Vita

INTERVISTA. Mirabelli: un freno a chi attacca le norme in tribunale

Giovanni Ruggiero mercoledì 23 maggio 2012
​Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale e docente di Diritto ecclesiastico a Tor Vergata, commenta la decisione della Consulta, che definisce «processuale». Professore, come interpretare questa scelta?La Grande Chambre europea ritiene questo terreno sostanzialmente affidato alla valutazione degli Stati. Non esisterebbe un diritto garantito dalla Convenzione europea a ottenere la fecondazione comunque e in qualsiasi caso. La sentenza di secondo grado di Strasburgo, infatti, ribaltando la precedente dice che la legge austriaca non va contro la Convenzione europea e che, dunque, non esiste un diritto fondamentale alla procreazione.E la sentenza della nostra Corte che valore ha?La Corte ha adottato una decisione per così dire processuale. Dice ai giudice remittenti: attenzione, mi avete sollevato la questione facendo riferimento a una violazione mediata dalla Convenzione europea, ma questa violazione non c’è in base alla seconda sentenza. Quindi ha restituito gli atti perché il giudice a quo valuti alla luce di questa novità se la questione è ancora rilevante o no.Ma si può ritenere che la decisione della Grande Chambre sia un punto fermo, nel senso che è a essa che bisognerà far riferimento?Prospettata in questi termini, sicuramente. Ma è da prevedere che adesso ci sarà una lotta continua. Mi pare che il percorso costante in questi temi, che hanno un aspetto di straordinaria delicatezza, è quello dell’aggressione erosiva delle leggi che pongono limiti.Che tipo di erosione?Attraverso percorsi giurisprudenziali ordinari: ricorrere al giudice che anche con interpretazioni ardite ammette quello che la legge esclude.E non sarebbe la prima volta...Infatti, è successo. Poi c’è un altro tipo di erosione: ricorrere alla Corte Costituzionale immaginando che siano stati violati diritti fondamentali.Ritiene che la posizione di Strasburgo sia corretta?Strasburgo dice che è un tema sul quale non è necessaria una valutazione comune a tutti gli Stati, un po’ come è accaduto con il caso del Crocifisso. Il tema di fondo è culturale prima che giurisprudenziale. La domanda è: una concezione utilitaristica dei diritti fondamentali, quale non dovrebbe essere, può valere in questi casi?È come chiedersi: esiste un diritto al bambino?Mi pare che non si possa ritenere che esista un diritto fondamentale ad avere un bambino comunque.I difensori delle coppie italiane dicono che questa è una sentenza per prendere tempo...La sentenza è corretta perché non è di inammissibilità: dice che c’è una novità sulla questione e che tutto va rivalutato. È naturale però che la questione non potrà essere sollevata negli stessi termini.