Vita

CORTE EUROPEA PER I DIRITTI UMANI. Eutanasia anche per i sani «Legge svizzera lacunosa»

Antonella Mariani martedì 14 maggio 2013

La sentenza messa oggi nero su bianco dalla Corte europea per i diritti dell'uomo ha del surreale: vi si discute se una persona non malata ma affetta dai normali sintomi della vecchiaia (fragilità, difficoltà di concentrazione e a fare lunghe camminate) ha il diritto di ottenere da un medico la prescrizione di una dose letale di sostanze chimiche che la portino alla morte. Ebbene, la sentenza emessa questa mattina dalla Corte di Strasburgo (che non appartiene alla Ue bensì al Consiglio d'Europa) condanna la Svizzera, porto franco europeo dell'eutanasia, perché le sue norme non sono abbastanza chiare. Le linee guida stabilite dagli Ordini professionali dei medici non sono sufficienti, sentenzia la Corte, ma servono leggi dello Stato affinché sia chiarito chi e quando si ha "diritto" a farsi aiutare da un medico a terminare la propria vita. Non solo: la Svizzera, nel caso specifico in questione, ha violato il diritto al rispetto della vita privata e familiare della ricorrente, proprio perché l'ha lasciata in un "considerevole stato di angoscia".

I fatti. Alda Gross, nata nel 1931 e residente a Greifensee, non ne può più di vivere: è anziana e non desidera "continuare a sperimentare il declino delle sue facoltà fisiche e mentali". Accade a tutti gli anziani del mondo, ma Alda Gross non ci sta: chiede la dose letale di veleno al suo medico, il quale però giustamente rifiuta perché la donna non soffre di alcuna patologia. Lei allora si rivolge all'organismo cantonale di giudizio medico di Zurigo (Health Board) che nel 2009 rigetta la richiesta. La signora non si dà per vinta e si appella alla Corte suprema federale, che conferma la decisione precedente, spiegando che non esiste nessun obbligo per lo Stato di garantire l'accesso dei cittadini a farmaci letali. La signora Gross a questo punto (siamo nel 2010) si rivolge alla Corte di Strasburgo, lamentando che la Svizzera ha leso il suo diritto al rispetto della vita privata e familiare (articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani), poiché non l'ha messa in grado di decidere il momento giusto per porre fine alla sua vita. Ieri la sentenza della Corte, che dà ragione alla donna e chiede alla Svizzera di chiarire.

Così in Svizzera. Il suicidio assistito è legale e diventa un reato solo quando viene realizzato per "motivi egoistici". I requisiti per accedere però non sono stabiliti per legge bensì dalle Linee guide formulate dall'Accademia di Scienze mediche, che lo prevedono per i malati terminali. La Corte di Strasburgo contesta la mancanza di leggi statali sull'argomento e in particolare riguardo alle persone sane che richiedano l'eutanasia. Questa mancanza - è l'argomento della Corte - probabilmente ha avuto un effetto deterrente sui dottori che altrimenti "sarebbero stati inclini ad aiutare la signora Gross".

La sentenza. Incredibilmente, nella sentenza si spiega di non voler prendere posizione sulla regolamentazione dell'eutanasia, che compete a ogni singolo Stato, ma si dice anche che la Corte considera che il "diritto di un individuo a decidere il modo in cui e a quale punto la propria vita deve finire (...) sia uno degli aspetti del diritto al rispetto per la propria vita privata".  Per questo la Corte chiede alla Svizzera di dotarsi di norme chiare per regolamentare i casi in cui "un individuo è pervenuto a una decisione seria, nell'esercizio di della sua libera volontà, di terminare la propria vita, ma in cui la morte non è imminente né causata da una specifica malattia".

E per fortuna che la Corte ha scritto di non volere entrare nel merito della questione...​