Vita

Il filosofo. Zecchi: una sottocultura che privilegia il capriccio

Lucia Bellaspiga venerdì 19 settembre 2014
Una firma dall’avvocato e via: entro dieci giorni il Comune in cui ci si era sposati riceve l’atto e il divorzio è fatto. Come per un qualsiasi contratto, senza più bisogno dei giudici. È la cosiddetta "negoziazione assistita", che nelle intenzioni del riformatore dovrebbe snellire la giustizia civile... In realtà però non snellirà nulla, perché il divorzio lampo sarà possibile solo quando i due coniugi scelgono la strada consensuale, ovvero se hanno già trovato un accordo. In caso contrario si continua con il vecchio procedimento giudiziale. «Già questo dovrebbe farci capire che dietro c’è altro», commenta Stefano Zecchi, docente di Filosofia all’università Statale di Milano e scrittore.Qualcuno sostiene che lo Stato non debba occuparsi del privato e che il matrimonio sia appunto un fatto esclusivamente privato.Tuttavia lo Stato entra continuamente nel nostro privato, lo fa delegando a una magistratura che ci dice che cosa è lecito e cosa non lo è, che ci indica se una cura si può fare oppure no, che dà o nega il consenso di affittare un utero, e avanti con migliaia di altri esempi. A mio parere invece l’insieme di queste questioni si riassume in un grande problema culturale che ha un nome: famiglia.In che senso?Stiamo perdendo il senso culturale di ciò che significa famiglia. Se perdi questo, allora la puoi stracciare come un pezzo di carta, puoi pensare che basti una firma da un avvocato e, zac, non esiste più. Una semplificazione aberrante e irreale, che non rileva tanto il disinteresse da parte dello Stato, quanto piuttosto questa nostra sottocultura generale verso la famiglia, che da sempre è la struttura di base di qualunque realtà sociale. Ogni nuova proposta di legge negli ultimi tempi sembra andare scientificamente a minare la famiglia, e quando questa soccomberà sarà una tragedia, non avremo più un vero organismo formativo ed educativo. E allora a chi delegheremo? Alla scuola? Alla televisione? Ai social network? Ma la domanda cui fatico a rispondermi è: questo attacco alla famiglia è consapevole oppure è irresponsabile? Secondo l’idea che si è fatto, perché accade?L’unica certezza è che tutto questo non è motivabile – come poteva accadere nel ’68 – con una cultura della trasgressione, con la famosa "uccisione del padre" che tanto infervorava gli animi allora: qui vedo solo il trionfo del più sfrenato individualismo. La nostra cultura ormai privilegia non il privato ma il capriccio, la mancanza di responsabilità oggi è pervasiva, nessuno è più responsabile di niente. Nei Comuni che hanno aperto i cosiddetti "registri delle coppie di fatto" basta un clic da casa con il mouse per sciogliere l’unione... Altra aberrazione figlia della stessa mentalità: rischiamo che prima o poi quel clic basterà anche per il divorzio.Perché la famiglia ha invece una funzione pubblica, oltre che privata?È il luogo dove crescono i figli, che non sono solo i figli nostri ma gli uomini del nostro futuro, sono il mondo che verrà. E dove li educhi i figli? Hanno bisogno di una madre, che rappresenta la protezione, e di un padre, che è la storia... non a caso l’attacco alla famiglia è iniziato proprio dalla figura paterna. Man mano è venuto meno il passaggio delle conoscenze che avveniva dal nonno, al padre, al figlio, e questo è grave perché un bambino cresce attraverso il racconto che gli fanno i genitori, lì si forma una propria visione del mondo, che poi andrà a discutere, che in seguito contesterà, ma che prima si deve creare. Cosa resta di tutto ciò, senza la famiglia? È ormai obsoleta, si dice, bene ma con cosa la sostituiamo? Non c’è nulla di più tradizionale e profondamente umano della famiglia, da millenni, così è diventato chic colpirla, si gioca a chi è più trasgressivo. Un gioco tragico e delirante, i cui risultati stiamo già dolorosamente vedendo.