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Rapporto Novae Terrae
Libertà di educazione, Italia "rimandata"
Enrico Lenzi
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La libertà di educazione nel mondo? Riconosciuta, ma ancora troppo lontana dall’essere davvero applicata a pieno. Su 136 Paesi esaminati dal Rapporto promosso dalla Fondazione Novae Terrae, in collaborazione con l’Oidel (Organizzazione non governativa attenta ai temi dell’educazione con status consultivo presso le Nazioni Unite), l’Unesco e il Consiglio d’Europa, ben due terzi di essi si collocano sopra il dato medio (fissato a 50), ma soltanto i primi dieci sfiorano il massimo punteggio possibile. E l’Italia? In questa classifica si colloca al 47esimo posto su 136, ma scorrendo l’elenco dei Paesi si vede che sotto il nostro ci sono solo dieci Nazioni europee di cui quattro dell’Unione Europea (Grecia, Cipro, Bulgaria e Croazia). Dunque una posizione tutt’altro che invidiabile, anche perché nelle prime sei posizioni troviamo altrettanti Paesi dell’Ue. Nazioni, tra l’altro che spesso si trovano anche ai primi posti nelle indagini internazionali sui livelli di apprendimento dei propri studenti (come quella Pisa), segno di una correlazione virtuosa tra libertà di educazione vera e capacità di apprendimento delle giovani generazioni. Una fotografia scattata nel settembre 2015 e che verrà ripetuta ogni due anni, in base a parametri e indicatori «scelti in modo scientifico e con criteri oggettivi» assicura Luca Volontè, presidente della Fondazione Novae Terrae. In realtà non siamo all’anno zero su questo tema, avendo nel 2002 l’Oidel condotto una analoga ricerca, ma non con gli stessi indicatori utilizzati in questa occasione.
 
Nonostante questo, il Rapporto evidenzia che a tredici anni di distanza dalla prima rilevazione «l’8% dei Paesi esaminati ha introdotto meccanismi di finanziamento delle scuole non governative (termine che comprende anche gli istituti paritari e quelli privati)». Un incremento salutato come «incoraggiante» dai promotori della ricerca sull’Indice della libertà di educazione nel mondo. Ma se anche il 73% del campione esaminato prevede aiuti per la scuola non governativa, solo nel 30% si può parlare di sostegno vero e proprio, mentre nel restante 43% le risorse destinate sono «scarse o esigue». Molta strada resta ancora da percorrere perché la libertà di educazione venga pienamente riconosciuta e, soprattutto, applicata nei cinque continenti. Come detto, il Rapporto utilizza, per arrivare a stilare la classifica, indicatori «scientifici e oggettivi», forti anche di pronunciamenti, documenti, risoluzioni e sentenze pubblicate da diversi organismi mondiali che operano nel campo dei diritti dell’uomo, dentro i quali quello all’educazione occupa un posto di primaria importanza. Ecco allora riferimenti alla Convenzione dell’Unesco del 1960 sulla lotta contro la discriminazione in ambito educativo, accanto a quello della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, piuttosto che alla Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, che sottolinea come «l’educazione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana e del senso della sua dignità e rafforzare il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali».

Forte anche il richiamo alla libertà di scelta delle famiglie in campo educativo, che gli Stati, come chiesto dalla Risoluzione del Parlamento Europeo sulla libertà di educazione del 14 marzo 1984, hanno «l’obbligo di rendere possibile anche sul piano economico, l’esercizio pratico di questo diritto e di concedere alla scuole non statali le sovvenzioni pubbliche necessarie all’esercizio della loro missione», senza discriminazione nei confronti degli organizzatori, dei genitori, degli alunni e del personale». Dunque il diritto all’educazione non può essere pieno se non prevede la libertà di scelta in campo educativo e la presenza, di conseguenza, di un pluralismo scolastico. Un miraggio, quest’ultimo, a Cuba, Libia e Gambia, dove (unici tre Paesi su 136 e colocati negli ultimi posti della classifica) è espressamente vietato dare vita a scuole non governative. E la fotografia scattata da Novae Terrae, aggiunge il presidente Volontè, «vuole proprio aiutare i governi dei singoli Paesi a comprendere quanto cammino devono ancora compiere per giungere a questo traguardo». A questo punto il Rapporto utilizza quattro «indicatori» per verificare la situazione esistente. Nel primo viene esaminato se «esiste la possibilità legale di istituire e gestire scuole non governative», con tre elementi ulteriori: menzione di questo diritto in una legge (80 punti), nella Costituzione (10) e la possibilità di homeschooling (l’educazione impartita dagli stessi genitori e persone scelte da essi) per altri 10 punti (l’Italia ne ottiene 100).

