Vita

Incontro alla Camera. Affido, una riforma a ostacoli

Luciano Moia mercoledì 9 ottobre 2019

Risolvere i tanti problemi che affliggono il nostro sistema di protezione dei minori fuori famiglia? Possibile, ma a una condizione. Ciascuno – giudici, assistenti sociali, psicologi, neuropsichiatri, amministrazioni locali – deve tornare a fare il proprio mestiere, senza invasioni di campo e senza ambiguità. Il governo è convinto che le leggi attuali, in particolare la 184 del 1983, possano essere migliorate, ma saranno poi indispensabili verifiche periodiche sull’applicazione. Perché già oggi tanti aspetti della norma su adozione e affidamenti sono ignorati o sostituite da prassi del tutto inopportune.

Il confronto tra governo, esperti e associazioni sulle proposte di "Modifiche al codice civile e alla legge 184 in materia di affidamento dei minori", prima firmataria Stefania Ascari (M5S), andato in onda lunedì pomeriggio nella sala del Mappamondo della Camera, è servito a raccogliere opinioni, indicazioni, stimoli da parte degli addetti ai lavori su una materia complessa e delicata, tanto più sull’onda dell’emozione di quanto capitato a Bibbiano. E se l’inchiesta è ormai alle battute finali in attesa delle richieste di rinvio a giudizio e poi dell’inizio del processo, la proposta di legge incardinata il mese scorso alla Commissione giustizia della Camera dovrà da una parte «cancellare ogni spiraglio normativo per evitare il ripetersi di fatti come quelli della Val d’Enza, dall’altra – ha fatto notare la vicepresidente della Camera, Maria Edera Spadoni – non alimentare inutili sentimenti di sfiducia sul sistema degli affidi e sull’operato di giudici, assistenti sociali e psicologi».

Stefania Ascari ha sottolineato gli aspetti positivi della riforma – attenzione prioritaria ai bisogni dei bambini, introduzione del contraddittorio tra le parti con una reale possibilità di difesa da parte delle famiglie, interventi per limitare la discrezionalità del giudice – ma non ha negato che la bozza presenti ancora aspetti da migliorare. E sarà possibile anche grazie ai nuovi dati raccolti dal ministero della Giustizia presso le varie procure minorili. Le cifre sono ancora in via di elaborazione ma è già fin d’ora possibile affermare che più di un numero sembra motivo di grande preoccupazione.

Ascari ha citato tra l’altro il fatto che tre procure su dieci non ricevano i dati sull’inserimento dei minori nelle comunità. Un "buco" intollerabile visto che dovrebbero proprio essere i magistrati a verificare la congruità delle decisioni prese dai servizi sociali e a confermare o meno la scelta di affidare un minore a una comunità. Ecco perché, se le modifiche legislative – illustrate poi nel dettaglio da altre due parlamentari M5S, Valentina Palmisano e Valentina D’Orso – sono urgentissime, lo è altrettanto stabilire le buone prassi degli interventi. «Vorremmo arrivare a una legge capace di offrire la possibilità di valutare obiettivamente i fatti, lasciando da parte le opinioni», ha aggiunto Stefania Ascari che, come avvocato, si è occupata a lungo di diritto minorile.

Oggi purtroppo succede molto spesso il contrario. E non solo a Bibbiano. Anche Francesco Morcavallo, avvocato, ma per alcuni anni giudice minorile a Bologna, ha ricordato la ciclicità di questi allarmi, in relazione alle tante inchieste che hanno punteggiato gli ultimi decenni, dallo scandalo della Bassa Modenese agli altri fatti che hanno coinvolto minori e genitori. Solo un caso? Niente affatto.

L’esperto ha parlato di "modello perverso", più volte condannato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo proprio a causa della sovrapposizione dei ruoli. «Oggi nei processi di allontanamento – ha messo in luce – intervengono tutti, psicologici, psichiatri, assistenti sociali, ma non i genitori. E tutte queste competenze sostituiscono troppo spesso quelle del giudice». Succede infatti che le perizie ordinate dai tribunali finiscano per estendersi dalla valutazione psicologica all’accertamento dei fatti con un grave rischio. Quello di "dover trovare" a tutti i costi il trauma dell’abuso anche quanto non esistono segnali obiettivi.

«Invece – ha spiegato Giuliana Mazzoni, docente di psicologica dinamica alla Sapienza – solo nell’8 per cento dei casi segnalati c’è abuso sessuale. In 8 casi su 10 il cosiddetto maltrattamento è soprattutto trascuratezza». Piena sintonia allora sulla necessità di cambiare quella cultura suggestiva che, durante l’ascolto dei bambini, ingenera falsi ricordi e di fatto – ha ribadito ancora Morcavallo – finisce per convincere i giudici a rinunciare all’accertamento dei fatti, indispensabile invece per aprire la strada, quando serve, «all’intervento autoritativo».

Scelta che, come ha fatto notare Patrizia Micai, avvocato di alcune famiglie coinvolte nell’inchiesta sui "Diavoli della Bassa", di cui è in corso la revisione dei processi, deve ora passare per una riforma efficace e coraggiosa. Micai ha parlato di «rifondazione dell’intero diritto di famiglia», perché sarà inutile concentrarsi sulle modalità di allontanamento dei minori – anche se "orrori" come l’articolo 403 del codice civile vanno cancellati – se ci dimentichiamo che l’abbandono dei minori nasce dalla conflittualità familiare. E che quindi, oltre all’affidamento, andrebbero riviste anche altre norme, a cominciare da quell’affido congiunto su cui si è lungo dibattuto senza approdare a nulla.