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I riduzionismi da evitare, l'informazione da dare
Non basta far grandi le nostre banche
Leonardo Becchetti
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I riduzionismi da evitare. L’informazione da dare Novità importanti stanno accadendo nel sistema bancario nazionale e comunitario, ma nell’interpretazione data da molti mezzi di comunicazione qualcosa sembra sfuggire. I 'mantra' ossessivamente ripetuti del risiko e del consolidamento accompagnano e assecondano la semplicistica ricetta della crescita dimensionale delle banche come panacea di tutti mali e non rendono ragione della complessità dei problemi che stiamo affrontando.

Alla radice meno superficiale e più profonda dei problemi del sistema finanziario nei mercati globali c’è il combinato disposto dei riduzionismi nella concezione del valore e dell’impresa. Il primo riduzionismo consiste nell’identificare e far coincidere il bene comune e il benessere delle comunità con il Pil. Se la crescita del volume dei beni e servizi prodotti è importante per affrontare i problemi di debito pubblico e occupazione, è altresì scientificamente assodato che il Pil ignora dimensioni fondamentali di qualità e senso del nostro vivere e incorpora invece fattori (come azzardo, contrabbando, traffico di droga e prostituzione, per fare un esempio) che ci allontanano dal benessere e dal bene comune. Il secondo riduzionismo che si sovrappone al primo amplificandolo è far coincidere il contributo dell’impresa all’economia con la massimizzazione del profitto. 

Ovvero confondere la torta del valore aggiunto (il contributo creativo dell’impresa al Pil del Paese) con la fetta di tale torta appannaggio di una particolare categoria d’interesse (gli azionisti e i proprietari del capitale di rischio). Il combinato disposto di queste due distorsioni concettuali produce la ricetta semplicistica che leggiamo su (quasi) tutti i giornali: facciamo diventare le banche più grandi, i loro profitti aumenteranno e con essi il bene del Paese. Gli effetti di questi errori sono sotto gli occhi di chi vuol vedere.

Le grandi banche massimizzatrici di profitto non rispondono agli sforzi del presidente della Bce, Mario Draghi, che le inonda di liquidità per finanziare gli investimenti delle imprese. I meccanismi premiali delle posizioni apicali al loro interno (fondati su una percentuale di remunerazione variabile troppo elevata e legati alla crescita dei profitti) continuano a spingerle ad assumere rischi troppo elevati, celati da sistemi di rating interno che nascondono la cenere sotto il tappeto. Il sistemi finanziari ne risultano malati di eccesso di volatilità e dominati da troppo capitale 'supersonico' e da scarsità relativa di capitale 'paziente'. In queste condizioni persiste nell’economia europea post-crisi finanziaria la malattia della carenza di investimenti, attività troppo complessa e problematica per chi vuole fare molto profitto a brevissimo termine. In questo contesto difficile, si intravedono segnali di speranza. Il nostro sistema bancario si è recentemente rafforzato grazie all’intervento sulle sofferenze e, in termini di biodiversità, con la nascita del gruppo cooperativo delle Bcc che supera potenzialmente alcuni difetti strutturali del passato (la crescita dimensionale in un delicato equilibrio che mantiene le autonomie delle Bcc locali è qui importante perché rinforza il sistema di garanzie). 

Abbiamo, poi, una banca pioniera come Banca Popolare Etica che conferma la sua solidità e diversità strutturale importante (più attenzione al credito, basse sofferenze, 'voto col portafoglio' per i progetti ad alto impatto sociale ed ambientale). Anche i mondi bancari tradizionali sembrano influenzati da questa diversità che spinge le maggiori banche nazionali a prestare più attenzione al territorio e al sociale ( in primis, da tempo, Intesa con lo spin-off di Banca Prossima). Lo stesso mondo delle grandi Popolari, scosso alla radice dalla riforma, si propone nelle dichiarazioni di principio di consolidarsi attorno al modello della banca di territorio nella grande fusione tra Banco Popolare e Bpm. Sarebbe bene che anche sui mass media vi fosse meno semplificazione nelle riflessioni e più attenzione a leggere sfumature e articolazioni del 'nodo bancario', al di là degli slogan.
 
Dobbiamo essere ambiziosi. Non abbiamo bisogno di banche gigantesche (uguali a imprese non finanziarie massimizzatrici di profitto) orientate più al trading che al finanziamento dell’economia reale. Abbiamo invece urgenza di intermediari capaci di aiutare l’economia reale e porre la loro enorme forza al servizio del bene comune. E abbiamo bisogno di cittadini messi in condizione di capire la differenza e, dunque, di 'votare col portafoglio' per i migliori (istituti bancari e imprese), spingendo il sistema in direzione di maggiore responsabilità sociale e ambientale, con ricadute positive sul benessere di ciascuno.
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