Vita

TAMINALI ADULTE. La «sfida» di Angelo Vescovi per vincere la Sla

Francesco Ognibene mercoledì 1 agosto 2012
Quanto sia realistica la speranza che si sta schiudendo lo diranno solo i risultati clinici. Da scienziato Angelo Vescovi lo sa bene, e procede un passo alla volta. Ma nemmeno lui può sottovalutare il fatto che il suo lavoro sta attirando l’attenzione di scienziati e di malati in tutto il mondo: per la prima volta infatti ha trapiantato su due pazienti affetti da Sla cellule staminali cerebrali "ingegnerizzate", ovvero calibrate per arginare la progressione della malattia (il secondo trapianto è di lunedì). Se funzionasse, saremmo di fronte a una svolta. Con strumenti volutamente "etici".Neurobiologo, noto per le posizioni anticonformiste e la tenacia dell’attività di ricerca sulle staminali adulte, dichiaratamente agnostico, Vescovi esordisce con una premessa che ritiene indispensabile: «Devo tutto all’impegno del vescovo emerito di Terni monsignor Vincenzo Paglia e alla Conferenza episcopale italiana. Le garantisco che senza Paglia e la Cei non sarei arrivato fin qui». La sua attività si divide tra Milano, Terni ("cuore" della sperimentazione, con la Banca delle cellule cerebrali) e San Giovanni Rotondo, dove la Casa Sollievo della Sofferenza è il caposaldo scientifico di tutto il progetto. Al primo intervento con le "cellule di Vescovi" a Terni, il 26 giugno hanno partecipato chirurghi di Milano, Torino e di Atlanta, capeggiati da Nicholas Boulis, responsabile del test gemello in corso negli Stati Uniti. Ma dopo un lavoro di preparazione durato anni, dice Vescovi, «la cosa che mi lascia più impressionato è che in questo momento ci sono due signori che si aggirano con cellule staminali cerebrali trapiantate nel proprio midollo spinale».Di cosa si tratta?Abbiamo operato due pazienti affetti da Sla a uno stadio piuttosto serio, con problemi agli arti, alla parola e alla respirazione, ma non terminale. La sperimentazione clinica ora proseguirà al ritmo di un paziente al mese, per un totale di 18.Che intervento avete eseguito?Un’operazione che, pur tecnicamente rodata, è molto delicata perché con aghi sottilissimi si trapiantano le cellule nella parte anteriore del midollo spinale, dove ci sono i neuroni interessati dalla malattia. Cosa si aspetta che succeda ora?Il test clinico è disegnato per valutare la sicurezza di questo nuovo percorso terapeutico. Se tutto va come deve, i pazienti dovrebbero rimanere stabili senza accusare alcun effetto indesiderato. La speranza, certo, è che la malattia possa fermarsi.Può spiegarci il modello dell’esperimento?Siamo convinti che la presenza di cellule sane in un contesto patologico come la Sla (ma non è escluso che accada anche con altre malattie) possa bilanciare una situazione compromessa rallentando o addirittura arrestando lo sviluppo della patologia.È ipotizzabile una regressione?Non mi spingerei a dirlo, ma spero di essere smentito dai fatti. Al più presto passeremo al prossimo bersaglio: la sclerosi multipla.Ci sta dando una notizia...Nel 2013 depositeremo la domanda per la nuova sperimentazione, sto cercando di riunire il comitato di esperti per scrivere il protocollo clinico. Ma c’è un problema di personale e di mezzi economici, entrambi drammaticamente sproporzionati alle sfide che abbiamo di fronte. Facciamo persino fatica a comprare i reagenti...I soldi per le sue ricerche da dove arrivano?Per la costruzione della banca ternana e la certificazione delle cellule, da Fondazione Cellule staminali, Fondazione Cassa di Risparmio di Terni, Associazione Neurothon e da un importante lascito dell’associazione Pro Roberto di Gavoi, nel Nuorese, dedicata a un bambino malato. C’è poi una donazione della Fondazione Glaxo. A fine anno avremo speso per tutta questa fase circa 3 milioni e mezzo. Tenga conto che il