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Le nude domande/9
La fede non è un mercato
Luigino Bruni
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L’universo religioso, attivando l’energia più potente dell’animo umano, è il luogo dove si incontrano i sentimenti e le azioni più alte e nobili. Ma in quello stesso luogo si annidano anche grandi pericoli, quando le cellule sane delle fede impazziscono, avvelenano il cuore, ci istupidiscono. La storia e il presente ci offrono una infinita rassegna di questa ambivalenza inevitabile. La Bibbia contiene anche le cure per prevenire e sanare le malattie che nascono dalle religioni e dalle ideologie. Molte di queste cure sono custodite nel libro di Qohelet, che, come un vaccino spirituale, continua ancora a prevenire e a sanare, se siamo pronti ad "assumerlo" e a sopportare all’inizio un po’ di febbre.

«Bada ai tuoi passi quando ti rechi alla casa di Elohim. Avvicìnati per ascoltare, è meglio che offrire "sacrifici", come fanno gli stolti... Non smarrirti sulla tua bocca e il tuo cuore non abbia fretta di sproloquiare davanti a Dio, perché Dio è in cielo e tu sei sulla terra; perciò siano poche le tue parole» (Qohelet 4,17;5,1). Qohelet nella sua ricerca non si limita a osservare le vanità della vita civile "sotto il sole". In questo capitolo del suo discorso ci fa entrare nel tempio di Gerusalemme, e passa al setaccio della sua sapienza il culto, le preghiere e la principale pratica religiosa del suo tempo: i sacrifici. Ancora in cerca di vanità nascosta sotto le cose.

E inizia con un avvertimento: "stai attento", bada ai tuoi passi, quando esci di casa per andare al tempio, perché è un luogo pieno di insidie e di trappole. La vita religiosa richiede attenzione, cura, custodia: "shamar". Ritroviamo qui la stessa parola ("shamar") che la Genesi usa per dire il comando di cura-custodia-accudimento della terra che Elohim rivolge all’Adam (Genesi 2,15). Ritroveremo questa stessa parola quando Caino, come non-risposta alla domanda di Elohim: «Dov’è Abele[Hevel]?», pronunciò la terribile frase: «Sono forse il "custode" di mio fratello?» (Genesi 4,9). Questa cura-"shamar" posta come prima parola del primo discorso di Qohelet sulla vita religiosa ci può dire già molto: l’Adam, se non vuole diventare Caino, deve prendersi cura della terra e del fratello, ma deve prendersi cura anche del suo rapporto con Dio. La religione è soprattutto un "curare Dio per non farlo diventare un idolo", una custodia delle nostre parole, una cura dei luoghi, un accudimento del cuore. E quando questa cura manca, le religioni si trasformano progressivamente in culto idolatrico o, semplicemente, in stupidità, come ama dire Qohelet.

Per Qohelet prendersi cura della vita religiosa significa prima di tutto silenzio, ascolto, economia di parole. Di fronte alla "macchina" religiosa che portava a "riempire" il tempio di parole e di sacrifici, Qohelet propone di "svuotare", di sgombrare, liberare lo spazio interno ed esterno. Le religioni sono state e sono attraversate dal dialogo-conflitto tra due culture diverse e in genere opposte. Quella che credeva e crede che la religione consista nella "produzione" di parole, sacrifici, offerte, riti, in un mettere, aggiungere, occupare con manufatti lo spazio dell’incontro con il divino. La cultura alla quale appartiene Qohelet, invece, credeva e crede che il principale se non unico lavoro del fedele sia custodire lo spazio del divino, preservandolo dalle molte parole, salvandolo dal sangue dei sacrifici delle vittime; un’arte del levare, una cura di un luogo libero non riempito.

La prima cultura tende, necessariamente, alla trasformazione di Dio in vitello d’oro, perché ha bisogno di vedere, toccare, sentire un Dio che giorno dopo giorno diventa sempre più simile alle parole umane che lo dicono. La seconda cultura religiosa rischia di vivere in un’eterna attesa di un Dio che non parla mai. Qohelet è un grande nemico della religione-vitello, perché considera molte volte più saggia la custodia di uno spazio vuoto che un tempio troppo pieno di cose perché vi possa abitare anche la presenza vera di Elohim. Se non si svuotano i luoghi di Dio, è Dio stesso che finisce per svuotarsi; se non si riducono le parole "su" Dio, è la parola "di" Dio che si logora. Qohelet preferisce un Dio lontano a un dio troppo vicino - "Elohim è in cielo, tu sulla terra". Meglio restare sempre nell’attesa di Dio, che incontrarsi tutti i giorni con uno stupido feticcio.

Tra le principali cause di sacrifici nel tempio c’erano i voti non mantenuti. Nell’antichità, e anche in Israele, era molto comune fare voti, promesse, impegni con Dio - sui quali la Bibbia esprime un giudizio ambivalente: si pensi al voto "scellerato" di Iefte, che lo portò al sacrificio di sua figlia (Giudici, 11). Qohelet dice: «È meglio non fare voti che farli e poi non mantenerli» (5,3-4). In realtà, il senso originale di quei versetti semitici è ormai molto lontano, anche perché non sono da escludere ritocchi redazionali per addolcire la critica nuda di Qohelet al tempio e ai sacerdoti. Se volessimo cercare di rendere con più efficacia l’insegnamento di Qohelet sui voti e i relativi sacrifici riparatori, potremmo così riassumerlo: non fare voti, sono pratiche sciocche, ma se proprio vuoi farli cerca di rispettarli. Così, almeno, non alimenti lo stolto e idolatrico commercio dei sacrifici.

