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El Niño aumenta la fame in Africa
di Matteo Fraschini Koffi
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«Dobbiamo agire ora». Il comunicato di Peter de Clercq, a capo dell’Ufficio Onu per il coordinamento umanitario in Somalia (Ocha), ha un tono perentorio. Il fenomeno climatico chiamato El Niño ha raggiunto ormai livelli drammatici. In Africa orientale e meridionale, 34 milioni di persone sono direttamente colpite, di cui «un milione sono bambini gravemente malnutriti», avverte l’Unicef. La terra non produce nulla e il bestiame muore a ritmi impressionanti. E mentre i costi dei prodotti alimentari continuano a salire in modo spropositato, le scorte di cibo per le emergenze si stanno velocemente prosciugando. Senza una nuova erogazione di fondi internazionali, milioni di persone, in gran parte bambini, potrebbero iniziare a morire di fame entro aprile. «Il livello di malnutrizione acuta, soprattutto tra i minori, è davvero preoccupante – continua de Clercq –. Circa 305mila bambini sotto i cinque anni sono malnutriti, di questi 58.300 moriranno se non saranno curati in tempo. Poiché la siccità potrebbe far salire questi numeri nei prossimi mesi – spiega il funzionario Onu –, abbiamo urgentemente bisogno di fondi per rispondere alla crisi con una tempistica appropriata».


Un rapporto redatto dall’Unità sulla sicurezza alimentare e l’analisi nutrizionale (Fsnau) afferma che degli 11milioni di somali, «3,7milioni saranno colpiti da una forte insicurezza alimentare a giugno, mentre 4,7 necessitano di un’assistenza immediata». Secondo l’Onu, quest’anno «sono necessari 885milioni di dollari per soddisfare i bisogni più urgenti in Somalia». Con il surriscaldamento delle acque dell’Oceano Pacifico, El Niño sta modificando la circolazione dei venti e quindi la distribuzione delle piogge. I periodi di semina e raccolta vengono profondamente alterati o addirittura cancellati, provocando gravissime conseguenze per agricoltori e pastori impossibilitati a ottenere prodotti agricoli o a nutrire i loro animali. Nonostante si tratti di un fenomeno climatico in parte prevedibile, resta molto difficile calcolarne l’intensità e il raggio d’azione. In Etiopia, per esempio, è in corso la peggiore siccità degli ultimi cinquant’anni: l’estensione territoriale è maggiore rispetto a quella del 1984. Sono 10 milioni le persone a rischio.


Se non verranno forniti più fondi entro la fine del mese, le riserve d’emergenza finiranno in aprile. «La comunità internazionale ha tre settimane per provvedere a 254milioni di dollari in aiuti – ha detto pochi giorni fa John Graham, a capo dell’organizzazione Save the Children nella capitale Addis Abeba –. Dobbiamo prevenire un catastrofico aumento dei casi di malnutrizione acuta». Il denaro coprirebbe i mesi tra maggio e luglio, ma ci vogliono quattro mesi per comprare il cibo e trasportarlo nelle varie regioni del Paese. «Anche se la pioggia arrivasse da marzo a maggio facendo crescere la disponibilità d’acqua – ha aggiunto Ayman Omer, direttore di Oxfam in Etiopia –, ciò non darebbe immediati raccolti. Fino a novembre non riusciremmo comunque a ottenere buoni risultati». In Zimbabwe, invece, il presidente, Robert Mugabe, ha decretato lo stato d’emergenza in gran parte del territorio. Un quarto della popolazione sta affrontando uno dei periodi storici più critici legati alla mancanza di cibo. «Secondo le prime statistiche, 1,5 milioni di cittadini erano vittime dell’insicurezza alimentare in tutti i 60 distretti rurali colpiti dalla siccità – ha recentemente confermato Saviour Kasukuwere, ministro dei Lavori pubblici –. Ora siamo saliti ai 2,4 milioni, il 26 per cento dell’intera popolazione».


Per Enos Jahni, un coltivatore zimbabwano nella località di Masvingo, le piogge sono arrivate troppo tardi. «La maggior parte del mais è ormai deperito e i pastori fanno pascolare il bestiame su terreni aridissimi – ha spiegato alla stampa locale –, il governo deve quindi intervenire subito per darci da mangiare». I dati più recenti registrano la morte di 16.500 vacche e l’abbandono del 75% delle coltivazioni nelle zone maggiormente devastate dal Niño. Sebbene le autorità sudafricane affermino che non si è ancora raggiunto una situazione di 'disastro nazionale', gli esperti l’hanno definita la più grave siccità degli ultimi vent’anni. «Nella nostra fattoria non è mai mancato il grano a dicembre – assicura Borrie Erasmus, la cui famiglia ha vissuto da cinquant’anni sullo stesso terreno nella provincia di Free State –. Non abbiamo neanche potuto piantare semi. Mai vista un’aridità simile in questa zona».


La siccità sta costando agli agricoltori sudafricani 600milioni di dollari in raccolti persi. Dalla capitale Pretoria, il governo ha promesso di assistere i suoi coltivatori, ma solo con 19 milioni di dollari. Situazioni così delicate si riscontrano anche in Malawi, Zambia e Angola, dove gli animali muoiono, le dighe sono asciutte, e i raccolti vengono abbandonati. Da Ginevra, il Programma alimentare mondiale (Pam) sta facendo pressione sui donatori e sui governi africani coinvolti, oltre a distribuire cibo alle popolazioni più a rischio. «I genitori hanno cominciato a ritirare i figli dalle scuole per farli lavorare e guadagnare i soldi necessari a sfamarsi – spiega Bettina Luescher, portavoce del Pam –. Inoltre, svendono il bestiame e sempre più bambini arrivano nei nostri centri nutrizionali». In Malawi, il costo del mais è aumentato del 175%. Una cifra astronomica per il prodotto alimentare di base nella regione, specialmente quando in Africa si spende il 60% dei propri ricavi in cibo, rispetto al 15% dei Paesi occidentali. In Mozambico sono invece oltre 175mila gli affamati, soprattutto nelle province meridionali di Inhambane e Gaza, sebbene il Pam affermi che «la situazione sta degenerando anche per gli abitanti delle province di Niassa e Sofala».


Di fronte ai drammatici effetti del cambiamento climatico, le autorità governative stanno cercando di trovare soluzioni pratiche in grado di limitare i danni socio-economici del Niño. Nel caso dello Zimbabwe, Mugabe ha però attribuito la colpa non solo al clima, ma anche alle sanzioni imposte dai governi occidentali a causa delle violazioni di diritti umani commesse nel Paese. «Parte del problema è legato alle riforme agrarie del presidente, che dal 2000 hanno tolto le terre ai coltivatori bianchi – sostengono tuttavia i più critici con il regime –. Molte fattorie non sono utilizzate, benché il governo abbia promesso di svolgere ispezioni e di fare sì che quei terreni ricomincino a produrre». A più di trent’anni dalla grande carestia che ha preso di mira l’Etiopia, uno dei Paesi con la più rapida crescita economica al mondo (più del 10%), ci si domanda come mai il governo non sia ancora in grado di limitare le sofferenze della propria popolazione.


«Non possiamo continuare ad affidarci solo a un’agricoltura 'asciutta' – ha ammonito Senzeni Zokwana, il ministro dell’Agricoltura sudafricano –. Dobbiamo utilizzare più finanziamenti per installare impianti di irrigazione, il che vuol dire più dighe e nuove infrastrutture».
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