Vita

Intervista. Terragni e Palazzani: rimossi bambini e mamme "a pagamento"

Emanuela Vinai martedì 14 luglio 2015

«Ritengo sia un errore dare in qualche modo per acquisito il fatto che poiché queste tecniche sono praticabili allora sono anche buone e giuste»: così si esprimeva pochi giorni fa su Avvenire Marina Terragni, editorialista del Corriere della Sera e membro della Direzione nazionale del Pd, commentando la sentenza con la quale la Cassazione francese prendeva una posizione del tutto analoga a quella del Tribunale di Milano. Perché non è una buona idea aprire all'utero in affitto? Due sono le ragioni. In primo luogo il taglio del legame tra la madre e la creatura, con la rottura della relazione. In seconda battuta, ma non meno rilevante, abbiamo ragione di ritenere che in un'ampia percentuale di casi le donne che si prestano lo facciano per necessità economiche. Ci sarà pure una minoranza di madri surrogate militanti, ma per lo più lo si fa per motivi legati alla povertà. E quali sono le priorità? Vanno tutelati gli interessi dei minori. Al primo posto deve sempre esserci il bambino o la bambina e, al secondo posto, ci sono le altre "minori", ovvero le donne in condizione di inferiorità economica. Se perdiamo di vista la bussola del superiore diritto del minore, allora abbiamo perso tutte le bussole. I tribunali stanno intervenendo con molta frequenza su queste situazioni. La giustizia non può che procedere a colpi d'accetta, ma con le sentenze è difficile fare una riflessione approfondita su questi temi, perché si tagliano fuori troppe problematiche. Già il re Salomone indicava che l'unica strada era quella della relazione, non quella dello spezzettare il bambino. Nel mondo del politicamente corretto questo non è un punto di vista popolare... Sono spesso accusata di omofobia per queste mie posizioni, ma tengo a ribadire che non sono contro i gay e non è un problema di coppia gay, perché questa è una pratica usata molto spesso da coppie eterosessuali. Ma non ci si può piegare al politicamente corretto, perché bisogna rispondere a una domanda fondamentale: cosa si vuole far scomparire facendo scomparire la madre? Cosa si vuole nascondere? Quale storia si vuole raccontare al posto della verità, cioè che si nasce dal corpo della donna?

Sulla stessa sintonia il giudizio che aveva espresso Laura Palazzani, vicepresidente del Comitato Nazionale di Bioetica e ordinario di Filosofia del diritto alla Lumsa. «La maternità surrogata pone tutta una serie di problemi etici che non possono e non devono essere trascurati». Quali sono le criticità principali? C'è il problema del distacco del bambino dalla madre, quando è noto che durante la gravidanza si instaura un profondissimo legame biologico, ormonale, relazionale tra il nascituro e la mamma, in un dialogo così intenso che la nascita rappresenta un trauma. Con la maternità surrogata il trauma è doppio: sia per la donna che, pur magari con tutte le migliori intenzioni ha ospitato la gravidanza e ora, dopo nove mesi, si vede portar via il bambino che ha custodito in grembo e sia per il figlio che viene privato della madre. C'è poi la questione della medicalizzazione delle tecnologie riproduttive sulla pelle delle donne... Per questo molti movimenti femministi sono contrari all'utero in affitto: perché è una strumentalizzazione del corpo femminile. C'è un libro di 30 anni fa «The mother machine» che già denunciava come il controllo della procreazione con la fecondazione artificiale riduca le donne a "carne da riproduzione". Il corpo della donna viene considerato una mera incubatrice. Con un'ulteriore proceduralizzazione del nascere: non solo si realizza l'embrione in provetta, ma poi c'è anche il trasferimento nell'utero di una donna che porti a termine la gravidanza per poi affidare il bimbo a qualcun altro ancora. L'utero in affitto si basa spesso su rapporti di tipo commerciale. Per quanto si parli di surrogazione gratuita, la gravidanza è di per sé onerosa per tanti profili e basta un rimborso spese gonfiato per celare una retribuzione. La possibilità di un commercio nascosto esiste ed è concreta. L'opposizione alla maternità surrogata non è una questione confessionale, ma è un tema trasversale che riguarda il riconoscimento della dignità della donna e dei diritti del bambino.