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VIVERE LA FEDE
Roma apre le porte
ai giovani di Taizé
«Un dono per la città»
Luca Liverani
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​Ancora una volta Roma mostra il suo volto migliore. Le famiglie romane, le parrocchie, gli istituti religiosi hanno aperto letteralmente le porte per accogliere la gioiosa «invasione» dei 42mila ragazzi di tutta Europa - e non solo - sbarcati nella città Caput Mundi per il 35° incontro internazionale ecumenico di Taizé, da ieri al 2 gennaio, che stasera vivrà l’incontro con Benedetto XVI. E il commento dei romani - parroci, volontari, famiglie - è unanime: «Riceviamo molto più di quanto diamo».

Il "Santa Maria" in viale Manzoni, grande istituto scolastico dei marianisti a due passi dal Laterano, è uno dei due centri di smistamento: qui italiani e portoghesi vengono indirizzati nelle 250 parrocchie disponibili. Sciami di trolley e zaini colorati entrano ed escono cercando le fermate di bus e metro. «Dopo 25 anni il pellegrinaggio di Taizé torna a Roma», racconta il portavoce frère David, 40 anni, portoghese, ma da vent’anni in Francia. «Era l’87 e c’erano molti degli attuali genitori di questi giovani che cercano nella fede la forza per costruire un mondo di pace, giustizia, fratellanza. Tanti erano a Roma per la Gmg del Giubileo». Sono i più grandi, gli ultratrentenni. La fascia di età va dai 17 ai 35, ma ci sono soprattutto 20-25enni. Tantissimi i polacchi - circa 10mila - e poi lituani, cechi, slovacchi, russi, bielorussi, tedeschi, belgi, olandesi, scandinavi vari e ovviamente anche 13mila italiani. «Oltre ai cattolici – spiega a Radio Vaticana il priore di Taizé frère Alois – ci sono ortodossi e protestanti. Insieme in Cristo che ci riunisce».

«Roma ci sta dando un grande sostegno – conferma frère David – sia la Chiesa, che il Comune e l’università. I ragazzi rinunciano a qualche comodità per concentrarsi sull’essenziale. Come a Taizé dove ogni anno ne passano 100mila, d’estate 5mila a settimana in un borgo di 150 persone. Nonostante le festività, tante famiglie sono fuori oppure ospitano parenti, l’accoglienza è stata grande. L’incontro col Papa poi è il segno di una Chiesa che dà fiducia e spazio, in una società che non offre futuro a questa generazione».
Alla Sapienza torme tranquille di ragazzi serpeggiano tra Giurisprudenza, Fisica, Geologia e Lettere seguendo i cartelli appiccicati ovunque: «Nederlands, Slovensky, Polacy, Shqip». È qui l’altro gigantesco check in del pellegrinaggio. Un gruppo di polacchi canta «volare, oh oh» .

E poi «che bella cosa è na jurnata ’e sole». Quella che si godono i gruppi seduti sulle scale del Rettorato. Un’atmosfera serena che è la risposta più bella allo slogan cupo che gli studenti di Scienze politiche hanno appeso all’ingresso, lettere rosse su sfondo blu: «Quale futuro tra queste macerie?».

A San Romano Martire, Roma est, le ampie strutture inaugurate nel 2004, dopo decenni faticosi in un magazzino che ora vende saponi, brulicano di volontari e ragazzi. Ne sono arrivati 290: 140 dormono nel teatro parrocchiale, il resto nelle famiglie. «Il segno più bello – racconta il parroco don Marco Fibbi – viene dalle madri nubili aiutate dalla parrocchia: sono state tra le prime ad aprire casa, loro che hanno vissuto l’accoglienza. E questi giovani sono un dono, perché in cambio di un tetto e di una spaghettata portano lo Spirito Santo nella nostra comunità».

Stessa ordinata frenesia a Santa Maria Regina Mundi, parrocchia sudorientale dei Carmelitani, dove risuona l’inglese in tutti gli accenti possibili. «Io non vado oltre il romanesco», scherza il parroco padre Lucio Zappatore mentre smista i 200 ragazzi. «A convincermi è stato un parrocchiano reduce da un pellegrinaggio a Taizé: "Io ho ricevuto tanto, vedrai che ondata di preghiera". Ma la cosa più bella è stata la disponibilità degli anziani soli che hanno aperto le loro case. La prova che si può vivere da fratelli superando paure, egoismi e diffidenze».
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