Vita

Intervista. «Alleanza con le famiglie. Per noi salesiani è l’ora»

Luciano Moia martedì 14 luglio 2015
Nel futuro dell’universo salesiano le famiglie avranno un ruolo sempre più rilevante. Una società sempre più complessa e multiculturale rende ormai obbligatoria questa presenza sistematica, anche alla luce del prossimo Sinodo della famiglia da cui emergeranno indicazioni per dare concretezza al nostro rinnovamento in chiave familiare. Lo racconta don Àngel Fernandez Artime, rettor maggiore dei salesiani, in questi giorni a Milano per il “Don Bosco day” che, nell’anno del bicentenario della nascita, si è tenuto domenica all’Expo (vedi box qui sotto).Don Artime, due secoli dalla nascita di don Bosco, oltre 150 anni di successo per il suo sistema preventivo nell’educazione dei ragazzi, oggi diffuso in 140 Paesi del mondo. Qual è il segreto di questa intuizione che mantiene la sua freschezza di generazione in generazione?Potremmo chiamarla educazione integrale, ma sarebbe ancora poco. Il “sistema preventivo” di don Bosco è molto più di un metodo pedagogico, è un’educazione del cuore. Il nostro fondatore, com’è noto, indicava nella ragione, nella religione e nell’amorevolezza i tre capisaldi del suo impegno educativo. Il segreto è tutto qui.Proviamo ad approfondire il senso di questi tre punti.La ragione è quella che si mostra ai ragazzi attraverso esempi concreti. Fare il bene del ragazzo, in modo ragionevole, per far capire che siamo dalla sua parte. La religione è l’opera di educazione alla fede. I valori cristiani illuminano tutta la nostra opera. E poi c’è l’amorevolezza che vuol dire disponibilità, attenzione, simpatia. Cambiano le condizioni di vita, cambiano la società, ma il cuore dei giovani è sempre lo stesso.Da tempo siete impegnati nell’opera di “attualizzazione e approfondimento” del metodo preventivo. Come si svilupperà questa revisione?Rinforzare e attualizzare il rapporto tra educatori ed educandi vuol dire cercare, in ogni epoca e in ogni situazione, il bene dei giovani; lavorare perché, come diceva don Bosco, siano davvero protagonisti della loro vita.In concreto che cosa c’è da rinnovare?Il linguaggio per esempio. Non possiamo amare i giovani, stare accanto a loro e, allo stesso tempo, continuare a parlare un linguaggio che per loro è incomprensibile, o comunque complicato. La nostra responsabilità di educatori ci porta a sforzarci di capire quello che per loro è bello e buono, amare quello che loro amano. Se dovessi puntare su uno slogan direi: ascoltare, dialogare, condividere.Al vostro recente convegno internazionale di pedagogia avete parlato di “bilinguismo salesiano”. Come va intesa questa nuova espressione?Direi che è un modo per esprimere un concetto che fa parte da sempre del nostro approccio educativo. Potremmo dire più semplicemente: evangelizzare attraverso l’educazione. O ancora meglio: evangelizzare tenendo presente il contesto reale in cui ci troviamo ad operare. In particolare nelle realtà in cui ci sono giovani che più hanno bisogno della nostra presenza. Quanto è difficile attuare questo programma in un mondo sempre più secolarizzato, dove i valori cristiani si fanno largo a fatica tra mille altre proposte che sembrano tutte reclamare dignità e attenzione?È difficile, certo, ma non dobbiamo mai arrenderci, mai dire: «Non possiamo fare più niente». Mai dimenticare che per noi conta quell’educazione integrale di cui abbiamo già parlato e che abbraccia tutte le dimensioni della persona. Le sfide dell’educazione ci sono sempre state e sempre ci saranno. Ma noi salesiani, in linea con tutto il pensiero cristiano positivo, non abbiamo mai guardato il nostro tempo come a un tempo cattivo. Perché questo è il nostro tempo, il tempo che Dio ci ha dato da vivere.Non crede che nell’impegno educativo dell’opera salesiana vada valorizzato di più il rapporto con le famiglie?Certo, il ruolo delle famiglie non solo non va mai dimenticato, ma va messo in luce in modo nuovo. La scuola, neppure la scuola cattolica, può pensare ormai di educare in solitudine. I genitori rimangono i protagonisti dell’educazione e la scuola deve affiancarli ed aiutarli nel loro impegno. Insieme dobbiamo affrontare la grande sfida dell’educazione che vuol dire vicinanza, rispetto, spirito di servizio e tante altre cose ancora. E rimane la sfida più bella, perché costruisce il futuro.Ma concretamente come si potrà realizzare questa nuova sinergia tra famiglie e mondo educativo salesiano?Dobbiamo ascoltare lo Spirito e capire qual è il modo più opportuno per realizzare quel salto di qualità, nella collaborazione e nella vicinanza, che non può più attendere. Siamo alla vigilia di un Sinodo da cui ci attendiamo molto. Vediamo quali indicazioni arriveranno e poi potremo capire dove andare. È chiaro comunque che il coinvolgimento delle famiglie è una priorità assoluta.Nascerà un nuovo gruppo “familiare” all’interno della famiglia salesiana?Vedremo, siamo aperti, ripeto, ad ascoltare la voce dello Spirito. In due due secoli la famiglia salesiana è cresciuta. Dai quattro gruppi fondati da don Bosco, ora siamo arrivati a trenta. Non possiamo escludere che i tempi siano maturi per una nuova crescita.D’altra parte i laici hanno occupato da sempre un ruolo rilevante nella famiglia salesiana.Ma certo, già don Bosco aveva capito di aver bisogno di una presenza laicale significativa. Senza laici, con un’identità cristiana e salesiana ben marcata, tante iniziative non sarebbero possibili. Spesso i laici, per sensibilità e formazione, arrivano laddove noi non ce la facciamo. La forza e la novità rappresentata dal contributo dei laici è irrinunciabile per la famiglia salesiana. In alcune aree del mondo abbiamo già opere interamente in mano ai laici, anche a livello direttivo. E ci rendiamo conto che la crisi delle vocazioni renderà sempre più rilevante il loro apporto. Certo, non va dimenticato che quando noi parliamo di laici intendiamo soprattutto collaboratori che affiancano direttamente la nostra opera. Con le famiglie il rapporto sarebbe obbligatoriamente diverso. Ma non anticipiamo. Anche questa sarà una grande sfida da affrontare.