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Il bombardamento mediatico-politico a favore delle nozze gay
Ma noi non la beviamo
Francesco D’Agostino
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Il riconoscimento del matrimonio tra omosessuali, ivi compreso – perché no? – il diritto di adottare figli va considerato un traguardo, forse non immediato, ma finale! Verso il quale devono tendere tutti quei cattolici che riescono a non confondere fede e cultura e che non vogliono lasciarsi travolgere da un’ispirazione conservatrice! Basta con le discriminazioni! È ora di superare gli steccati! È ora di dare cittadinanza agli omosessuali, a partire da quei diritti che oggi si vedono negati! Bisogna approvare al più presto la legge sull’omofobia, ratificare la Convenzione di Istanbul, introdurre definitivamente nella normativa vigente e nell’ordinario lessico giuridico il concetto di "genere" (l’idea cioè che la sessualità abbia un rilievo non come dato naturale, ma come costruzione sociale).

Potrei continuare a lungo in questo florilegio di affermazioni, che unisce politici di diverse sponde e alle quali oggettivamente dà man forte la presidente della Camera, che su di un quotidiano ha riproposto tesi già note, rispondendo con un calore un po’ sopra le righe alla lettera di un giovane omosessuale che arriva a descrivere la tragedia dell’ostracismo cui sarebbero soggetti gli omosessuali evocando perfino l’idea del suicidio (ma per fortuna Nichi Vendola ha subito interpretato la «metafora del suicidio» come un «escamotage letterario» tenendosi saggiamente lontano da inutili patetismi).

Tutto qui? No, assolutamente no. A Cannes ottiene la Palma d’oro un film apertamente schierato a favore dei diritti degli omosessuali. Nulla di particolarmente nuovo, se non forse nella durata (una ventina di minuti buoni) di una scena, assolutamente centrale nel film, di amore saffico tra Emma e Adèle, le due protagoniste. Più però che questa scena in quanto tale, è una battuta del film che ne riassume il vero senso: è quando Emma, dopo aver avuto piena esperienza con Adèle di una totale possessione carnale, le dichiara : «Adesso siamo una famiglia». È una proposta di matrimonio? O la presa d’atto di un matrimonio "naturale"? La famiglia, comunque, resta al centro di tutto, ci vuol far capire il regista Kechiche: è il valore dei valori. Resta da valutare cosa davvero egli riesca a capire di cosa sia "famiglia" e di cosa non lo sia.

Come reagire a questo bombardamento mediatico, talmente ben orchestrato da indurre molti che la pensano diversamente alla resa, se non altro per stanchezza? Piero Gobetti, in anni lontani, invitava chi ne era capace ad entrare senza timidezze nella società degli "apoti", cioè di quelli che non la bevono, di quelli che nonostante tutto "non la bevono".

E noi non dobbiamo berla, per quanto continuamente bersagliati da messaggi di tutti i tipi, politici e partitici, patetici e severi, espliciti e impliciti, artistici e cronachistici, materialistici e spirituali: messaggi che vogliono convincerci che i vincoli familiari non hanno alcun bisogno di fondarsi sul matrimonio eterosessuale e che è ora di riconoscere coniugi i gay che volessero sposarsi. Basterebbero gli "affetti" per creare coniugalità e famiglia. Non è vero. Il diritto – su queste colonne quante volte lo si è ripetuto – rispetta gli affetti, ma non dà loro giustamente alcun rilievo e, quando lo fa, crea disastri.

Gli affetti sono personali, mentre i vincoli giuridici, soprattutto quelli coniugali, sono istituzionali. Solo il matrimonio, incontro di persone eguali nella dignità, ma differenti nell’identità sessuale, apre ad un futuro generativo: solo l’eterosessualità, sia a livello empirico, che a livello simbolico, crea futuro, è cioè in grado di tenere collegate le generazioni che si succedono nel tempo. Il diritto non è interessato a relazioni, pur bellissime (come può di certo essere anche l’amicizia omosessuale), che però vivono necessariamente solo nel presente e che non hanno carattere fondativo: quando giunge a legalizzarle e ad aprirle all’adozione – come sta avvenendo in alcuni Paesi del mondo – deforma se stesso e la sua funzione, che non è quella di garantire la felicità ai cittadini, ma di tutelare la specificità delle relazioni interpersonali.

E le relazioni personali tra i gay non hanno bisogno di tutela coniugale, ma eventualmente solo di tutela patrimoniale (come anche altre forme non sessuate di convivenza), quando si creino situazioni di tale fragilità per uno dei conviventi, da richiedere un intervento pubblico.

Ecco perché il dibattito sull’introduzione di un nuovo reato, quello di omofobia, si sta rivelando molto ambiguo. Se si intende omofobia in senso stretto è più che giusto punirla severamente: ogni violenza, fisica e ideologica, motivata da odio pregiudiziale per chi sia sessualmente "diverso" è socialmente intollerabile e va annoverata tra i delitti contro la persona. Guai però a dilatare il concetto di omofobia, come da tante parti si cerca di fare, in chiave ideologica, fino a farvi rientrare le opinioni di chi nega che la sessualità sia una costruzione sociale (e non accetta quindi la teoria del gender) o quelle di chi combatte la legalizzazione del matrimonio gay.

Anche in questo caso dobbiamo iscriverci alla gobettiana società degli apoti: nessuno sarà mai in grado di farcela bere e di convincerci che il miglior modo di difendere gli omosessuali sia quello di limitare la libertà di pensiero e di critica.
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