Il centro del suo discorso sul tempio sta diventando via via sempre più chiaro. I voti e i sacrifici erano l’espressione più popolare della religione commerciale e retributiva del suo tempo. Offrendo sacrifici e libagioni si entrava in un rapporto economico con la divinità. Facendo voti si lucravano "meriti"  davanti a Dio (è antichissima questa parola che vogliono mostrarci nuova). Qohelet di fronte a queste pratiche dice: il rapporto tra gli uomini e Dio non è di tipo mercantile, con lui non vale lo scambio di mercato, non applichiamo alla fede la logica economica, perché - e qui sta il punto - questa è la religione degli idolatri e delle molte forme di magia e di superstizione. La logica con cui Dio è all’opera nella storia ci resta velata; ma, dice Qohelet, una cosa è comunque certa: non può essere quella che regola i nostri affari "sotto il sole", perché sarebbe troppo stupida.

Questa polemica anti-retributiva, presente anche in Giobbe e in molta tradizione profetica e sapienziale, era molto preziosa in un popolo ebraico che ha sempre avuto la tentazione di leggere la sua esperienza con Elohim-YHWH con categorie commerciali, a partire dalla stessa struttura dell’Alleanza.

La fede d’Israele nasce all’interno delle culture mesopotamiche, dove era normale leggere la religione come rapporto di scambio con un Dio-sovrano. Le pratiche religiose, nella loro origine arcaica, nascono normalmente come pratiche idolatriche di tipo commerciale. Quelle che riescono ad evolvere ed emanciparsi dalle loro forme primordiali, abbandonano progressivamente la logica del do-ut-des con la divinità. Molta della fatica che ha fatto il popolo di Israele è stata generata dal processo di liberazione da un Dio mercantile, che donava grazie e indulgenze in cambio di voti, sacrifici e offerte. Senza i profeti, senza Giobbe e Qohelet questo processo sarebbe imploso, e la religione di Israele sarebbe rimasta uno dei tanti culti cananei. Ma la tentazione della religione "economica" è insita in ogni culto, e senza la necessaria cura e attenzione si finisce per ritornare agli antichi culti idolatrici, trasformando Elohim in un Re affamato di offerte e si dichiarazioni di sottomissione per ottenere protezioni.

E così la religione ridiventa una "partita doppia" tra il fedele e la divinità, dove i sacrifici e i voti diventano la "moneta"  (non solo in senso metaforico) di questo commercio. Una religione economica che ha sempre avuto (e ha) molti adepti, perché è molto troppo facile, è semplicemente stupida, dice Qohelet - «gli stolti fanno sacrifici».
 
Il fedele è felice di acquistare "meriti" e di compensare colpe per mezzo di semplici sacrifici, e gli amministratori della religione traggono molti vantaggi economici e controllo sulle coscienze alimentando questo turpe commercio. L’episodio di Gesù con i mercanti nel tempio (Giovanni 2,14-16), posto non a caso proprio all’inizio della sua vita pubblica, lo comprendiamo bene partendo da queste pagine di Qohelet. Il cristianesimo ha dovuto lottare molto nei suoi inizi per annunciare una religione tutta gratuità, e se smette di lottare ritorna sempre puntuale l’antico culto idolatra. Occorre molto lavoro e molta cura per non uscire dall’orizzonte della gratuità, ricadendo nel registri dei meriti e delle colpe.

Nella vasta gamma dei sacrifici al tempio, Qohelet pone l’accento anche sui cosiddetti "peccati involontari" o inavvertenze: «Non permettere alla tua bocca di renderti colpevole e davanti al sacerdote, non dire che è stata una inavvertenza» (5,5). La creazione della categoria dei peccati involontari è geniale, paragonabile ai prodotti più sofisticati della nostra finanza. Si crea un "borsa" e un "sistema di prezzi" anche per azioni non-reali, non cercate né volute. Il mercato perfetto. Si inventano colpe artificiali per poi cancellarle con sacrifici molto reali e costosi. Un mercato con una domanda potenzialmente infinita, e con essa anche il suo lucro, tutto gestito dal "tempio" e dai suoi contabili. Qohelet smaschera anche questa grande "vanitas", e ci ricorda, ancora insieme a Giobbe (22,23), che anche la misericordia ha bisogno di verità: è fumo, è falsa misericordia, creare colpe "al fine" di perdonarle.

L’esistenza di un "luogo sopra il sole" dove i rapporti non sono regolati dal contratto, dalla reciprocità simmetrica, dallo scambio di mercato, è stata una pre-condizione essenziale perché i commerci e gli affari "sotto il sole" restassero faccende umane. È stato questo cielo abitato dalla gratuità che ci ha consentito di immaginare e realizzare economie civili e buone democrazie. Quali economie, quali democrazie, saremo capaci di immaginare nell’epoca della meritocrazia e degli incentivi senza gratuità?

l.bruni@lumsa.it
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