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Perché svuotare il matrimonio?
I veri diritti della famiglia
Carlo Cardia
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​Siamo arrivati, ieri alla Camera, alla prima approvazione del cosiddetto "divorzio breve". E colpisce che il fatto abbia sinora suscitato limitate reazioni a livello di dibattito pubblico, diverse delle quali epidermicamente ed entusiasticamente favorevoli, accompagnate tutt’al più da qualche commento ironico sul «cuore breve».

Sul fatto, cioè, che se la legge verrà definitivamente varata, in pochi anni una persona potrebbe celebrare cinque matrimoni, con relativi festeggiamenti e viaggi di nozze... Tutto questo è meno strano, però, se si pensa che siamo di fronte all’ennesimo tassello d’una più ampia delegittimazione del matrimonio, che si vorrebbe solennemente allargare a relazioni che matrimoniali non sono e, al tempo stesso, si tende a ridurre a evento poco più che privato, rescindibile facilmente come altri contratti che hanno a oggetto cose e relazioni di tipo economico.

Siamo di fronte a un brutto segnale politico, tanto più stridente all’indomani della pubblicazione di un Rapporto Istat che sottolinea il progressivo infragilimento della rete familiare che sorregge la società italiana. Una scelta legislativa – per fortuna, ancora non sancita del tutto – che si aggiunge ad altre dirette a svuotare di significato la solenne definizione della Costituzione che all’art. 29 riconosce «i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio».

C’è da chiedersi quale fondamento possa dare alla famiglia un matrimonio che può sciogliersi dopo pochi mesi, a prescindere dall’esistenza o meno dei figli, per esclusiva volontà di una delle parti. E quali diritti siano riconosciuti a una comunità così poco stabile da non superare neanche l’anno di vita. Sono domande semplici, dolorose, che dovrebbero indurre il legislatore a riflettere, a ricordare la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 per la quale «la famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato».

Il primo effetto che può prodursi con l’accelerazione dei tempi di scioglimento del vincolo è quello di provocare un vuoto nella psicologia e nella cultura dei più giovani, con la caduta di senso dell’impegno che si sta per assumere: un impegno che appare effimero, caduco, risolubile in tempi brevissimi, con tutele economiche e giuridiche assai limitate. Altri effetti si avranno sulla tutela dei figli, ritenuti quasi irrilevanti ai fini del divorzio, e sugli orientamenti della giurisprudenza che sarà indotta a ritenere il segmento di esperienza matrimoniale vissuta alla stregua di un incidente di percorso che lascerà poche tracce nella vita delle persone coinvolte.

Bisogna dire con onestà che non è poco, siamo di fronte a un matrimonio che può essere una parentesi brevissima nella vita di una persona, di cui si può perdere perfino la memoria, per quanto è stato lieve. Anche la proposta, che alla fine non è stata approvata per un residuo di pudore, di rimettere separazione e divorzio all’opera del notaio, non faceva altro che far tornare indietro le lancette dell’evoluzione, alla tradizione romana pre-cristiana che lasciava molte cose all’arbitrio individuale.

Si diceva, però, che siamo di fronte al tassello di un mosaico più ampio con il quale si vuole inserire la famiglia fondata sul matrimonio in una galassia di esperienze che la relativizzano, la riducono a variabile indipendente di una serie di relazioni intercambiabili, la privano dei suoi diritti positivi. Un diritto fondamentale, sinora mai messo in discussione, riguarda la tutela giuridica e sociale dello status di figlio, di padre, di madre, così come un altro cardine del matrimonio è il diritto dei genitori di educare e istruire i figli secondo le proprie convinzioni, e scegliendo il tipo di scuola cui avviarli.

Questi diritti, incarnati nella tradizione occidentale, oggi vengono accerchiati, erosi, negati da innovazioni normative e prassi che vogliono separare la scuola dalla famiglia, introdurre forme abnormi di educazione sessuale fin dai primi anni, cancellare dalla mente dei ragazzi quella centralità dell’istituto familiare che leggi ancora vigenti intendono invece promuovere.

Sommando ciò che sta avvenendo, ci accorgiamo che la famiglia finisce con l’essere relativizzata, a volte schernita, o messa fra parentesi per lasciare spazio a una educazione individualistica priva di ogni prospettiva comunitaria.

Si può chiedere un’inversione di tendenza, al legislatore, alla scuola, agli educatori, perché la famiglia ritrovi il suo posto in quell’orizzonte umanistico che ha ispirato le Carte dei diritti umani e la nostra Costituzione? Questa domanda è ancora più urgente oggi quando si assiste a una sorta di guerriglia da parte di organizzazioni estranee alla scuola, di scuole di pensiero che teorizzano apertamente la separazione tra naturalità e socialità, mirano a ledere il principio di genitorialità, diffondono – piaccia o non piaccia – un vuoto etico tra i giovani e inclinano su questo piano cruciale all’indottrinamento nemico del vero dialogo.

A una simile guerriglia le famiglie, e le loro organizzazioni, sono costrette a resistere di volta in volta, riportando successi e sconfitte, non di rado subendo la neutralità delle istituzioni e di chi ha poteri d’indirizzo sulla scuola. Ma questa linea di resistenza non è sufficiente, può avere perfino qualche ambiguità quando sembra che tutto si giochi sul singolo episodio. È diverso chiedere che i diritti sanciti e consacrati al massimo livello legislativo trovino attuazione mediante indirizzi non equivoci che riguardano la scuola, le pubbliche amministrazioni, le strutture sociali. E nella nostra concreta esperienza di vita è decisivo non rassegnarsi, magari per abitudine, a una tendenza che vuole cancellare un faticoso cammino storico e giuridico compiuto a favore delle nuove generazioni, per rafforzare i legami familiari a garanzia della crescita e coesione della società.

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