Vita

Il dramma di "Mario". Nuova diffida dei radicali. Il suicidio assistito non è operativo

Francesco Ognibene venerdì 26 novembre 2021

I legali dell’Associazione radicale Luca Coscioni, che stanno affiancando il 43enne tetraplegico marchigiano "Mario" nella sua richiesta di accedere a una procedura di morte medicalmente assistita, hanno depositato una nuova diffida all’Asur Marche «ad effettuare come previsto dal Tribunale di Ancona in tempi brevissimi le dovute verifiche sulla modalità, la metodica e il farmaco idonei a garantire la morte più rapida, indolore e dignitosa possibile» appellandosi sia alla disposizione del Tribunale di Ancona che aveva ordinato all’Asur di accertare la sussistenza delle condizioni dettate dalla Corte costituzionale per accedere al suicidio assistito sia la sentenza 242 del 209 della stessa Consulta sul caso Fabo-Cappato. È il riconoscimento che non era vero quanto la stessa Associazione ha detto il 23 novembre, ovvero che il Comitato etico della stessa Asur avrebbe dato il via libera alla morte per suicidio assistito dell’ex camionista, vittima dieci anni fa di un incidente e da allora immobilizzato. Un dato di immediata evidenza dalla lettura del parere del Comitato, che aveva sollevato dubbi sulla procedura da seguire (ben cinque le domande formulate nel testo), riconosciuto che il criterio della sofferenza insostenibile – anch’esso tra quelli indicati dalla Corte – è soggettivo e dunque non verificabile e ammesso che il paziente non dipende da supporti vitali come indicato ancora dalla Consulta tra i criteri stringenti per non punire singoli casi di aiuto al suicidio ma anche dalla legge 219 del 2017 (sulle Disposizioni anticipate di trattamento, voluta dagli stessi radicali) all’articolo 1, comma 5: «Sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l'idratazione artificiale, in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici». Ora la parola passa all’Asur Marche. Ma risulta difficile credere che un’Azienda sanitaria possa disporre a propri dipendenti l’avvio di una procedura di morte procurata da parte del personale sanitario che oggi non è prevista da alcuna legge dello Stato.