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Memoria dello sterminio e sfida dell’oggi
La lezione della shoah: «Non odiare mai»
Marco Impagliazzo
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Il 27 gennaio 1945 truppe dell’Armata Rossa entrarono ad Auschwitz, epicentro del sistema nazista di sterminio. Liberarono 2.819 prigionieri ridotti allo stremo, tra cui 180 bambini, molti dei quali vittime degli esperimenti del medico Josef Mengele. È un piccolo numero, se raffrontato al milione e oltre di persone inghiottite da quell’enorme lager (con gli ebrei perirono anche migliaia di polacchi, russi, rom e persone di tante nazionalità), vera e propria fabbrica di morte. Nei capannoni, i soldati sovietici trovarono anche i trofei che i nazisti avevano raccolto per ricavarne denaro: migliaia di paia di occhiali, oltre 800mila abiti da donna, montagne di scarpe, cumuli di capelli. Nei mesi e negli anni a seguire, l’Europa avrebbe preso coscienza dell’enormità della Shoah, con i sei milioni di ebrei uccisi, e la creazione di un sistema concentrazionario che non ha eguali nella storia umana.


Ricorre il settantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz, il giorno della Memoria, istituito dieci anni fa dall’Onu. Non mancano interrogativi attorno a quest’anniversario, perché talvolta si ha l’impressione che le celebrazioni siano di circostanza, poco partecipate a livello popolare. Alcuni hanno sollevato il rischio di una «ipertrofia della memoria», per il moltiplicarsi di eventi, per lo più di carattere politico o accademico, con scarsa incidenza nella cultura e nella coscienza dei popoli. Tuttavia, ricordare è un imperativo. È necessario far sì che il Giorno della Memoria non si riduca a una rievocazione del passato, ma ci interroghi anche sul presente e sulla realtà delle società europee. Infatti, l’antisemitismo, che fu l’anticamera dei lager, resta ancora oggi un problema europeo. Non solo per i recenti e tragici fatti di Parigi, in cui oltre alla sede di Charlie Hebdo è stato colpito un negozio ebraico, con quattro vittime. Basti ricordare l’attacco alla scuola ebraica di Tolosa il 19 marzo 2012, con quattro morti di cui tre bambini, o quello al Museo ebraico di Bruxelles, il 24 maggio 2014, con quattro vittime anche in quel caso. Sono gli episodi più gravi, ma molti, troppi, sono quelli di minore entità. Nel corso del 2014 oltre 5mila ebrei francesi hanno scelto di trasferirsi in Israele. Circa 15mila sono invece gli ebrei che hanno lasciato altri Paesi europei. Una ripresa dell’emigrazione ebraica è indice di profonda incertezza. L’Europa rischia di smarrire la strada della convivenza tra persone di fedi religiose, culture, tradizioni differenti.


Auschwitz, nel 2015, può apparire lontano. Poche settimane fa è morto uno degli ultimi sopravvissuti romani alla Shoah, Enzo Camerino, che il 16 ottobre 1943 fu deportato, appena quattordicenne. Recentemente, aveva preso a raccontare in modo semplice la sua storia, per trasmetterla ai giovani, ai quali ripeteva le parole che il padre gli disse nel lager: «Non odiare mai». È un insegnamento da non disperdere. Come trasmettere alle nuove generazioni la memoria della Shoah, ora che anche gli ultimi testimoni scompaiono? Le visite delle scuole ad Auschwitz hanno un grande significato. I media possono dare un contributo. Soprattutto, però, c’è bisogno di legare la memoria della guerra e della Shoah alla realtà del nostro tempo, per capire come il razzismo e l’antisemitismo siano stati elementi di una catastrofe per l’Europa e come, oggi, sia urgente ritrovare il filo di una società in cui tutti possano vivere insieme in modo pacifico. Politiche lungimiranti, buona informazione, coinvolgimento dei leader religiosi in una rete d’incontro e di dialogo, attenzione alle periferie, sono alcuni dei passi da compiere verso una società del convivere dove ci sia spazio per tutti.


Auschwitz, luogo che forse più di tutti ha visto manifestarsi la forza del male nella storia, sia occasione di una riflessione sull’Europa. La pluralità, elemento ineludibile delle società contemporanee, può evolvere nel conflitto o, al contrario, essere il fondamento di una civiltà del convivere. Era il sogno che Giovanni Paolo II affidò al mondo e alle religioni ad Assisi, nel 1986, e che oggi è la via da percorrere per l’Europa: una cultura della convivenza nella pace, nel senso del bene comune universale e nel rispetto delle differenti identità.
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