nostro è il solo progetto non profit nel settore, quello parallelo in America investe 14 milioni...Veniamo al punto più controverso: il reperimento delle cellule. Il donatore infatti è un un feto abortito spontaneamente, ma qualcuno forse teme che altri potrebbero eludere questo vincolo.Tra gli addetti ai lavori nessuno pensava che da aborti spontanei fosse possibile ottenere cellule utili. Noi siamo riusciti ad affinare la tecnica in maniera da poter prescindere del tutto dagli aborti procurati. L’aborto spontaneo, a differenza di quello volontario, avviene in modo imprevedibile, anche a giorni o settimane dal momento in cui si manifesta l’espulsione. Con un’organizzazione e una tecnica di alto livello, come quella che abbiamo allestito, è possibile non ricorrere mai, e sottolineo mai, ad aborti volontari. A San Giovani Rotondo la perdita del bambino dal quale abbiamo prelevato le cellule cerebrali è avvenuta per cause naturali, il prelievo è avvenuto col consenso dei genitori prima di avviare il feto alla sepoltura, e questo solo donatore basta per generare miliardi di cellule.Perché avete scelto questa strada?Per motivi etici. Ora sappiamo come si fa, ma arrivarci non è stato facile.Che percorso è stato seguito?Un protocollo del tutto analogo alla donazione di tessuti e organi da adulto. Dopo il prelievo, le cellule sono state trasportate a Terni e qui processate con una tecnica piuttosto sofisticata e potente che abbiamo messo a punto e che consente di estrarre le cellule vitali dal tessuto cerebrale (che è quello che degenera più rapidamente). Queste poi vengono fatte moltiplicare: le cellule staminali entrano in uno stadio di proliferazione parossistica, i miliardi di cellule che ne risultano vengono quantificate, classificate e verificate secondo una batteria di criteri elaborati in questi anni per la certificazione, infine congelate nella Banca per le cellule staminali cerebrali umane fino al momento dell’utilizzo. Il tutto nel pieno rispetto dei criteri di eticità.Dunque non vede alcun problema sulla provenienza delle cellule?Ripeto: dal donatore del San Giovanni Rotondo – ma ce ne sono già altri due – abbiamo cellule più che sufficienti per la sperimentazione sulla Sla e probabilmente anche per quella sulla sclerosi multipla. Nel percorso dal prelievo del campione alla sua bancatura, poi, si susseguono almeno cinque figure professionali indipendenti e non legate tra loro, che vigilano sulla correttezza di tutta la procedura. È tutto pubblico, verificabile e trasparente.Perché ha scelto questa strada etica nel suo lavoro scientifico?Non per motivi religiosi, ribadisco che sono agnostico: le mie motivazioni nascono da convinzioni personali di scienziato, sulle quali resto coerente. Ho un enorme rispetto per la vita, in tutte le sue forme. A rigor di logica e di scienza, dimostrabile e verificabile, la vita comincia all’atto del concepimento e finisce con la morte naturale. L’intervallo tra i due istanti è lo spazio della vita umana, ed è uno spazio sacro, laicamente sacro: quanto di più grande ci sia nella considerazione di uno scienziato, e certamente nel mio sistema di valori. Non credo in una scienza che vìola il diritto a esistere della vita, e in particolare della vita umana. Non credo in una scienza che crea vita umana per poi distruggerla al solo scopo di ricavarne cellule embrionali. Così facendo la scienza calpesta la regola più elementare della morale universale, ovvero il rispetto della vita umana, per soddisfare le necessità che derivano dall’insufficienza delle sue capacità tecniche. Il vero scienziato davanti a un problema cerca la soluzione, non la scorciatoia. Il lavoro che stiamo conducendo dimostra una volta in più che esiste la soluzione al problema dell’uso delle staminali nel pieno rispetto della vita umana. È difficile, ma esiste.