Vita

Protagonisti. Cicely Saunders, il romanzo della donna che inventò le cure palliative

Alessandro Zaccuri giovedì 30 novembre 2023

Cicely Saunders

Non è uno pseudonimo, è un nome nuovo. Emmanuel Exitu ha scelto di chiamarsi così diversi anni fa, rendendo omaggio a un formidabile testo di Giovanni Testori, che fu suo maestro nella conversione. In exitu è il monologo di un tossico che si aggira per la Stazione Centrale di Milano, una creatura ferita e sgradevole che alterna maledizioni e preghiere. Fu rappresentato per la prima volta nel 1988, nello stesso luogo in cui è ambientato; in queste settimane, complice il centenario della nascita di Testori, sta tornando in scena, sempre interpretato da Franco Branciaroli. Come ogni altra opera del gran lombardo di Novate, anche In exitu è un’ostinata, spudorata celebrazione della vita. Artista originalissimo e irrequieto (potrebbe essere originale, se non fosse irrequieto?), finora Exitu si è espresso principalmente come cineasta e videomaker. Il suo documentario più noto è Greater. Sconfiggere l’Aids, realizzato a Kampala, in Uganda.

Ma attraverso le immagini Exitu ha raccontato anche la difficoltà e la bellezza dell’affido familiare, con una lucidità di sguardo sempre capace di lasciare spazio a un profondo coinvolgimento personale. Che a un certo punto Exitu si imbattesse nella figura di Cecily Saunders non era prevedibile, ma non è neppure sorprendente. C’è un’intima coerenza tra questo suo romanzo ( Di cosa è fatta la speranza, Bompiani, pagine 424, euro 21) e le altre tappe di una ricerca che già in precedenza, nel 2006, aveva battuto le strade della scrittura con La stella dei Re, altro romanzo imperniato sulla sacralità della vita, nella fattispecie quella del piccolo Gesù di cui vanno in cerca i Magi. Con Di cosa è fatta la speranza ci spostiamo più vicini a noi nel tempo, per quanto alla distanza di sicurezza di un secolo scarso.

Dal punto di vista esteriore, questo è un romanzo storico, se non addirittura una biografia romanzata. Exitu si è documentato minuziosamente, tanto da indicare non solo la data ma anche l’ora precisa in cui un determinato evento ha avuto luogo. Per ammissione dello stesso autore, alcuni dei personaggi assommano su di sé le caratteristiche di più di una persona reale con la quale Saunders fu in contatto. Il quadro generale rimane riconoscibile, l’accento però si sposta su quello che potremmo definire il contesto invisibile della vicenda della protagonista. L’interiorità di Cicely rimane un mistero, i suoi pensieri sono rivelati solo a tratti, secondo un’economia del racconto che lascia emergere con precisione gli snodi decisivi. Figlia di una famiglia facoltosa ma non altolocata, Cecily Saunders lascia gli studi di economia per diventare infermiera.

Entra in corsia prima ancora di diplomarsi, durante la Seconda guerra mondiale, ma i dolori alla schiena le impediscono di continuare. Torna a lavorare in ospedale come assistente sociale, matura l’intuizione delle cure palliative, si laurea in medicina all’età di 39 anni. Inaugurato nel 1967, il St Christopher di Londra è il primo hospice nel senso moderno del termine, un luogo nel quale al malato terminale è riconosciuta una dignità specifica. Anche quando la malattia è incurabile, la cura continua, la sofferenza può essere mitigata e alla dimensione interiore (psicologica, intellettuale, spirituale) vengono riservate attenzioni non inferiori a quelle destinate al corpo. In un hospice non si guarisce, ma non si resta mai soli.

Fin qui i fatti, che corrispondono con fedele approssimazione agli 89 anni di vita terrena di Cicely Saunders (1918-2005). In Di cosa è fatta la speranza Exitu segue questa falsariga, applicando al racconto lo stesso metodo che la protagonista sperimenta e affina nella sua attività. Si parte dal corpo, ossia dalla fisicità di Cicely, del tutto anomala rispetto ai canoni estetici della sua epoca: alta, asciutta, poco propensa a indossare abiti che contribuiscano a ingentilire l’aspetto. Eppure questa stessa donna è capace di passioni assolute, prima fra tutte quella per David Tasma, il paziente terminale di cui si innamora e con il quale inizia a immaginare una casa-ospedale diversa da ogni altra. L’incontro con David (che muore sognando di essere una finestra in quella stessa casa-ospedale) è forse il cuore del romanzo. Rimane sottopelle, come una cicatrice, e annuncia e giustifica quello che accadrà in seguito.

Ma ci sono altri incontri che Exitu ricostruisce in felice equilibrio tra invenzione e riscontro delle fonti. Quello con suor Teresa, anzitutto, la religiosa irlandese che accompagna Cicely nella sua avventura, aiutandola a costruire un hospice dove l’abbraccio della fede sia offerto a tutti senza mai essere imposto a nessuno. Paula, «la ragazza bellissima che muore» e che nella parte finale assume i tratti di un’allegoria incarnata, entra al St Christopher insofferente di santini e crocifissi, ma lentamente impara a riconoscere la meraviglia in tutto ciò che esiste. Nella neve, per esempio. Oppure nella speranza, che è fatta di tante cose differenti e che, proprio per questo, tutti prima o poi arrivano a riconoscere.