Vita

Il romanzo di Maria Cristina Giongo. La vita innocente e le ipocrisie degli adulti

Francesco Ognibene venerdì 26 giugno 2020

Un dettaglio della copertina del romanzo di Maria Cristina Giongo "Mamma voglio morire" (Bertoni Editore)

Fuori e dentro di noi, la battaglia è sempre la stessa: alla tensione di tutto l’essere – dell’intero universo – nella direzione della vita si contrappone un’oscura pulsione di morte. In ciò che vive c’è la sua stessa fine, il limite di un’esistenza che però in sé ha una scintilla di infinto. La morte è presente come l’ombra proiettata dalla luce, ma la sua opera distruttrice si spinge oltre, a insidiare ogni passo, a tendere tranelli dove non la si aspetta, fino a sfidare la vita dov’è più densa di speranza. Che un bambino voglia morire è il fatto più innaturale che si possa immaginare: cosa spinge la promessa di futuro allo stato naturale a invocare la propria fine? E’ evidente che le ragioni sono tutte esterne, e che dunque il male va disinnescato in ciò che circonda i primi passi nel mondo di un figlio d’uomo. Il dolore di un bambino – mistero davanti al quale si china il capo sgomenti – è in realtà una denuncia, indica senza mezze misure l’errore da cui si origina la sua stessa sofferenza. E gli adulti, la società, il mondo non possono che cercare dentro di sé le cause di quell’assurdo umano che è un bambino il cui pensiero corra all’annullamento di sé mentre tutto in lui grida il contrario. Il dolore dell’infanzia di questo mondo è il primo atto d’accusa verso ipocrisie, menzogne, violenze, viltà, abusi, eccessi, furbizie della società. O per essere più chiari, di noi che ne siamo componente attiva, ciascuno per la propria parte. Nulla resta fuori da questo sfregio: aborto, eutanasia, sacrificio della vita migrante...

E’ la lezione che resta una volta conclusa la lettura di “Mamma voglio morire” (Bertoni Editore, 228 pagine, 16 euro), intenso romanzo di Maria Cristina Giongo, corrispondente di “Avvenire” dall’Olanda e firma nota ai frequentatori delle pagine di “è vita” per le sue appassionate cronache delle vicende che alle frontiere della vita umana vedono spesso nei Paesi Bassi un laboratorio complesso e drammatico. Nella finzione narrativa che fa perno sul disperato grido della piccola Muriel, bambina ricca di interiorità, circondata dagli affetti ma anche dal groviglio di un mondo adulto irrisolto, è racchiuso il mistero dell’insidia tesa dal male all’umanità facendo leva sulle sue debolezze, nel mirino il bersaglio grosso della stessa vita, meglio se innocente. La parabola della mamma alla scoperta della verità su quella figlia problematica e autodistruttiva passa attraverso il doloroso percorso di ricerca sulla tragica e misteriosa fine del proprio marito, anch’egli portatore di un segreto travaglio. Attorno a questo intreccio di affetti e ferite girano gli altri personaggi di una storia che incalza la lettura e, grazie alla penna da cronista partecipe di Maria Cristina, accompagna verso una nuova consapevolezza su ciò che difende e promuove la vita. Lo fa attraverso la narrazione del caso autentico di una bimba che a tre anni mostrava il desiderio di farla finita, riletto attraverso le lenti dei fatti che hanno affollato l’informazione degli ultimi anni: i piccoli migranti naufraghi sotto gli occhi del mondo, le vittime bambine della guerra in Siria, gli abusi sui minori... Un mondo che tollera questo orrore coltiva evidentemente un segreto inconfessabile che deve smascherare, come i protagonisti del romanzo, per accogliere finalmente insieme a loro la riconciliazione con se stessi e con la vita.