Vita

AGGIRATA LA LEGGE 40. Utero in affitto, casi in aumento «Serve normativa chiara»

Angelo Picariello martedì 5 novembre 2013
Si vede che "utero in affitto" suona troppo brutale, perciò gli eufemismi si sprecano, da «gestazione conto terzi» a «maternità surrogata». E forse non è un caso neppure che - come nota Olimpia Tarzia - in questo caso si abbia fretta di chiamarlo subito "bambino", già prima che nasca, a differenza di ciò che accade quando si parla di procreazione assistita o di aborto. Perché il bambino, il "prodotto finale", con la difesa della sua dignità di essere umano che ne consegue, rischia di diventare il grimaldello per legalizzare quella che in molti Paesi, fra cui l’Italia, resta una pratica illegale. Che però rischia di farsi strada, anche da noi, attraverso il cosiddetto "turismo procreativo".Nasce per contrastarla il Comitato "Di mamma ce n’è una sola" presentato ieri alla sala stampa della Camera, che ora punta ad aprire sedi in tutta Italia. Lo presiede la deputata del Pdl Eugenia Roccella, mentre la Tarzia (Presidente Movimento PER, Politica Etica Responsabilità) ne è la coordinatrice nazionale. «Anche in Italia, pur essendo vietata la vendita di ovociti la tutela del bambino fa discendere l’accettazione di un contratto vietato e di una pratica illegale. Per cui - denuncia Roccella - è necessario attrezzarci per fronteggiare questo liberismo procreativo, prima che il tema venga fatto proprio da chi propugna la innaturale parificazione delle unioni omosessuali».Una battaglia senza casacche, auspica Tarzia, «né politiche né religiose». Un po’ come è accaduto a Norcia dove si è registrata la convergenza dei cosiddetti “marxisti-ratzingeriani” (Vacca, Barcellona, Tronti e Sorbi). «Sembra paradossale parlare di un tema come questo, alla Camera, mentre la politica vive tutt’altro tipo di fibrillazioni. Ma dalla crisi non si esce senza la condivisione di una visione antropologica, senza una visione comune dei diritti dell’uomo e delle donne». Una questione, questa, «cui l’antico e nuovo femminismo non dovrebbe essere insensibile», aggiunge Tarzia.Anche per questa ragione, a questa presentazione alla Camera ci sono quattro donne. Assuntina Morresi segnala le gravi problematiche che questa pratica crea, figlia di un malinteso e in realtà inesistente "diritto al figlio": «Si può arrivare - ricorda - a un un puzzle di ben sei genitori, quando, come spesso accade, entrano in ballo anche due donatori, di gameti e ovociti». Che vanno ad aggiungersi alla donna "in affitto" e a suo marito (chiamato comunque a esprimere un consenso), e alla coppia "committente". Un fenomeno che fa leva sulla loro disponibilità finanziaria e sullo stato di bisogno di donne che accettano invece una condizione umiliante, in cambio della corresponsione, se va bene, del 2 per cento dell’importo pagato. Una vera e propria condizione di «schiavitù» la definisce Francesca Romana Poleggi, direttore editoriale del mensile Notizie Pro Vita, quarta donna presentatrice dell’iniziativa, a fronte di un giro d’affari (se così si può dire) calcolabile in circa due miliardi di dollari l’anno. Con un migliaio di cliniche non regolamentate in cui la pratica viene portata avanti, con costi dai 10 mila ai 35mila dollari per ogni figlio, e punte fino a 100mila euro negli Usa. Dove la pratica è autorizzata, ma si finisce comunque per preferire, anche lì, per ovvie ragioni, Paesi a più alta povertà, come l’India, e minore consapevolezza dei propri diritti.Una pratica che non contempla numeri ufficiali, anche per l’evidente interesse di tenerli "coperti" da parte di chi vi fa ricorso, specie in un Paese come l’Italia dove è vietata. Divieto che vige anche in altri paesi, come Danimarca, Irlanda, Ungheria, Grecia, Olanda. E come la Francia, dove però un’associazione che offre il "servizio" con donne residenti all’estero segnala un fenomeno in crescita, da 120 casi nel 2007 a 170 nel 2010. Mentre altri studi riferiscono di numeri ben superiori, ormai prossimi al migliaio. In Gran Bretagna, invece, la maternità "conto terzi" è autorizzata e regolamentata dal 1985 e dal 2010 l’accesso è allargato alle coppie omosessuali. Che possono contare su un apposito ufficio di orientamento istituito nel 2011.