Vita

Il punto. «Nati da donna»: Scienza & Vita rilancia la questione della fertilità

Paola Ricci Sindoni giovedì 26 maggio 2016

Che sia giunto il momento di ridisegnare l’identità femminile in una società, come quella italiana, che vede drammaticamente la donna al centro: dall’utero in affitto al femminicidio, dalla compravendita degli ovociti sino al deserto demografico? Cosa è rimasto delle battaglie femministe del fine secolo scorso, quando l’autodeterminazione e la conquista dei diritti individuali hanno finito per prosciugarne le valenze positive, ormai rifluite dentro le dottrine decostruzioniste del gender? Cosa ne è di quel pensiero femminile cristiano che negli anni ’90 aveva ricevuto impulso dal magistero di Giovanni Paolo II? Parlare di "donna", come si fa in molti dibattiti televisivi, non è lo stesso di affrontare la questione della sua "identità"; perché qualcosa davvero muti, occorre una nuova sensibilità sociale, un’attenzione politica più radicale affinché un laboratorio di idee e un approfondimento teorico generi una nuova cultura. Le donne (e gli uomini) credenti hanno questa responsabilità, da giocare sino in fondo, alla riscoperta di una fisionomia del mondo femminile che sia dinamica e aperta alle nuove provocazioni dell’oggi. È quanto intende promuovere l’Associazione Scienza & vita con il XIV convegno nazionale, aperto a tutti gli aderenti delle sedi territoriali, che si raduneranno a Roma venerdì e sabato. Il tema: «Nati da donna. Femminilità e bellezza» intende proprio ripartire da una riflessione niente affatto celebrativa e retorica, astratta e consolatoria. La drammaticità della violenza che si continua a scaricare sull’altra faccia della luna, non permette simili scappatoie, quando la serietà di una ricerca che coniughi vissuto e pensiero, esperienza e riflessione, divenga capace di restituire un volto differente alla donna e alle sue aspettative personali e sociali. Pensare ai tanti, troppi volti sfigurati del femminile, in Italia ma anche in molte altre parti del mondo, che continuano a perpetrare gli ancestrali tabù della violenza sul corpo delle donne, esige un impatto responsabile e coraggioso: se è sul loro corpo che si abbattono secoli di sopraffazione e indifferenza, salvo poi accorgersi che molto si è perduto e che, ad esempio, in Italia si è rotta la catena generazionale, è sul corpo che si deve ripensare la sua fisionomia identitaria. Se negli anni ’80 il pensiero cristiano sulla donna si era prevalentemente concentrato sui temi della relazione e della differenza, è giunto il momento di recuperare il potenziale simbolico della corporeità, che inerisce proprio alla nascita e che ha a che fare con le virtualità misteriose del suo corpo. La cui bellezza, espressa nella complessità dei suoi meccanismi fisiologici e anatomici, troppo spesso muta direzione dal suo orientamento originario, esponendola a volte alla strumentalizzazione e alla mercificazione. I fenomeni indotti  che ruotano intorno all’esposizione del corpo-immagine, paradigma imperante nei media e arma vincente della pubblicità, sono sotto gli occhi di tutti. Ciò significa in primo luogo rifiutare il pregiudizio culturale, legato al dualismo mente-corpo, che ha finito con lo smarrire la dimensione simbolica del corpo vissuto, quella che rivela l’unità della persona, donna o uomo che sia, e che fa del sua immagine esterna e visibile la rivelazione dell’invisibile, ridonando alla corporeità la sua funzione di esposizione reale e veritativa del suo essere. Il corpo femminile – è bene ripeterlo, visto che tutti, proprio tutti, siamo nati da donna – esprime una verità indiscussa e cioè che la nostra prima esperienza nel mondo è stata possibile perché un corpo si è fatto casa per noi e attraverso la gestazione (essere custoditi da un corpo) e la nascita (essere aiutati a venire al mondo, diventando un altro corpo) abbiamo tutti guadagnato il privilegio di far parte della vita. Aprirsi alla generazione vuol dire allora comprendere che fare un figlio non è tanto espressione di un desiderio individuale (pur legittimo) o un diritto da esercitare in un tempo che ci appartiene, ma un privilegio da custodire, una ricchezza da elargire a tempo opportuno, quello che il proprio corpo indica e promette. Riprendere in mano il valore della fecondità significa anche rispondere a una carenza di bene che avvolge il nostro vivere sociale e, ancora di più, indicare che, se la donna è capace di essere casa per un altro, anche nella società si può, si deve giungere a fare della casa comune un luogo che sia un posto accogliente per tutti. Ripartire da una nuova consapevolezza del proprio corpo può voler dire ancora che, oltre la maternità, l’aspetto fisico, che ci appartiene da sempre, può diventare la cifra di una presenza attiva nella comunità civile, solo quando riesca a dare corpo ai diritti sociali delle donne, dopo l’esasperata espansione dei diritti individuali. Che significa, ad esempio, rivedere al femminile non solo il diritto al lavoro, ma anche del lavoro, dentro i ritmi del lavoro, così da ridisegnarlo secondo quelle esigenze che la rendono così preziosa per tutta la società civile.