Vita

Corte Suprema. Usa, nozze gay e libertà di coscienza

Lucia Capuzzi mercoledì 2 settembre 2015
Kim Davis ha deciso: ignorerà la sentenza della Corte Suprema e continuerà a non concedere licenze matrimoniali alle coppie gay appellandosi alla libertà religiosa. Dopo una notte di riflessione, la funzionaria del Kentucky è determinata a tirare dritto. E continuare la propria battaglia legale. La vicenda è cominciata oltre due mesi fa, quando il massimo tribunale Usa ha sancito (a proposito del caso Obergefell contro Hodges) il “diritto costituzionale” al matrimonio fra persone dello stesso sesso. In base alla disposizione, tutti gli Stati, dunque, hanno l’obbligo di adeguare le proprie leggi a tale dettato. Immediatamente è apparso il carattere controverso di tale scelta. Fin dal principio, si erano levate voci in difesa della libertà di coscienza, riconosciuta dal Primo emendamento. La sentenza della Corte non ne ha, di fatto, tenuto conto. Il diritto all’obiezione – avevano previsto numerosi esperti –, dunque, si sarebbe trasformato, nel giro di poco tempo, nel terreno di scontro tra il principio costituzionale e la decisione del tribunale. E, in effetti, così è stato. Il Texas (a guida repubblicana) era stato il primo Stato ad esortare i propri funzionari a non concedere licenze a coppie omosessuali e a non trascrivere i certificati di quelli avvenuti in altri Stati. Ma a dare il là alla “resistenza” alla legalizzazione delle nozze gay da parte della Corte è stato il Kentucky. E precisamente la piccola contea rurale di Rowan dove il cancelliere, Kim Davis, ha smesso di rilasciare le licenze il giorno dopo la sentenza. Non solo a persone dello stesso, ma anche alle coppie eterosessuali. Una forma di protesta analoga a quella adottata da alcuni municipi dell’Alabama. Rowan ha motivato il diniego in base alla propria fede religiosa: la donna, cristiana apostolica, ha detto che «un violento atto di convalida» sarebbe «echeggiato per sempre» nella sua coscienza. Quattro coppie, due gay e due di persone di diverso sesso, a luglio, hanno sporto denuncia contro la funzionaria. Il giudice distrettuale, David Bunning, ha dato ragione ai querelanti e imposto al cancelliere di «adempiere alle proprie funzioni, nonostante le sue convinzioni religiose». In base ai tempi stabiliti, l’esecutività della sentenza è rimasta sospesa fino a ieri. Davis si è, dunque, rivolta alla Corte Suprema in modo da avere una proroga dello stop, in attesa della decisione dei magistrati d’appello. Gli stessi che avevano già consentito a Kentucky, Mitchigan, Ohio e Tennessee di bloccare i matrimoni fra persone dello stesso sesso. Questo prima, però, della sentenza del tribunale Supremo. Quest’ultimo, lunedì, ha rifiutato la proroga chiesta da Davis. «Non è suo diritto non agire in conformità della Costituzione. Ci sono poche o nessuna possibilità che la sua tesi possa prevalere in appello», hanno stabilito i giudici. Il cancelliere di Rowan, però, è determinata a non arrendersi. Ieri, scaduta la “moratoria”, la donna ha continuato a rifiutare le licenze alle coppie, mentre fuori dagli ufficio si accalcavano manifestanti pro e anti nozze gay. Le prime a presentarsi sono state April Miller e Karen Roberts. Poi, sono arrivati David Ermold e David Moore. Infine, è stato il turno di James Yates e William Smith, che si erano recati in ufficio, nei mesi scorsi, già cinque volte. A tutti, Davis ha negato i documenti. Secondo il Washington Post, alle persone, indispettite, che chiedevano in base a quale autorità Davis rifiutasse il permesso, questa avrebbe risposto: «In base al comando di Dio». Il marito, Joe, ha anche denunciato pesanti pressioni e minacce contro la moglie per via della sua scelta. Che cosa accadrà ora? La battaglia legale è tuttora in corso e dipende dal verdetto della Corte d’appello. Il rifiuto di firmare le licenze nell’attesa, però, potrebbe costare a Davis pesanti multe, come chiesto dai querelanti, o perfino – anche se si tratta di un’ipotesi estrema – il carcere. Qualche novità potrebbe emergere domani, nella nuova udienza della corta distrettuale. Nel frattempo, il rappresentante della donna, ha voluto ricordare come sia assurdo imporre a Davis di scegliere fra le proprie convinzioni religiose e il lavoro. Anche perché – ha ribadito – le coppie gay possono richiedere la licenza matrimoniale altrove.