Secondo indicatore (massimo 100 punti) la presenza di «aiuti economici per le scuole non governative»: anche in questo caso il punteggio varia a seconda che: non siano presenti; siano esigui (è il caso italiano con 30 punti); sostengano il costo dei docenti; o anche le spese di funzionamento; oppure coprano tutte le spese sostenute. Terzo indicatore è il «tasso di iscrizione netto all’istruzione primaria», che per l’Italia corrisponde al 96%. Ultimo indicatore quello sul «tasso di iscrizione nelle scuole non governative in percentuale del totale della scuola primaria», che per il nostro Paese è solo lo 0,07%. Fissati i quattro indicatori, il Rapporto presenta una formula matematica per determinare «l’indice di libertà di educazione», il cui valore massimo è 394. Un traguardo quasi sfiorato dall’Irlanda, che con 389 punti si colloca al primo posto superando Olanda (353), Belgio (352), Malta (326), Danimarca (312) e Gran Bretagna (305), che occupano i primi sei posti. E se si allarga lo sguardo fino al decimo posto troviamo anche Cile (303,3), Finlandia (301), Slovacchia (298) e Spagna (281,1). Come si vede ben nove Paesi su dieci sono europei, segni di un primato che l’area 'Europa-America del Nord' dimostra in questo campo (gli Stati Uniti sono al 17° posto pari merito con l’Ungheria a 267,3 punti). Il miglior Paese dell’America Latina è appunto il Cile, seguito dal Perù (15° con 268,8), mentre alla Corea del Sud spetta il primato tra le nazioni asiatiche (11° con 279) - seguito da Israele (13° con 272,4) - e all’Australia per quello dell’Oceania (12° con 278,7).

Bisogna scendere al 38° posto per trovare il primo Paese africano, il Camerun (243,6). L’Italia conquista il 47° con 228,1 punti (tra Messico e Indonesia), che, come detto, non può essere considerata una posizione ottimale visto i risultati degli altri Paesi europei. «La finalità del nostro indice – aggiunge ancora il presidente Volontè – non è stilare una classifica di Paesi, bensì di permettere a ciascuno Stato di valutare la propria situazione rispetto a uno standard mondiale che scaturisce dalle norme in materia di diritti dell’uomo». Percorsi che alcuni governi hanno compiuto, come dimostrano i significativi miglioramenti registrati ad esempio in Ecuador, Guatemala, Israele, Islanda, Giordania, Slovacchia e Perù, mentre in altri casi (Costa Rica, Honduras, Repubblica democratica del Congo, Malaysia e Pakistan) si sono registrati arretramenti di posizione. Ultima notazione. A dimostrazione che i parametri e gli indici scelti dalla Fondazione per il Rapporto sono scientifici e oggettivi, vi è anche da riscontrare che «in linea generale, occorre segnalare che alcuni tra i paesi con il livello di libertà più elevato, come la Corea del Sud, la Finlandia, l’Olanda, l’Australia, il Belgio e l’Irlanda, sono tra i migliori relativamente ai risultati nei test Pisa», che puntano alla verifica del grado di apprendimento degli studenti nella lingua nazionale, nelle scienze e nella matematica. Un ulteriore segnale della bontà anche della libertà di scelta in campo educativo.
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