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La contro-campagna della Cgil
Fertilità, è l'aborto la via alternativa?
Massimo Calvi
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Siamo tutti d’accordo: la campagna del Fertility day è stata un fallimento. Ma solo la campagna, non l’iniziativa in sé, che non nasce affatto con lo scopo di spingere gli italiani a fare più figli, e di farli per la Patria, ma per informare sui rischi sanitari che determinati comportamenti possono avere in relazione alla fertilità. Un tema nobilissimo e decisivo. Troppe coppie sperimentano il dolore dell’infertilità anche per una scarsa conoscenza delle cause che possono favorirla. 

Per questo le persone in buona fede dovrebbero saper distinguere tra le critiche legittime a una campagna che ha avuto l’effetto di offuscare il senso del Fertility day, fino a offrire il fianco agli oppositori politici del ministro della Salute Beatrice Lorenzin, e il valore del reale messaggio di cui l’iniziativa è portatrice. Solo per fare un esempio, in queste ore in rete circolano a mo’ di sberleffo decine di fotomontaggi di persone famose che nonostante una vita tra droga, alcool e tutto il resto hanno avuto 5, 6 o più figli ciascuno.

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Peccato siano tutti maschi e che i figli li abbiano avuti da più donne e, ovviamente, molto più giovani. Forse una differenza esiste, ed è giusto ricordarla. Ma parlando di strategie di comunicazione si dovrebbe guardare anche sul fronte opposto, in casa Cgil.

La federazione lavoratori pubblici del maggiore sindacato italiano, che è guidato da una donna, ha pensato bene di proporre una contro-campagna chiamandola 'Fertility way', per presentare la sua «via alternativa». Premesso che ci sarebbe da riflettere su come sia possibile confondere così grossolanamente la fertilità con la natalità, a colpire è uno dei manifesti realizzati, che presenta una donna lavoratrice incinta – a occhio al quinto mese di gravidanza – con la scritta: «Decido io quando avere un figlio, perché sono libera. Questo è il paese che voglio».

E, sotto: «La 194 è una legge disapplicata, i consultori famigliari una rete in disarmo». Cioè, in buona sostanza, nel 2016, come in una ritrovata era oscura dell’umanità, l’orizzonte culturale del sindacato di Susanna Camusso è quello di far intendere alle donne che c’è l’aborto come strumento di controllo delle nascite e per poter avere una vita lavorativa gratificante.

L’interruzione di gravidanza per essere libere e lavorare, magari con l’appoggio del datore di lavoro e chissà, qualche permesso in più. Si potrebbe ricordare che la 194 è disapplicata anche perché, troppo spesso, è utilizzata solo con questa logica mortale, e che i consultori pubblici sono «in disarmo» proprio perché ridotti a centri stampa di certificati d’aborto, mentre tante volte basterebbe un aiuto minimo perché una donna possa decidere in vera libertà, senza subire in solitudine tutto il peso dei condizionamenti esterni. 

Per la Cgil, che come molti ha chiesto le dimissioni del ministro Lorenzin, insomma, sembra non essere il lavoro a doversi piegare alla gravidanza, ma è il grembo delle donne che deve adattarsi alla produzione. Chiamando tutto questo libertà. Eppure la vera domanda è un’altra: se siamo d’accordo che il Fertility day ha sbagliato la campagna di comunicazione, chi in questi giorni ha avanzato critiche si riconosce invece nella campagna sindacale e nel messaggio che trasmette? È questa l’alternativa culturale agli sforzi per combattere il dolore dell’infertilità?

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