Vita

Pastorale salute. Relazione e ascolto: ecco le vie per ritrovare il «gusto per la vita»

Paolo Viana giovedì 13 maggio 2021

Lo studio allestito nell'albergo di Pero (Milano) per il convegno Cei di Pastorale della salute

L’ageusia è uno dei sintomi del Covid 19. Ma la pandemia ha provocato ben altra perdita del gusto, che può diventare addirittura rifiuto della vita. Una deriva silenziosa cui ha risposto con due contromisure l’arcivescovo di Milano al XXII Convegno nazionale della Pastorale della salute «Gustare la vita, curare le relazioni» a Milano. Monsignor Mario Delpini li ha definiti «rimedi della nonna per curare le relazioni malate». La prima è l’arte del buon vicinato, «che è quel modo di abitare la vita, l’ospedale, il quartiere, la casa di cura, che rende desiderabile l’abitare e comporta un pregiudizio positivo, cioè la certezza che siamo fatti per essere dei buoni vicini ed entrare in relazione con gli altri e che al contrario l’individualismo induce a guardare agli altri come a minacce». Il presule ha ricordato che «l’individualismo fa ammalare la persona. Chi cerca la sicurezza nella solitudine diventa il consumatore ideale per tutti coloro che hanno qualcosa da vendere». A insegnarci quest’arte è stato Gesù Cristo nell’incontro con Zaccheo: «Il buon vicinato inizia con uno sguardo: quello con cui Gesù riconosce il bisogno di felicità in Zaccheo» ha detto Delpini ragionando sull’importanza del gesto di saluto che abbatte le mura interpersonali e anche quelle psicologiche di chi, nelle more della pandemia, tende a ripiegarsi in se stesso. «La seconda terapia è la conversazione: mettersi a discorrere, che non è la chiacchiera banale che ripete i luoghi comuni, e neppure il parlare solenne di chi vuole insegnare e predicare. Mi riferisco – ha detto l’arcivescovo – al parlare di Gesù al pozzo con la Samaritana, un dialogo di altissima teologia; è un discorrere che richiede tempo e che non puoi liquidare con una battuta».

Presentati da Gianni Cervellera, in dialogo con Emanuela Vinai – giornalista e coordinatrice del Servizio Cei per la Tutela dei minori
– e Francesco Ognibene – che cura l’inserto "è vita" di Avvenire –, sono intervenuti in seguito i relatori del convegno, che hanno lavorato sul versante psichiatrico delle patologie legate al gusto delle relazioni interpersonali, concordando con il messaggio di don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio Cei per la Pastorale della salute, sul ruolo della ricerca scientifica: «Affrontare la pandemia con i loro strumenti di intelligenza, sempre a servizio della vita umana, compreso il vaccino – e quello della Chiesa, che è prendersi cura delle relazioni ferite, delle solitudini e vulnerabilità, perché nessuno resti solo».

Nel periodo del lockdown i social network si sono candidati come una soluzione a questo problema, ma, come rileva Stefano Pasta del Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Innovazione e alla Tecnologia (Cremit) dell’Università Cattolica, «i social possono portare anche a una disinibizione tossica. Usare un linguaggio violento significa sdoganare comportamenti violenti». Gli studi sulle forme scorrette di relazione, ha aggiunto, «ci fanno pensare che siano solo la punta dell’iceberg, ma noi dobbiamo ragionare sui meccanismi che governano quell’ambiente».

Ritorna, insomma, il messaggio del segretario generale della Cei al convegno – «la tecnologia è utile, ma non può sostituire la relazione, perché è la relazione che cura» –, e la medicina lo conferma. Lo ha attestato al convegno Barbara Mangiacavalli, presidente nazionale della Federazione professioni infermieristiche (Fnopi): «Anche nella relazione terapeutica dobbiamo riappropriati del gusto della vita».
Nella cura dei disordini alimentari, ha detto Laura Dalla Ragione, psichiatra e psicoterapeuta, «è decisivo aiutare la famiglia, centro nevralgico del percorso terapeutico: ricordiamo che da questi disturbi si può guarire, ma bisogna rivolgersi ai centri specializzati e avere pazienza perché per curarsi servono almeno due anni». Oggi di disturbi alimentari – «che sono disagi dell’anima», ha sottolineato l’esperta – soffrono 3 milioni di persone solo in Italia, e queste patologie rappresentano la seconda causa di morte tra gli adolescenti: «Nel 2020 si è verificato un aumento del 30%. Sicuramente c’è un legame con la pandemia». Di segno diverso la curva dei suicidi, come ha spiegato Maurizio Pompili, ordinario di Psichiatria e responsabile del Servizio per la Prevenzione del Suicidio, che ha descritto questa piaga come l’esito di un dialogo interiore in cui è possibile entrare solo con una forte empatia. «Ma ricordiamo – ha aggiunto – che il suicidio è qualcosa più di una condizione che segue a una patologia e alla sua diagnosi». La relazione è l’arma vincente anche per la lotta all’alcolismo, come ha confermato il medico psicoterapeuta Luigi Colusso, facilitatore del Club alcolisti in trattamento, così come nell’affrontare il problema della fibromialgia, una malattia invisibile agli strumenti diagnostici eppure sofferta da 2 milioni di italiani, come ha ricordato Edith Aldama, referente dell’area malattie reumatiche per la Pastorale della salute in diocesi di Roma.

Ma il fronte più caldo creato dalla pandemia sul piano del gusto della vita è quello del fumo. Ne ha parlato Roberta Pacifici, direttrice del Centro nazionale Dipendenze e Doping e dell’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga all’Istituto superiore di Sanità: «Il tumore al polmone è la prima causa di morte, e aumenta nelle donne – ha detto al convegno –. La maggior parte dei fumatori sono duali, cioè utilizzano sigarette tradizionali ed elettroniche; anche la sigaretta a tabacco riscaldato è in ascesa, sempre con un consumo duale. Sotto questo profilo, il lockdown ha portato a una riduzione dei fumatori – 630mila in meno –, soprattutto giovani perché hanno meno dipendenza da nicotina». L’esperta ha sottolineato i rischi connessi allo sviluppo delle sigarette elettroniche, dichiarate come strumenti per limitare il danno mentre le ricariche non raccontano la presenza della nicotina.
A conclusione, il commento di don Matteo Tagliaferri, responsabile della Comunità In Dialogo: «Vedo tutti gli sforzi che si fanno sulla cura delle dipendenze, ma ci preoccupiamo soprattutto di curare le conseguenze e non ciò che avviene prima dell’abuso». Anche su questo fronte la "relazione" torna strumento importante, se non risolutivo.