Vita

Procreazione. Legge 40, provetta, vita umana: cosa resta 15 anni dopo il referendum

Enrico Negrotti giovedì 18 giugno 2020

Manifesti della campagna referendaria per la consultazione popolare del 12 giugno 2005

Il 12 giugno 2005 la legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita fu sottoposta a quattro referendum abrogativi, che non raggiunsero il quorum. Successive sentenze della Corte costituzionale hanno modificato alcune norme che la legge aveva previsto a tutela della dignità dei concepiti e della stessa procreazione umana. A mobilitarsi 15 anni fa per difendere la legge fu il comitato Scienza & Vita, poi divenuto associazione. Abbiamo quindi chiesto a scienziati, filosofi, bioeticisti e giuristi che si sono succeduti alla sua presidenza una breve valutazione del significato odierno della legge.


«Rimango convinto – sottolinea il genetista Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell’Ospedale pediatrico “Bambino Gesù” di Roma – che la legge 40, così come era stata concepita, abbia avuto il merito di provare a fare un po’ di ordine in un settore della medicina riproduttiva allora ritenuta una “giungla”, per l’anarchia con cui operavano molti centri, portando all’attenzione dell’opinione pubblica un tema di dimensioni sociali. Oggi di quella legge resta uno scheletro, dopo che le sentenze ne hanno smantellato i contenuti. Ma questo non cancella il senso del nostro impegno durante la campagna referendaria focalizzato su due valori: l’inizio della vita umana al momento del concepimento e la vita umana come progetto biologico unico e irripetibile».
«La legge 40 – osserva Paola Binetti, medico e neuropsichiatra infantile, oggi senatrice Udc – è una delle leggi su cui si è più evidenziata l’antinomia tra Parlamento e magistratura, che ha smontato molto di quanto il Parlamento aveva deciso, e il popolo lasciato intatto con il referendum (che fu una grande prova di unità dei cattolici in politica). La legge intendeva aiutare le coppie sterili ad avere un figlio tutelando la salute della donna, la dignità dell’embrione e la coesione della famiglia, e ponendo un criterio etico alla ricerca. Restano ancora importanti il divieto di sperimentare sull’embrione e la proibizione dell’utero in affitto, che difende la dignità della donna e l’unità della percezione della figura materna, non scomposta tra madre genetica, gestazionale e sociale».
«Ho partecipato a tre fasi dell’iter della legge – ricorda Maria Luisa Di Pietro, direttore del Centro ricerca e studi sulla Salute procreativa dell’Università Cattolica di Roma –: i lavori preparatori; il dibattito previo; i referendum. Per assistere poi all’azione dei tribunali che hanno non solo distrutto la legge ma anche esautorato il Parlamento e la forza della decisione referendaria. Due sono le strategie di intervento per il futuro: la formazione e la promozione della salute procreativa. La fecondazione artificiale, anche eterologa, è oramai considerata una mera alternativa a quella naturale. La problematicità di produrre embrioni in vitro, di ricorrere a gameti “donati” e dell’assenza dei coniugi nella procreazione è stata dimenticata o è divenuta un’ombra sbiadita. Riportare l’attenzione su questa problematicità è fondamentale per creare maggiore consapevolezza nelle scelte. Così come è necessario lavorare per ridurre tutti quei fattori (stili di vita, condizioni ambientali, situazione economica) che possono ridurre il potenziale fertile e rendere difficoltosa la realizzazione di un progetto parentale».
«La legge 40 è andata incontro a diverse modificazioni – osserva il ginecologo Lucio Romano, componente del Comitato nazionale per la bioetica – ma rimane vivo il dibattito su alcuni temi. Tra questi, meritevole di particolare attenzione, il destino degli embrioni crioconservati dichiarati abbandonati, bioeticamente molto sensibile per le problematiche implicazioni antropologiche. Direi ineludibili tra il diritto alla vita di embrioni pensati per la nascita e nella previsione di adozione, la prevedibile distruzione di alcuni allo scongelamento per incapacità di impiantarsi in utero, la prosecuzione della crioconservazione per un tempo indefinito e lo scongelamento per convenzione dopo un certo numero di anni».


«Aver tolto il limite di produrre al massimo tre embrioni da trasferire con un unico impianto – commenta Domenico Coviello, direttore del Laboratorio di genetica umana all’Ospedale Gaslini di Genova – ha spalancato le porte alle diagnosi preimpianto. Il limite di tre aveva il fine di non accumulare embrioni congelati, ma per fare la diagnosi genetica preimpianto ne occorrono almeno dieci o più, perché solo quelli senza difetti genetici vengono scelti per essere impiantati in utero. E gli altri vengono congelati. Resta però la consapevolezza, ormai incontrovertibile, che il primo evento della vita dell’uomo è il formarsi della prima cellula, con il corredo genetico di 23 cromosomi maschili e 23 femminili: da lì parte tutta l’evoluzione che porta all’individuo».
«Nonostante negli anni si sia tentato di decostruirla – osserva Paola Ricci Sindoni, docente di Filosofia morale all’Università di Messina – la legge 40 conserva ancora oggi molta della sua validità operativa sia per quanto riguarda la correttezza dei protocolli sulle effettive nascite di bambini concepiti con la procreazione medicalmente assistita, sia per la salute delle donne. Il baluardo etico che comunque sostiene l’intero impianto legislativo è ancora vitale all’articolo 1, dove fu posto il valore giuridico del concepito come soggetto di diritti. Seppure attenta al dramma di tante coppie sterili, essa pone ancora un modello di generatività procreativa come nucleo fondante di quella circolarità di bene espressa nella triade di “uomo – donna – generato”, a differenza di altre inquietanti forme genitoriali».


«Che la legge 40 sia una normativa ancora attuale – conclude Alberto Gambino, docente di Diritto privato all’Università Europea di Roma – e di particolare garanzia per alcuni aspetti delle vita umana più vulnerabile, lo dimostra il fatto che, a oggi, l’unica disposizione di legge esistente in Italia in contrasto con la pratica aberrante del cosiddetto “utero in affitto” sia contenuta proprio in un articolo della legge 40, con l’articolo 12 che punisce, seppure in modo blando, chiunque realizza, organizza o pubblicizza la surrogazione di maternità. Dovrebbe far riflettere i detrattori della legge 40 se sia soltanto un caso oppure la conseguenza di una coerenza intrinseca della stessa legge 40, la quale, pur con alcuni difetti, mira alla riduzione dei danni di ordine fisico e psicologico dei soggetti coinvolti nella pratiche di fecondazione artificiale, a cominciare dal concepito».