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Anche seri opinionisti ne propongono deformazioni fuorvianti
Matrimonio e omosessuali: i «laici» argomenti dei cattolici
Francesco D'Agostino
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Anche Pierluigi Battista (si veda la sua rubrica dal titolo inequivocabile «Il matrimonio gay non è una minaccia», apparsa ieri sul Corriere della Sera), prende posizione, palesemente favorevole, in merito alla legalizzazione delle unioni omosessuali. Posizione ovviamente rispettabile, anzi, tanto più rispettabile in quanto lo stile di Battista è tra i più lucidi e garbati.

Proprio per questo, però, dispiace dover rilevare come anche lui assuma una posizione argomentativa preconcetta e infondata, quella di chi pensa che i cattolici, convinti che questo tema costituisca «un’offesa alla religione cristiana», si oppongano per ragioni confessionali al riconoscimento dei diritti civili delle coppie gay. Di qui l’esortazione (sgradevolmente paternalistica) da lui rivolta ai credenti a smetterla di avvertire, quando si parla di questo argomento, un’«aura di sulfureo, peccaminoso, intollerabilmente anomalo».
Le cose non stanno così.

I cattolici (nella loro stragrande maggioranza) sono ben più maturi di come sembra ritenerli Battista; non si sentono «minacciati» né «offesi» da nessuno, né avvertono alcun’aura di sulfureo, quando ascoltano le tante (banali e monotone) istanze favorevoli al matrimonio gay. Semplicemente, essi vorrebbero non essere oggetto di fin troppo facili e infondate ironie e soprattutto che i loro argomenti (tante volte ribaditi su Avvenire con rigore e pacatezza) fossero presi sul serio. È esagerata questa richiesta? O è il minimo che si possa pretendere, in un dibattito pubblico di questa portata?

Riassumiamo la questione in pochi punti essenziali. Primo punto: il matrimonio eterosessuale non è un’invenzione della Chiesa; è un istituto giuridico, finalizzato a garantire l’ordine delle generazioni, riscontrabile in tutte (ripeto: tutte) le culture e in tutti (ripeto tutti) i tempi. Corollario: difendendo il matrimonio eterosessuale, la Chiesa difende non un dogma di fede o un principio della propria dottrina, ma una dimensione del bene umano oggettivo. Secondo punto: si può ben procreare, come Battista ci ricorda, al di fuori del matrimonio (questo lo sanno perfino i cattolici!), ma la funzione del matrimonio è proprio quella di porre un rigoroso ordine sociale nella procreazione, a garanzia delle nuove generazioni.

La crisi del matrimonio – fenomeno ciclico, ma in questo momento storico particolarmente acuto – va considerata con grande preoccupazione, perché è la causa fondamentale della crisi della famiglia, fattore insostituibile di stabilità intergenerazionale e di tutela sociale dei soggetti deboli. Corollario: piuttosto che riconoscere il matrimonio gay, naturalmente sterile, la società dovrebbe operare per un efficace sostegno delle famiglie (e in particolare di quelle numerose) e dovrebbe supportare, cosa che fa solo in minima parte, l’impegno delle famiglie a favore dei minori, dei malati, degli anziani.

Terzo punto: i diritti che secondo Battista dovrebbero essere attribuiti alle coppie gay sono molto meno eclatanti di quanto non possa apparire quando li si qualifica come «diritti civili»: essi non solo sono facilmente attivabili con quello che la scienza giuridica chiama il «diritto volontario» (reversibilità della pensione, subentro nel contratto di locazione, assistenza ospedaliera, diritti successori), ma in gran parte sono già ampiamente fruibili a seguito di interpretazioni estensive delle leggi vigenti fatte dalla Cassazione. Corollario: la vera posta in gioco, quando si dibatte sul matrimonio gay, è simbolica, non è giuridica né sociale; i suoi fautori vorrebbero che il diritto riconoscesse situazioni affettive, di cui nessuno vuole negare l’autenticità "privata", ma che non hanno però in sé e per sé, alcun rilievo "pubblico", e questo proprio in un momento storico in cui da parte di tanti ci si batte per allentare ulteriormente i vincoli istituzionali, che nascono dai legami matrimoniali (si pensi al "divorzio breve", ecc.).

Esiste una spiritualità del matrimonio, che i cattolici hanno carissima, quando riflettono sul carattere sacramentale riconosciuto da Gesù a questo vincolo. Non è però il matrimonio-sacramento che oggi è in crisi e che va difeso, ma il matrimonio "civile", come credo ben emerga dai punti che ho indicato. È su questi punti, privi di qualsiasi rilievo confessionale, che insistono da anni i cattolici, in quanto hanno a cuore il bene di tutti, credenti e non credenti. Perché non si forniscono loro risposte convincenti, anziché deformare le loro argomentazioni per poter farne oggetto di ironia?
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