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«Fra gli indigeni del Chiapas per non dimenticare chi è ai margini»
LUCIA CAPUZZI
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«Ma allora viene davvero? ». L’anziana tseltal pronuncia le parole in uno spagnolo stentato, con aria preoccupata, teme che la risposta sia un “no”. Il vescovo Felipe Arizmendi Esquivel la guarda con un sorriso e la rassicura. Domani papa Francesco arriverà a San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, cuore indigeno del Messico. E, per questo, troppo a lungo angolo dimenticato: la regione è balzata sulla ribalta mondiale in occasione della rivoluzione zapatista di 22 anni fa. Poi è tornata nell’invisibilità. Almeno fino ad ora. La presenza di Francesco illumina una realtà ancora segnata da povertà e emarginazione. Dove, però da cinquant’anni la Chiesa è in marcia per la realizzazione di un’evangelizzazione incarnata nella realtà e promotrice di cambiamento. Tanti si sono sorpresi che il Pontefice abbia scelto proprio San Cristóbal. «Il primo, io», scherza monsignor Arizmendi.


Sa le ragioni che porteranno qui Francesco?
Le ha dette lui stesso lo scorso 12 dicembre. È venuto in Messico per pregare Nostra Signora di Guadalupe e per stare vicino a quanti si trovano in condizioni difficili. Dunque, gli ultimi. E gli ultimi degli ultimi, cioè gli indigeni. Fedele al Vangelo, Francesco sceglie gli emarginati. L’opzione per i poveri è l’opzione di Cristo.


Che cosa rappresenta il viaggio di Francesco per il Chiapas?
La sua presenza è un forte richiamo alla politica, alla società, alla stessa Chiesa, a tutti noi a non dimenticare gli indigeni. A prendere in considerazione i loro problemi. Ma soprattutto il Papa porta una carezza di Dio ai nativi.


E questi ultimi sembrano grati ed entusiasti. Oltretutto fra gli indigeni l’enciclica «Laudato si’» ha ri- scosso un successo senza pari…
Non solo per il fatto di essere menzionati esplicitamente dal Papa come importanti custodi della creazione. L’enciclica esprime in modo inequivocabile la radice evangelica della cura della casa comune. La conservazione della madre terra ha «a che fare con Dio». Tale visione è in sintonia con la sensibilità indigena. Loro si avvicinano al Signore attraverso il contatto con la terra, l’acqua, il sole. Non sono usanze pagane. È una forma di preghiera che parte dalla quotidianità. Come la danza rituale.


A proposito, ne vedremo una al termine della Messa di domani.
Sì. Non è un momento folcloristico. Gli indigeni pregano con tutto il corpo. Nelle celebrazione daremo ampio spazio alla cultura nativa. La prima lettura, ad esempio, sarà in lingua ch’ol, il salmo in tsotsil, il Vangelo in tseltal e la preghiera dei fedeli, in forma comunitaria, ognuno potrà recitarla nel suo idioma. All’offertorio verrà presentato simbolicamente quanto raccolto nelle settimane precedenti per la costruzione di due nuove case del migrante a Mazapa e Salto de Agua. Il passaggio di centroamericani per la regione in viaggio verso gli Usa è continuo. Abbiamo, così, scelto questo gesto in occasione dell’Anno della misericordia.


Avete previsto anche un pranzo tra Francesco e otto indigeni. Quando gliel’ho proposto il Papa ha accettato con gioia. Le persone sono state designate dalla comunità diocesana in modo che il gruppo fosse il più rappresentativo possibile. Durante il banchetto la conversazione sarà spontanea.

Che cosa resterà del viaggio di Francesco in Chiapas?
Questo viaggio non è solo una festa. È un’occasione di riflessione e di assunzione di responsabilità. Abbiamo, pertanto, cercato di prepararlo come diocesi con una serie di catechesi per conoscere meglio il pensiero e il magistero del Papa. Sono certo che Francesco scuoterà “evangelicamente” il Chiapas.
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