Vita

Il caso. Un bimbo con "due mamme"? La Consulta decide

Matteo Marcelli mercoledì 9 ottobre 2019

Archivio Ansa

Può lo Stato italiano produrre un atto di nascita in cui siano riconosciuti come genitori due persone dello stesso sesso? In sostanza è questo il quesito su cui è stata chiamata a pronunciarsi la Corte Costituzionale, di fronte alla quale il Tribunale di Pisa ha sollevato la questione di legittimità per un caso che coinvolge una coppia omogenitoriale di Venezia: Giulia Garofalo Geymonat, 41anni, e Denise Rinehart, 46. Quest’ultima, statunitense, ha partorito suo figlio a Pontedera 4 anni fa, a seguito di un concepimento ottenuto tramite fecondazione eterologa. È americana, così come il piccolo, e lo Stato del Wisconsin ha riconosciuto la genitorialità anche alla sua compagna. Alla "madre intenzionale", però, come previsto dalla legge italiana – che vieta la fecondazione eterologa alle coppie omosessuali – è stato legittimamente impedito di essere iscritta nel certificato di nascita del figlio.

Nel maggio scorso le sezioni unite della Cassazione hanno stabilito che il provvedimento di un giudice straniero con cui è stato
accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all'estero mediante il ricorso alla maternità surrogata e un soggetto italiano che non abbia con lo stesso alcun rapporto biologico non può essere trascritto nei registri dello stato civile. In questo caso non si tratta di trascrizione ma di formazione di un atto di nascita, che oggettivamente la norma dell’articolo 5 della legge 40 (quella che appunto vieta l’eterologa a coppie omosessuali) dovrebbe impedire. E un pubblico ufficiale dovrebbe sentirsi libero di non dare seguito a una richiesta in contrasto con le leggi del nostro ordinamento.

L’udienza pubblica di questa mattina ha visto gli interventi degli avvocati delle due donne, oltre al rigetto delle richiesta di intervento
delle avvocature di tre associazioni: una rappresentativa della comunità Lgbt, le altre due, ad opponendum, di ispirazione pro vita, il Centro Studi Livatino e l’associazione Vita è.

La sentenza, per ora, non è arrivata, ma c’è un dato che vale la pena sottolineare: l’assenza dell’Avvocatura dello Stato e quindi la precisa volontà del governo e della presidenza del Consiglio dei ministri di non costituirsi come parte nel giudizio. Un segnale che lascia intendere lo scarso interesse dell’esecutivo al caso e la volontà di lasciare ai giudici l’iniziativa, senza magari provare a difendere leggi dello Stato legittimamente approvate dal Parlamento.

E il punto è proprio questo: «La legge con cui sono state istituite le unioni civili prevedeva con chiarezza l’esclusione della step child adoption. – dice ad Avvenire la senatrice Paola Binetti –. Sarebbe facile da parte mia dire che la mancata presa di posizione è il frutto della nuova maggioranza. Ma credo che l’intenzione di non costituirsi venga da prima e sia parziale conseguenza delle sentenze di una magistratura che invece di applicare la legge, la interpreta in modo talmente creativo, tanto da sostituirsi al legisiatore».