche per sconfiggere la camorra bisogna unire le forze. A Napoli, nel giro di pochi giorni, sono stati trucidati due giovani. Il primo, Maikol Giuseppe Russo, la sera della vigilia di San Silvestro. A Forcella, il quartiere che da anni è ostaggio del clan della camorra, Giuliano. Non era un camorrista, Maikol, ma un povero disoccupato che portava avanti la famiglia vendendo calzini per le strade. Un ambulante senza diritti e senza prospettive. È stato ucciso per “errore”. “ Una disgrazia”. “Una tragica fatalità”. Insopportabile. Il cuore si ribella. Anche la mente e la volontà. Il vero bersaglio era uno dei rampolli dei Giuliano. Da queste parti è possibile. Sembra una maledizione. Una vera condanna a morte. Non è la prima volta che accade a Napoli. Nello stesso quartiere qualche anno fa fu uccisa Annalisa Durante. Sempre per “errore”. Sempre per “una tragica fatalità”. Sempre “per disgrazia”. Pochi mesi fa a cadere sotto i colpi di una guerra combattuta e non riconosciuta fu Genny Cesarano, 17 anni. Andando a ritroso la lista si allunga terribilmente: Lino Romano, Silvia Ruotolo, Giancarlo Siani, Marcello Torre …

La pallottola, però, non si accontenta di fare una sola vittima. Raggiunge parenti e amici e tenta di rubare loro la forza  e la gioia di vivere. Di estirpare la speranza e di portare la paura. I funerali di Maikol si sono svolti alle sette del mattino, l’ ora in cui di solito si svolgono i funerali dei camorristi. Ma Maikol non era un camorrista. Al contrario, dai camorristi è stato massacrato. Non va bene. Non è giusto. Anzi è terribilmente pericoloso. Vittime innocenti e carnefici sanguinari non possono essere trattati allo stesso modo. I gesti simbolici sono importanti. Il tricolore, in fondo, è solo un drappo, ma chi oltraggia la bandiera offende un popolo. I simboli parlano. Raccontano una storia. Evocano emozioni. Danno speranza, forza, voglia di combattere, di non arrendersi. Di opporre il bene al male.

Ai funerali di Maikol c’erano tanti parroci napoletani. Loro, a dire il vero, ci sono sempre, anche quando non possono fare altro che celebrare esequie. Lo Stato, però, era latitante. Vigilia dell’ Epifania. A Melito, pochi chilometri da Forcella, viene ucciso Luigi Dui Rupo, 24 anni. Aveva le sue colpe, che lo Stato avrebbe dovuto riconoscere e punire. Prima dello Stato, però, sono arrivati “ loro”, quelli della “paranza” opposta. Armati fino ai denti, casco in testa, cocaina nelle vene, come lupi rapaci rincorrono la preda. Di Rupo scappa, si rifugge in un bar, a quell’ora affollatissimo per la vendita di leccornie per la befana. Viene  raggiunto e massacrato, sotto gli occhi degli avventori, del barista, dei bambini. Poteva essere un’ altra strage. La guerra si combatte con armi e strategie adeguate. E tra i vicoli e i rioni di Napoli è guerra da molti anni. Una guerra disattesa e sottovalutata. Lo Stato non può più fingere di non vedere. Non può più permettere che i suoi cittadini corrano il rischio di essere ammazzati solo perché somigliano al boss del quartiere o stanno consumando un caffè al bar.
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