Vita

Camilliani. Dall’Africa a Roma, il dono di padre Alexandre. «Ma resterò burkinabè»

Giulia Rocchi martedì 12 marzo 2024

Un ritratto di padre Alexandre Toè

«Ti offro la sofferenza del mio corpo e del mio spirito. Sei anni di storia: una malattia che non guarisce. Tu lo sai che non è facile, Tu vedi i miei sforzi di non sottrarmi a nulla. Dammi la grazia di offrirti il meglio di me stesso in questo sacerdozio». Padre Alexandre Toè annota queste parole nel suo Diario il 6 luglio 1996. Sarebbe morto cinque mesi dopo, il 9 dicembre, all’età di 29 anni, a causa dell’epatite che lo tormentava da tempo.

Proprio per curarsi era stato mandato in Italia, nel 1991. «Dammi la forza di reagire vigorosamente contro ogni ambiente ostile allo spirito dei miei voti religiosi. Io voglio restare “il povero burkinabè” solidale e amante del suo popolo nella “ricca” Roma», scriveva. E a Roma, nel Palazzo Apostolico Lateranense, si apre venerdì 15 marzo la fase diocesana della causa di beatificazione di padre Alexandre, sacerdote professo dell’Ordine dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi. I Camilliani, che da sempre si dedicano alla cura dei malati e dei sofferenti.

Nato nel 1967 a Boromò, in Burkina Faso, Alexandre si trasferisce con la famiglia a Ougadougou. «Era un ragazzo attivo nella comunità parrocchiale e si impegnava molto», ricorda il postulatore della causa padre Walter Vinci. L’8 settembre 1991 emette la professione temporanea; il 5 ottobre dello stesso anno viene inviato a Roma per le cure mediche e inizia a studiare Teologia all’Università Lateranense. Al termine degli studi, il 18 ottobre 1994 emette la professione solenne nella Curia generale dell’Ordine dei Camilliani. Tornato in Burkina Faso, il 1° luglio 1995 viene ordinato presbitero da monsignor Jean Marie Somé, arcivescovo di Ouagadogou.

Quindi padre Alexandre rientra in Italia, dove «i suoi superiori maggiori gli affidano l’incarico dell’animazione vocazionale della Provincia e lo nominano vice maestro e maestro dei postulanti dello Studentato Romano», aggiunge padre Vinci. «È stato un uomo che ha speso tutta la sua vita per gli infermi», concludere il vescovo Paolo Ricciardi, che presiederà l’apertura della causa.

Qui altre informazioni sulla sua figura e qui sulla causa di beatificazione

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