Vita

Angelelli (Cei). «Oltre le fatiche di questo tempo, il profumo di un nuovo incontro»

Massimo Angelelli mercoledì 11 maggio 2022

Don Massimo Angelelli, direttore dell'Ufficio nazionale per la Pastorale della Salute della Cei

C’è una fatica reale in quello che stiamo vivendo, la cosiddetta ripartenza. Il termine è corretto, perché negli ultimi due anni e mezzo abbiamo vissuto giorni di stasi, fermi e chiusi nei nostri ambienti. Ora stiamo ripartendo. Un segno di questo è il nostro Convegno nazionale di Pastorale della Salute (Cagliari, 10-12 maggio 2022) che stiamo vivendo in presenza dopo tre anni.
Ho letto in alcuni volti la fatica nella ripartenza: abbiamo ancora addosso stanchezza da elaborare e qualche pensiero da sciogliere. Ripartire non è così immediato. Me ne sono reso conto ascoltando tante persone della grande rete di pastorale della salute italiana che è rappresentata nel Convegno. Gli ultimi sono stati mesi di timori, di perdite e sofferenza, ma anche di profonda esigenza di tornare a vivere.
Siamo vivi e vogliamo vivere, questa è la chiave della nostra ripartenza, non vogliamo sopravvivere o schivare la morte, non vogliamo difenderci o aver paura di vivere, né paura di incontrare e abbracciare l’altro riscoprendo la bellezza delle relazioni. La Chiesa sente l’esigenza di testimoniare essendo da sempre segno profetico. Mi chiedo: che cosa vogliamo testimoniare in questo momento?

Costanza Mirisola (direttore generale Inmp) e Ketty Vaccaro (responsabile Welfare e Salute Censis) in platea al Convegno - Foto Carla Picciau

Mi sono apparse le immagini dei telegiornali di questi giorni. Ho pensato alla vicenda accaduta presso le acciaierie di Azovstal, dove per otto settimane nel buio e nel marcio delle gallerie uomini, donne e bambini sono stati imprigionati. Da qualche giorno finalmente gli è stato concesso di uscire. Sono stati abbagliati dalla luce del sole che non vedevano da settimane. Quando uno vive questa situazione di cosa ha bisogno? Sicuramente di mangiare, di lavarsi, di vestirsi, ma guardando quelle immagini ho pensato che il loro bisogno maggiore fosse quello di sentirsi rassicurati. Rassicurati dal fatto che sia possibile dormire la prossima notte senza paura, rassicurati che nessuno cercherà di sparargli a vista. È un po’ la situazione che pervade molti di noi in questo momento: abbiamo bisogno di essere rassicurati perché il nemico invisibile del virus ci ha impauriti, e un po’ piagati. Dobbiamo rassicurarci che è possibile lavorare per un mondo diverso, sicuro, in cui la prevenzione mi mette in condizione di non ammalarmi, ma soprattutto per un mondo di pace in cui ognuno di noi abbia la possibilità di vivere nel modo in cui ritiene opportuno.

Goianno Cervellera, conduttore delle sessioni plenarie, dialoga con don Massimo Angelelli e l'arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi - Foto Carla Picciau

Abbiamo bisogno di essere consolati, rassicurati e abbracciati, ma mi sono chiesto: da chi vogliamo essere abbracciati? Anzitutto da Cristo stesso che ha disteso le braccia sulla Croce per poter meglio abbracciare tutta l’umanità. Nel Vangelo di oggi (10 maggio: Gv 10,22-30) c’è una frase, una provocazione forte. I giudei dicono a Gesù: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza?». Abbiamo bisogno di uscire anche noi da questa incertezza, ma Gesù risponde: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me». Si tratta dunque di un’insicurezza reale o percepita? È un’insicurezza che dobbiamo combattere e superare anche attraverso la fede in Cristo che ci è accanto e ci tiene la mano. In Matteo 18, 20 viene detto: «Io sono con voi fino alla fine del mondo», che significa che qualsiasi cosa succeda, qualsiasi evento attraversi la vostra vita, io sarò accanto a voi, sempre.

Lorenzo Belluscio e la sua band eseguono al convegno l'inno del trentennale della Giornata mondiale del Malato "Custodi dell'umanità" - Foto Carla Picciau

Poi ho bisogno di essere rassicurato e abbracciato dai miei fratelli e sorelle, perché nell’incontro con l’altro scopro me stesso, con i miei bisogni e ricchezze, e soprattutto scopro la bellezza del dono, della gratuità, un elemento forte da riscoprire, soprattutto ora, e che considero l’indice della qualità della relazione. La gratuità è il parametro di valutazione del nostro stare insieme, intesa come capacità di dare all’altro liberamente così come di ricevere, in umiltà. Tutti possiamo e dobbiamo donare qualcosa, siano essi soldi o capacità, tempo o ascolto, sia che siamo poveri o ricchi: donando, possiamo guadagnare lo status di "persona in relazione".
Poi, ho bisogno di sentirmi abbracciato da me stesso nel momento in cui riconduco il mio essere vivente alla mia persona, ricomponendo quella totalità unificata che è l’uomo stesso, minacciata dalla distrazione, dalla disgregazione, dalla rapidità del tempo e dalla potenza dei condizionamenti esterni. Nel percorso di riconciliazione con me stesso ritrovo la forza del vivere, che è il dono dell’amore connesso alla vita.

Il sindaco di Cagliari Paolo Truzzu porta il suo saluto al Convegno - Foto Carla Picciau

Da ultimo, mi devo ricordare perché vivo: una vita fatta per amare, donare e accogliere il dono dello Spirito Santo Paraclito, da cui viene salvezza, forza, coraggio, conforto, rassicurazione e consolazione. In questo stare insieme ritroviamo il senso del nostro cammino come Pastorale della Salute. L’olfatto, proposto nel titolo del Convegno di quest’anno – «Dall’odore al profumo. Per un superamento dello scarto» – non era facile da trattare, eppure abbiamo scoperto che l’odore è uno dei più importanti segni che condizionano la nostra relazione: un cattivo odore può facilmente allontanare, e chi vive nell’ospedale sa che di cattivi odori se ne sentono tanti. Se io mi lascio condizionare da quel cattivo odore la mia relazione sarà condizionata e il rapporto che avrò con quella persona potrebbe essere condizionato a sua volta. Penso che dobbiamo rieducare i nostri sensi a percepire l’odore e i profumi, per entrare meglio in relazione, ma anche per saper superare l’odore non buono che può venire dall’altro, perché la persona è molto di più. Proprio questo ci permetterà di evitare di generare lo scarto di cui spesso parla papa Francesco.
Direttore dell’Ufficio Cei per la Pastorale della Salute